Mio figlio si è drogato per anni. E io non l’ho mai capito

21 03 2019 di Caterina Duzzi
<p>Timothée Chalamet in una scena di <span>"Beautiful boy"</span></p>

Timothée Chalamet in una scena di "Beautiful boy"

Ci sono voluti un arresto e una minaccia di suicidio prima che questo padre riuscisse a guardare in faccia la realtà. Perché i genitori di oggi sono convinti di essere amici dei ragazzi e di sapere tutto sulle sostanze che “girano”. E, quando succede il peggio, le famiglie si scoprono ancora più fragili e sole

C'è un padre che dà la buonanotte al figlio, gli accarezza i capelli sparsi sul cuscino, gli occhi del bambino si chiudono nella certezza appagata di essere al sicuro, il suo papà scaccerà ogni potenziale mostro al cospetto del suo letto. Meno di dieci anni dopo, pochi nella vita del padre, un’era geologica in quella del bambino, lo stesso uomo accarezza la testa del figlio adolescente, stremato da una crisi di astinenza e dal mostro che ormai si è accasato dentro di lui. È una scena di "Beautiful boy", il film con protagonista Timothée Chalamet e diretto da Felix Van Groeningen, presentato al Festival di Toronto nel 2018 e in uscita nelle nostre sale a giugno. La storia di una famiglia lacerata dalla dipendenza del figlio da metanfetamine e di un padre che cerca di rispondere alla domanda destinata a rimanere un grido senza risposta: perché?

Gaudenzio è un papà che non ha potuto sottrarsi alla stessa domanda,

anche il suo bel ragazzo quando era piccolo si addormentava solo se appoggiava la testa sulle sue ginocchia e lui gli accarezzava i capelli. Ma Paolo da adolescente ha smesso di assomigliare a quel bambino «solare, allegro, sempre sorridente che, lo giuro, conquistava tutti con la sua simpatia». Ha conservato solo l’astuzia: «Da piccolo gli serviva per coprire le marachelle che combinava d’estate con il cugino» poi è diventata la sua migliore alleata con cui architettare storie sempre più fantasiose per spillare soldi ai suoi genitori e comprare eroina e cocaina.

«Ci chiedeva sempre denaro. Una volta era il compleanno di un amico, un’altra era la pizzata. Non gli negavo nulla, io vengo da una famiglia modesta, ricordo ancora quando uscivo con gli amici, loro si compravano il gelato e io non avevo i soldi e rimanevo a guardarli». Papà Gaudenzio ha fatto strada, è diventato imprenditore, ai suoi cari materialmente non ha fatto mancare niente, ma non è bastato a proteggere Paolo. «Verso i 17 anni ha cominciato ad andare male a scuola, a tornare sempre più tardi la sera. Si è fatto anche bocciare. Ero un po’ arrabbiato ma non avevo sospetti, pensavo che fosse solo un ragazzo come tanti che non aveva molta voglia di studiare, mai più pensavo che si drogasse.

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Timothée Chalamet in una scena di "Beautiful boy"

Un dolore difficile da individuare

In casa era capitato diverse volte di parlare di sostanze e lui era lapidario: “Mi fanno schifo i drogati”. Mia moglie era più sospettosa, trovava strane bottiglie di ammoniaca nascoste dietro al suo letto. Lui diceva che servivano per smacchiare i pantaloni, lei le buttava e poi ne comparivano altre. A fatica e dopo due bocciature si è diplomato, io l’ho aiutato a trovare lavoro come cassiere nella grande distribuzione; ho un altro figlio che si è laureato, mi sarebbe piaciuto che anche lui studiasse ma non volevo forzarlo. Ha resistito due anni, però a volte non riusciva ad alzarsi al mattino, diceva che stava male. Abbiamo iniziato ad avere scontri terribili, nella mia vita il lavoro è sempre stato una dimensione importante, una forma di riscatto ma anche di gioia quotidiana. Poi un giorno è arrivata una telefonata dai carabinieri: Paolo aveva sottratto dei soldi dalla cassa. Ha dovuto licenziarsi per evitare la denuncia penale, con noi ha pianto disperatamente, si scusava per averci deluso. Lo so che è incredibile ma io nemmeno allora ho voluto credere che ci fosse dell’altro».

