«Dio volesse che capisse qual è la sua strada».
«Prego che trovi presto un lavoro, uno qualsiasi».
«Lo amo più della mia vita, ma ogni giorno puzza un po’ di più».
«Dorme sempre, ma non posso svegliarmi io al posto suo».
«La PlayStation è un lavoro? A sentir lui, sembrerebbe di sì».
«La mia signorina sta crescendo ma passa la vita davanti al telefono».
«Ho fatto di tutto per loro, li amo e resto al loro fianco. Ma spero che si levino presto dalle scatole, così almeno non li vedrò ciondolare per casa, fumare al parchetto e buttare via i loro anni migliori».
Chi ha figli più o meno ventenni prima o poi ha pronunciato o almeno pensato una di queste frasi. Gli altri mentono.
Il docufilm sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro
Durante la realizzazione di Siamo Sicuri, il docufilm dedicato alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, grazie all’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro ho incontrato persone che hanno pagato con un arto, con la vista o l’udito e, in alcuni casi, con anni di vita. Talvolta all’origine dell’infortunio c’era una loro disattenzione; altre volte, l’incompetenza colposa di chi avrebbe dovuto metterle in condizione di lavorare e tornare a casa intere, e non l’ha fatto.
La sicurezza sul lavoro riguarda tutti
Noi siamo genitori e società civile. Siamo gli adulti che devono dare il buon esempio e, ciascuno nel proprio ruolo, far rispettare le regole. Ai nostri figli non deve toccare un mondo in cui andare a lavorare significhi rischiare la pelle. La vita è già rischiosa di suo. Se davvero siamo le persone perbene che diciamo di essere, abbiamo il dovere di preoccuparci delle uscite di sicurezza nelle scuole e di restare accanto ai nostri figli appena cresciuti anche quando scelgono come e dove lavorare. Non sanno ancora bene come gira il mondo.
Non voltiamoci dall’altra parte
Io ho accettato lavori senza assicurazione, ho indossato scarpe inadatte e respirato fumi nocivi. Erano gli anni Ottanta e il mondo non era poi così sano. Oggi tocca a noi adulti non voltarci dall’altra parte quando vediamo fili scoperti o quando chi fa consegne lavora senza le protezioni necessarie. Secondo i dati INAIL aggiornati al 31 luglio 2026, nei primi sette mesi dell’anno sono state presentate 38 denunce di infortunio con esito mortale riguardanti giovani tra i 15 e i 24 anni.
Ogni ragazzo che muore sul lavoro, è anche figlio nostro
Giovanni è andato in fabbrica con una sciarpa perché aveva freddo e non gli avevano dato indumenti adeguati. La sciarpa è rimasta impigliata in un ingranaggio e lo ha trascinato dentro la macchina. Giovanni è morto a 19 anni. Tocca anche a noi, come genitori, cittadini e lavoratori, fare in modo che non accada a un altro ragazzo. Altrimenti, a sua madre chi lo dice? E a noi, chi lo dice? O li sentiamo tutti figli nostri, oppure non siamo una comunità in cui valga la pena vivere.