Quando mi sono trasferita a Milano, ormai diversi lustri fa, c’è stata una cosa che mi ha colpito più degli apericena e del concentrato di modelle in città: la fretta della gente, la velocità. Sembrava che tutti avessero sempre qualcosa da fare, un posto in cui andare.
La velocità ci ha contagiato tutti
Mi mischiavo stupita alle frotte di lavoratori che si accalcavano nella metro, sbuffando per le attese, incanalandosi impazienti sulle scale d’uscita, e mi chiedevo dov’è che correvano. Perché mostravano tanta premura. Un giorno ho persino pensato che ci fosse un attentato, ché dalle mie parti soltanto un pericolo di vita sollecitava tanta urgenza. Poi ho iniziato a correre anche io. Non so come è successo né quando. Ma mi sono trovata un sabato d’estate a camminare per una via del centro con passo accelerato, anche se non avevo niente da fare, salvo dilapidare soldi in qualche ultimo saldo di stagione. Niente per cui valesse la pena procurarsi il fiatone. Mi sono vista da fuori e ho pensato che il danno era fatto. Vittima anch’io della milanesizzazione.
Il nuovo mantra dell’umanità
Non sapevo che era solo l’inizio. E che la velocità sarebbe diventata a breve il nuovo mantra dell’umanità, l’imperativo categorico delle nostre vite. Oggi trottiamo pure quando stiamo a casa. Inchiodati al computer nei giorni di smart working, cominciamo presto per non perdere tempo e finiamo tardi per “portarci avanti”. Sempre in affanno per la quantità di mail da smarcare, le notifiche da leggere, le scadenze da rispettare che si accavallano, procurandoci una crescente sensazione di ansia e inadeguatezza. Come se non avessimo mai fatto abbastanza.
Più richieste, meno risorse
La verità è che non siamo biologicamente programmati per tenere questo ritmo. Il ritmo delle macchine. Il celebre aforisma di Eraclito “Tutto scorre” – panta rei – si è tramutato nella nuova era digitale in “Tutto corre”. Incredibile come basti togliere una S per rovinarsi la vita. La tecnologia continua a sfornare sistemi sempre più evoluti. La moda produce senza sosta nuove collezioni, inondando il mercato di merce che non riesce a smaltire e piegando la creatività alle logiche del business. Mentre le richieste delle aziende aumentano, le risorse calano, generando un malessere uguale e contrario: da una parte, dipendenti ipersollecitati che rischiano il burnout; dall’altra, ampie fasce di popolazione con impieghi precari che si avvicinano pericolosamente alla soglia di povertà. Ma è questo il mondo in cui vogliamo vivere?
La corsa ha preso il sopravvento sullo scopo
Hanno destato preoccupazione e sorpresa negli ultimi giorni le dichiarazioni delle Big Tech sull’AI, che a quanto pare “va troppo veloce” e rischia di sfuggirci di mano. Che siano gli stessi creatori dell’Intelligenza artificiale a dare l’allarme rende particolarmente angosciante la sensazione di pericolo. Anche perché il proposito di rallentare non è condiviso da tutti i colossi del settore. Per molti il progresso non si può fermare. Bisogna guardare al futuro, andare avanti! Ma avanti dove? È la stessa domanda che mi sono posta quel giorno tra i palazzi di Milano, quando ho realizzato che la corsa aveva preso il sopravvento sullo scopo e la meta, diventando una funzione fine a se stessa. Correre per correre, come principio esistenziale, condizione permanente.
Quale progresso?
Prendersi una pausa, tirare il fiato, come hanno auspicato i boss di OpenAI e Anthropic, ma anche alcuni dei loro dipendenti che prefigurano un’imminente apocalisse, sarebbe utile non solo per prevenire i rischi di uno “sviluppo disordinato e dannoso”, cito testualmente, ma anche per chiedersi dov’è che vogliamo arrivare. Per conquistare cosa? Perché a me pare che le nostre vite, al netto degli innegabili benefici che ci ha regalato la tecnologia, stiano lentamente peggiorando. E che la velocità si sia tramutata in una trappola che ci risucchia e distrae, impedendoci di capire cosa vogliamo per davvero. Il progresso dovrebbe servire a renderci più agiati e felici. Non a isolarci e toglierci senso.