Aumenta il numero di persone che soffrono di insonnia, ma anche di attacchi di mal di testa, irritabilità, fiacchezza emotiva. Tutti sintomi di quella che non è una sindrome, ma colpisce – come un’epidemia – sempre più donne lavoratrici. È la cosiddetta “competence hangover”, traducibile con una “sbornia da competenza”. In termini molto pratici è la voglia di dimostrare la propria competenza, che si manifesta caricandosi di compiti anche non richiesti, oppure mostrandosi sempre disponibili e proattive, finendo però con l’esaurirsi fisicamente e mentalmente. Il tutto per sentirsi dire: «Come faremmo, senza di te?».

Cos’è la competence hangover, la “sbornia da competenza”

A chi non è mai capitato di accettare incarichi e responsabilità aggiuntive, anche controvoglia o almeno apparentemente controvoglia? Quando però questo atteggiamento si unisce a mansioni eccessive e a un carico mentale troppo pesante, ecco che diventa concreto il rischio di andare in burnout oppure di incappare nella sua versione “light”, cioè proprio l’ubriacatura da competenza, con non poco beneficio per capi che approfittano della disponibilità e prontezza delle proprie collaboratrici. Sì, perché si tratta soprattutto di un comportamento femminile. Il motivo? Troppo spesso le donne si sentono in dovere di dimostrare di essere all’altezza del loro ruolo.

Perché la competence hangover colpisce soprattutto le donne

Sono molte le ricerche che, negli ultimi anni, hanno mostrato l’aumento di questo fenomeno e nella stragrande maggioranza dei casi riguarda donne lavoratrici, sempre in equilibrio tra le incombenze domestiche/familiari e quelle lavorative; sempre all’inseguimento dell’approvazione altrui – che sia del partner o del capo/a – ma sempre più a rischio di non reggere. Uno studio del 2024, condotto nel Regno Unito e di cui riferisce The Guardian, confermava come gli straordinari del personale femminile fossero meno pagati di quelli maschili. Da qui – anche – la pressione ad essere più performanti da parte delle donne.

Perché le donne sentono di dover dimostrare di più sul lavoro

«Purtroppo è vero: esiste ancora un divario significativo nel riconoscimento e nella retribuzione. Nell’Unione Europea, ad esempio, il gender pay gap medio è intorno al 12%, segno che, anche a parità di lavoro, le donne continuano spesso a essere meno valorizzate economicamente, dunque spinte a lavorare di più, prepararsi di più, essere sempre disponibili. Ma la soluzione non può essere semplicemente investire sempre più energie. Più che lavorare di più, diventa fondamentale imparare a rendere visibile il proprio contributo: comunicare in modo chiaro i risultati raggiunti, riconoscere il valore del proprio lavoro, negoziare con sicurezza le condizioni e la retribuzione che si ritengono adeguate ed esigere un trattamento giusto al di là del genere di appartenenza», sottolinea Irene Bosi, career coach ed esperta di dinamiche interpersonali sul lavoro.

Quando essere sempre disponibili al lavoro diventa un rischio

Al contrario, alzare l’asticella della disponibilità si traduce in un continuo presenzialismo, in un dimostrarsi sempre più efficienti lavorando di più (anche se i dati indicano che le donne, in genere, riescono a portare a termine gli stessi compiti in meno tempo dei colleghi, come ricordato di recente anche dalla premier, Giorgia Meloni). Se non lo si fa, infatti, il timore è di essere giudicate negativamente. Gli uomini, a quanto pare, questo lo sanno bene e non di rado ne approfittano o quantomeno non si turbano, grazie al loro “scudo emozionale” che permette loro di essere meno vulnerabili alle percezioni negative esterne.

Il paradosso della competence hangover: più lavori, più perdi lucidità

«Dal punto di vista fisico e mentale, l’accumulo di lavoro e la mancanza di pause reali producono un affaticamento progressivo. Il corpo entra in uno stato di attivazione quasi permanente: sonno disturbato, difficoltà di concentrazione, irritabilità, perdita di energia. Sul piano cognitivo accade qualcosa di paradossale: proprio quando cerchiamo di dimostrare la nostra competenza, iniziamo lentamente a comprometterla, perché la stanchezza riduce lucidità, capacità decisionale e creatività», ricorda ancora Bosi, che però evidenzia un altro pericolo in agguato.

Il lavoro non misura il valore di una persona

«A questa condizione, infatti, si aggiunge qualcosa di molto pericoloso, che secondo me è la condizione in cui la nostra identità professionale diventa troppo centrale: il lavoro smette di essere solo una parte della nostra vita e diventa il principale metro con cui misuriamo il nostro valore e quindi tendiamo a spingerci oltre la nostra soglia di energia e questo nel tempo aumenta il rischio di burnout», mette in guardia ancora l’esperta.

Non è carrierismo: perché molte donne lavorano troppo

Questa continua rincorsa all’approvazione da parte delle donne, però, non è carrierismo: come indica una ricerca di McKinse del 2025 (Women in the Workplace), le donne sono meno interessate alle promozioni sul posto di lavoro. Eppure sono quelle che soffrono maggiormente di “competence hangover”. A contribuire, infatti, sono anche altri fattori, come l’idea di poter essere considerate importanti, se non persino in alcuni casi indispensabili, mettendosi al riparo da possibili demansionamenti o dal pericolo di perdere il lavoro, in un contesto di crisi generale. «Sicuramente c’è il desiderio di essere d’aiuto, di non deludere colleghi o superiori, di essere percepiti come affidabili. Dall’altra, però, entra in gioco anche una dimensione più legata alla sicurezza professionale, specie in contesti lavorativi competitivi o incerti», conferma Bosi.

Le donne e il desiderio di non deludere

«Alcune ricerche dimostrano che questi comportamenti sono più frequenti nelle donne, per un mix di fattori culturali e sociali. Culturalmente le donne vengono educate ad essere più collaborative e attente ai bisogni degli altri rispetto gli uomini e questo nel lavoro può tradursi in una maggiore difficoltà a dire “no”. Questa disponibilità viene poi spesso data per scontata e così si finisce per accumulare responsabilità e lavoro “invisibile” senza che questo si traduca sempre in un riconoscimento reale. Per questo è fondamentale imparare a mettere dei confini e comprendere che è necessario per lavorare bene e in modo sostenibile nel tempo», suggerisce la career coach.

Come uscire dalla “sbornia da competenza”

«Per uscire da una condizione di “ubriacatura da competenza” il primo passo è riconoscere il meccanismo: quando si diventa molto affidabili e competenti, si rischia di diventare automaticamente il punto di riferimento per tutto. Questo porta ad accumulare richieste, responsabilità e lavoro, spesso senza accorgersi che il carico sta diventando eccessivo – osserva la coach – Il secondo passo è imparare a mettere dei confini. Essere competenti non significa dover dire sempre sì. Significa anche saper stabilire priorità, negoziare tempi e carichi di lavoro, e accettare che non tutto debba passare necessariamente da noi».

Imparare a dire no e delegare il lavoro

«Un altro elemento importante è imparare a distribuire il lavoro: delegare, coinvolgere altri, costruire contesti in cui la competenza sia condivisa e non concentrata su una sola persona», consigli infine Bosi, ricordando: «In fondo la vera maturità professionale sta anche qui: capire che il valore non si dimostra facendo tutto, ma contribuendo in modo lucido, sostenibile e nel lungo periodo. Perché una competenza che consuma tutte le energie, alla fine, smette di essere una risorsa».