C’era una volta la domenica, il giorno del riposo, quello in cui ci si poteva prendere del tempo libero da trascorrere solo in famiglia. Senza neppure fare shopping, o la spesa last minute o per tutta la settimana, come facciamo oggi, per il semplice motivo che troviamo i centri commerciali sempre aperti: un’opportunità, certo. Ma a volte un’arma a doppio taglio, perché portano a rimanere “occupati” anche in quell’unico giorno in cui, invece, si finisce per stressarsi. Uno studio, infatti, dimostra che buona parte dello stress che ci accompagna quotidianamente sarebbe evitabile se solo tornassimo a regalarci 24 ore di ozio.
Alle prese con il tecnostress
Se le ricerche lo dimostrano, anche l’esperienza quotidiana lo conferma: corriamo sempre, dalla mattina alla sera, tutti i giorni e anche nel weekend. Non c’è sosta, tanto che gli esperti parlano ormai di tecnostress: come se non bastassero gli impegni quotidiani, il mondo digitale ci ha invasi, occupando ogni spazio e momento libero. Secondo un report appena pubblicato da Eurispes, i ritmi frenetici alimentati dal fatto di essere sempre connessi portano il 72,7% degli italiani ad accusare gli effetti in termini di peggioramento del proprio benessere mentale, per la difficoltà di staccare proprio mentalmente.
Sempre in modalità “on”
Il report indica cheil 77,3% degli intervistati controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, con una frequenza elevata per il 38,5%; il 68,1% risponde anche durante le ferie e il 34,7% lo fa spesso o sempre. Il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente, con il 38% in modo frequente. Insomma, smartphone e dispositivi rendono ancora più difficile avere quello che un tempo era chiamato semplicemente “tempo libero”. Soprattutto per le donne.
Il tecnostress è ormai collettivo
«Il tecnostress descritto da Eurispes non è, a mio avviso, un fenomeno individuale. Potremmo dire che è l’esito di una trasformazione strutturale dei tempi sociali. Il digitale è entrato nel quotidiano delle nostre vite producendo una disponibilità permanente. L’aspetto tragico è che ha eroso il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita che la modernità industriale aveva faticosamente costruito attraverso la consapevolezza sociale, la lotta sindacale, la costruzione di un diritto alla tutela della vita privata tramite la regolazione degli orari e dei riposi», osserva Francesca Romana Lenzi, Professoressa di Sociologia, Delegata del Rettore per politiche sociali e di genere presso l’Università di Roma “Foro italico”.
Dov’è finita la disconnessione?
«La normativa sul lavoro agile prevede tempi di riposo e misure volte ad assicurare la disconnessione, ma come noto le leggi difficilmente producono effetti se non sono accompagnata da una cultura organizzativa coerente – aggiunge la sociologa – Sappiamo poi che la tecnologia ci consente di essere sempre raggiungibili: la disponibilità è diventata un’aspettativa delle aziende e un dovere percepito dal lavoratore». Purtroppo, poi, si aggiunge l’idea che reperibilità significhi anche produttività.
Non basta dire “no”
«Ma la letteratura ci ha detto già da tempo che l’esposizione prolungata a condizioni di stress e l’assenza di adeguati momenti di recupero incidono sul benessere e compromettono proprio quella performance che si vorrebbe massimizzare – osserva Lenzi – Credo che sarebbe necessario spostare almeno in parte la responsabilità dal singolo all’organizzazione. Non può essere sempre il lavoratore a dover decidere di non leggere la mail o a sentirsi in colpa per non rispondere. Dovremmo tornare a considerare normale che esistano tempi nei quali una persona non è disponibile».
Il dolce far niente fa bene alla salute
Come precisato dalla sociologa, però, gli studi dimostrano che avere del tempo libero non solo è necessario, ma “sano” e migliora persino la produttività successiva. Tra le altre, una ricerca del 2011 mostrava come, in una modalità off, a riposo, il nostro cervello vaga tra il futuro (in quasi la metà dei casi, pari al 48%), il presente (28%) e il passato (12%). Questo, secondo i ricercatori, permette di migliorare la creatività e la capacità di problem solving. Al contrario, quando manca c’è il rischio di sovraccarico, specie per le donne.
Il peso del second shift
«Il lavoro domestico e di cura continua a essere distribuito in modo fortemente diseguale tra uomini e donne, tanto che si parla di second shift, con l’effetto di un sovraccarico e di una totale assenza di vita libera da responsabilità e di tempi di recupero. Se la propria giornata lavorativa non termina mai per assenza di disconnessione e in più viene impegnata in attività di cura, si erode il tempo del recupero fisico e mentale. In questo senso, il carico domestico può contribuire ad amplificare gli effetti dello stress occupazionale e può portare rischi per la salute», sottolinea la sociologa.
Un giorno di riposo e chiusura dei negozi
Da qui il desiderio sempre maggiore di poter godere di un giorno di riposo assoluto, che significa anche non dover uscire per fare la spesa o lo shopping. In effetti cresce, anche sui social, il numero di chi invoca un ritorno al passato, scandito anche da un giorno settimanale nel quale i negozi erano chiusi. «È un bisogno sociale, ossia ritrovare una scansione collettiva del tempo che risponda ai tempi dell’essere umano. Oggi abbiamo ampliato la possibilità di accedere a beni, servizi e comunicazioni in qualsiasi momento, aumentando le possibilità di scelta individuale, ma generando anche una forma di bulimia produttiva».
Siamo vittime della bulimia produttiva
«Avere tante, tantissime, troppe scelte, troppe possibilità, significa finire in uno stato di assedio e di dispersione. Assedio del proprio tempo e dei propri spazi, e dispersione del proprio sé, della capacità di scegliere, di dire di no, di tutelarsi. Il riposo, in altre parole, è diventato un atto clandestino, siamo noi a dover decidere quando fermarci, mentre tutto intorno continua a funzionare e lo facciamo a discapito della nostra immagine di fronte a noi stesse e agli altri. Questo rende la sospensione più difficile», chiarisce Lenzi.
Si può tornare indietro?
Che si possa tornare indietro, ai tempi dei negozi chiusi alla domenica, non sembra però possibile, «né necessariamente auspicabile. La società dei servizi, il turismo, i trasporti, la sanità e molte altre attività richiedono una continuità che prima era molto meno estesa. Inoltre quel modello sociale era legato anche a una diversa organizzazione della famiglia e dei ruoli di genere, che certamente non costituisce un riferimento al quale tornare», dice la sociologa, che va oltre.
Cambiare prospettiva è necessario
Intanto va ricordato che, «in una società in cui tutto è sempre disponibile, il riposo di qualcuno spesso presuppone il lavoro di qualcun altro», sottolinea Lenzi, che aggiunge: «Più che immaginare un ritorno generalizzato alla domenica chiusa, credo sia più realistico ragionare su tempi di riposo effettivi, prevedibili e socialmente riconosciuti con turnazioni adeguate, diritto alla disconnessione, limiti alla reperibilità e una maggiore tutela del tempo personale. Occorre soprattutto decidere se il tempo libero deve essere considerato semplicemente il residuo del tempo produttivo oppure una componente essenziale del benessere individuale e collettivo».