Come è possibile? In realtà succede molto spesso: in una situazione di coinvolgimento come quella tra genitori e figli è molto difficile avere un atteggiamento equilibrato. Ma rispetto agli anni ’80, quelli dell’emergenza eroina, i genitori si relazionano in modo diverso ai figli nelle situazioni di dipendenza? «Alcuni sono più “competenti”, nel senso che magari a loro volta hanno fatto uso di sostanze ma questo non significa che lo siano anche emotivamente e che riescano ad affrontare nel modo giusto la situazione. Anzi a volte pensano di poterla gestire da soli e chiedono aiuto quando è molto tardi» spiega Pierluigi Allosio, psicoterapeuta presso il Dipartimento patologie delle dipendenze Asl Città di Torino.

I padri e le madri di oggi pensano di capire di più i figli

Rispetto alle generazioni passate, i genitori di oggi pensano di capire di più i propri figli perché spesso hanno costruito un rapporto basato sulla confidenza, sull’affettività. «Ma la vicinanza è un’illusione perché genitori e adolescenti vivono sempre in mondi paralleli e distanti. Siamo meno formali di prima ma questo non ci dà accesso al territorio dei nostri figli. Anzi volendo siamo ancora più in difficoltà perché nel corso di trent’anni i genitori, e gli adulti in generale, hanno perso autorevolezza nel percorso educativo» aggiunge Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento Interaziendale Area Dipendenze ASST Santi Paolo e Carlo di Milano.

«Non siamo riusciti a cogliere i segnali» continua Gaudenzio. «Quando abbiamo scoperto tutto lui aveva già 24 anni e si drogava da tanto tempo. Ci siamo rivolti al Sert, ma lui non ci andava mai. È iniziato un calvario: non lavorava più, passava la giornata sul letto e la notte fuori, i pusher minacciavano lui, la nostra famiglia, persino i miei nipotini, per riavere i soldi che lui doveva. Gliene ho dati così tanti che avrei potuto comprarmi una casa, ma era troppa la paura che gli capitasse qualcosa. Una notte ci ha chiamati disperato: “Tornate, per favore, ho bisogno di soldi se no mi suicido”. Eravamo in montagna, ci siamo messi in macchina alle 5 del mattino, ho guidato col cuore in gola fino a casa. Quando siamo entrati lui stava guardando la tv tranquillo, rideva. Ho detto basta, era il mio limite».

«Lui ha capito che era finita, che non gli avrei più dato nulla e ha accettato di farsi seguire insieme a noi in A.n.g.l.a.d., una delle associazioni dove si viene accolti prima dell’ingresso a San Patrignano. Poi è entrato in comunità, per un anno non abbiamo potuto incontrarlo, ma quando l’ho rivisto era un altro, era per la prima volta un uomo, e non l’ho mai amato come in quel momento. Ha completato il percorso e 18 mesi fa è uscito, ora vive con la sua ragazza a Livorno, ha un lavoro. Sono felice ma ho sempre paura, mi sveglio di notte sudato gridando, non è una cosa che dimentichi così, penso che avrò paura per sempre».

Un aiuto per ricominciare da zero

Tra i tanti punti di appoggio di San Patrignano sparsi in tutta Italia, c’è A.n.g.l.a.d., che ci ha aiutato a trovare la storia di Gaudenzio e suo figlio Marco. Quest’associazione di volontariato è impegnata nel recupero di chi fa uso di sostanze stupefacenti e nel reinserimento lavorativo e sociale dei giovani che hanno completato il programma di recupero. Ha sede in una villetta sottratta a un narcotrafficante mafioso e ristrutturata grazie alla Fondazione Cariplo, che ha anche sostenuto i primi percorsi di lavoro dei ragazzi presso la piadineria Spazio Sanpa dell’Iper Portello. Oltre al sostegno ai giovani e alle famiglie, svolge campagne di informazione e prevenzione.


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