Dopo. Una parola di 4 lettere che pesa come un macigno. Perché per le poche donne che si ribellano a una violenza domestica, “dopo” significa ricostruire una vita sulle macerie del passato. Vuol dire pregare di trovare un lavoro e una casa mentre vivi dilaniata tra la paura di non farcela e, magari, il processo contro il tuo aguzzino. Queste 3 donne ci hanno raccontato la loro storia

La storia di Grazia che si è barricata in casa e oggi aiuta le altre

Grazia Biondi, 50 anni, di Salerno, accetta di uscire allo scoperto per dare voce a tutte quelle donne che hanno perso la loro sotto i colpi della violenza: «Il mio inferno è durato 9 anni. Io e mio marito lavoravamo insieme, ma per lui ero la moglie e socia perfetta che doveva ubbidire e sottostare alle sue regole. Quando mi sono ribellata le angherie psicologiche si sono trasformate in botte. Nel 2011, dopo che ha tentato di strangolarmi, l’ho denunciato. Sono riuscita a tenermi la casa: mi sono barricata dentro per avere un tetto e ho iniziato a collezionare lavoretti per mantenermi. Ma 2 anni fa capito che non mi bastava. Così, con il tam tam sul web, ho lanciato un gruppo di auto-aiuto. Oggi siamo un’associazione (www.facebook.com/associazione manden) che unisce 600 donne: organizziamo incontri, offriamo consulenze di avvocati e psicologi, facciamo prevenzione nelle scuole. Aiutare le altre mi ha fatto rinascere: quando mi metto a nudo con loro sento che la mia sofferenza non è stata inutile».

I dati Istat 2015 sulla violenza contro le donne 

La storia di Farida che se n’è andata con i figli e ha imparato un lavoro

Nozze combinate, come da tradizione. Così Farida, 30 anni, dal Marocco è arrivata in una città del Nord Italia. «Dieci anni di matrimonio mi hanno dato tre figli meravigliosi e tante botte» racconta. «Un giorno è scattato qualcosa, ho fatto la borsa e sono salita con i bambini sul treno per Roma. Alla stazione ho sporto denuncia e una poliziotta mi ha portato alla casa rifugio di Telefono Rosa (www.telefonorosa.it). Ero come una neonata a cui le operatrici hanno insegnato tutto: a parlare l’italiano, a muoversi, a non avere paura. Mi hanno offerto un corso di formazione per chef e in pochi mesi la vita è diventata emozionante: lo studio, un appartamentino per me e i figli. Ho scoperto che la passione per la cucina può diventare un impiego. Ho fatto lo stage da Eataly: mi sono sentita realizzata per la prima volta. E ho trovato il coraggio per affrontare ogni sfida».

«Chi ha assistito alla violenza assomiglia a chi ha subìto un bombardamento: ha visto la sua vita  trasformarsi in un teatro di guerra» Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea (www.sportelloantiviolenza.org)

La storia di Paola che è scappata dal marito e dalla suocera che lo copriva

«Quando raccontavo le minacce di suo figlio, mia suocera mi rispondeva che gli uomini si sopportano. Dopo l’ennesimo piatto di pasta che lui mi ha rovesciato in testa, mi sono confidata con un’amica, che mi ha sorretta per tutto il percorso». Paola, 38 anni di Nuoro, passa così dalla denuncia nel 2008 alla “fuga” al centro Onda Rosa di Nuoro (www.ondarosanuoro.it) con la sua bimba, che allora aveva 3 anni. «Ho voluto subito rendermi indipendente e lavorare: ora sono assunta in un’impresa di pulizie. Ma senza le operatrici del centro non ce l’avrei mai fatta: hanno organizzato una colletta per la caparra dell’affitto e per pagare le utenze domestiche. I momenti peggiori sono passati ma rimane la battaglia contro i pregiudizi della gente che, in fondo, pensano che noi femmine vittime di violenza “ce la cerchiamo”».