La terapia di coppia mi ha salvato due volte

11 10 2019 di Paola Maraone
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Non è una bacchetta magica, ma resta uno strumento formidabile che può far ripartire la relazione. Lo raccontano un nuovo libro nato da una storia vera e l’autrice di questo articolo. Che si è rivolta allo psicologo in entrambi i suoi matrimoni

Non so se la terapia di coppia serva a risolvere tutti i problemi: ma so che è un luogo che ho frequentato molto. Grazie alla terapia, alla fine del mio primo matrimonio, io e il padre della mia primogenita siamo riusciti a trasformare una valle di lacrime in un terreno comune; un po’ aspro e roccioso, ma accessibile a entrambi. Dal quale guardare i cocci della nostra unione con indulgenza, se non con affetto; il che ci ha aiutato, negli anni a seguire, a essere genitori degni per la nostra più grande creazione.

C’è un libro stupefacente appena uscito

Si intitola Ascoltate il matrimonio (Bollati Boringhieri) e racconta di un lui e una lei come ce ne sono tanti. Potreste essere voi, potremmo essere noi. I due sono sulla via del divorzio ma poi, assieme a una terapeuta un po’ eccentrica, si mettono a esplorare nuove possibilità. Sappiamo bene che un matrimonio nasce dall’amore ma poi inciampa nei discorsi sui soldi, nelle accuse reciproche, in certe mezze verità; quel che possiamo (dobbiamo) imparare è che la terapia serve a smontare le accuse e a rendere intere quelle verità, per quanto dolorose possano rivelarsi.

Quanto ai discorsi sui soldi, un’amica in crisi mi ha detto: «Vorrei andare in terapia di coppia, penso che ci farebbe bene, ma costa troppo. Mi sono informata, ci vogliono come minimo dieci incontri». Le ho chiesto quanto pensava, allora, che valesse il suo matrimonio. E fino a che punto il denaro fosse la vera ragione (l’unica?) per cui non se la sentiva di andarci.

Sono tornata in terapia, da una psicologa diversa, all’inizio del mio secondo matrimonio, dieci anni fa

Ci era nato un figlio amatissimo, per me era il secondo e per il mio compagno il primo; le nostre geometrie familiari si erano intorcinate, tra noi si era creato uno scalino. Io non sapevo scendere e lui non sapeva salire; o forse era il contrario, e non importa. So che ci siamo salvati e che ho trovato l’esperienza tanto affascinante – e intensa – da decidere, in seguito, di laurearmi in Psicologia (e ci sono riuscita: l’anno scorso!). Prima di scrivere questo articolo ho telefonato alla mia terapeuta dell’epoca, si chiama Gabriella Caiani ed è docente di mediazione familiare.

Le ho chiesto quanto conta il fattore tempo, in questi casi: a noi che andammo da lei alle prime avvisaglie di burrasca, bastarono tre incontri per approdare a un porto più sicuro. «Se l’intervento è tempestivo, meglio» mi ha detto. «Se le dinamiche sono incancrenite, può esser più difficile. Però a volte, vede, il grosso della fatica non si fa per questo, ma perché i componenti della coppia sono impermeabili. In altre relazioni, che pure vivono conflitti molto forti e duraturi, invece può scattare la scintilla».

Quale scintilla? Le chiedo. «Quella dell’autoriflessività» dice. «Il “clic” che spinge ad abbandonare i propri automatismi, a osservare le proprie reazioni per imparare a modificarle». Infine, a non pretendere dall’altro solo delle scuse (ebbene sì: anche se si pensa di aver ragione).

La terapia di coppia non è una bacchetta magica ma resta uno strumento formidabile

Si capisce bene leggendo Ascoltate il matrimonio; il suo autore, John Jay Osborn è un signore di una certa età che per scrivere il romanzo ha pescato dalla propria esperienza (quattro anni di terapia: dev’essergli piaciuto parecchio). Colpisce il modo in cui sa dare voce a entrambi, il marito e la moglie, in modo equo; e pure alla terapeuta che, una domanda dopo l’altra, lavora per scoprire se ci sono spazi di riflessione positiva. «Faccio il tifo per il matrimonio» dice il suo personaggio nel libro. In genere i terapeuti non la pensano così: «Noi non vogliamo unire a tutti i costi. La terapia può anche finire con una buona separazione» mi dice Caiani.

Semplicemente, serve a scoprire come stanno le cose. La cosiddetta “incompatibilità” esiste: è quando due persone, per fattori diversi, non riescono a negoziare. «A parole dicono di volere aiuto. Ma per riceverlo è necessario scambiare, cedere terreno. Molti non mollano di un centimetro». Altri trovano un alibi: «Ormai è tardi, nel nostro rapporto non ci sono più margini di manovra». In realtà c’è chi si rimette assieme anche tempo dopo essersi diviso.

La terapeuta Gabriella Caiani conferma: «A un certo punto del percorso di mediazione per la separazione un marito, che progettava di andare a vivere con la sua nuova partner, ha cambiato idea. A quel punto abbiamo suggerito alla coppia di provare la terapia. Mesi dopo ho incontrato casualmente sua moglie: era molto contenta, le cose andavano decisamente bene. Sa, con le coppie succede di tutto». È raro, ma può capitare anche questo: a volte si deve chiudere, per poi riaprire.

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