La legge che ha riconosciuto il nostro amore

07 06 2019 di Flora Casalinuovo
<p><span>I baci del Gay Pride di Modena. Foto di Martina Lombezzi - Contrasto</span></p>

I baci del Gay Pride di Modena. Foto di Martina Lombezzi - Contrasto

Sono passati tre anni dall’approvazione delle unioni civili. Ma sui diritti c’è ancora molto da fare. Lo racconta la protagonista di questa storia che, dopo lo scambio delle fedi, è corsa dal giudice a chiedere che suo figlio potesse avere due mamme

«Da quel momento ho potuto urlare: “Io esisto”». Elena Apparuti, 47enne modenese, ricorda così il giorno in cui ha detto sì a Cristina, la donna che ama dal 1993, da quando ha incrociato il suo sguardo per la prima volta alla facoltà di Chimica. Elena ci racconta la sua storia con la spontaneità di chi è innamorata e con la serietà di chi, per pronunciare una semplice parola, ha aspettato decenni.

Perché fino al 5 giugno 2016, giorno in cui in Italia le unioni civili sono diventate realtà, lei e Cristina non erano niente. A tre anni dalla cosiddetta legge Cirinnà (dalla senatrice Pd che l’ha promossa) quindi, è tempo di bilanci. «Il nostro è positivo» riflette Elena. «Abbiamo celebrato l’unione il 1° settembre 2017 prima con una cerimonia intima in Comune e poi, qualche giorno dopo, con una grande festa».

<p><span>I baci del Gay Pride di Modena. Foto di Martina Lombezzi - Contrasto</span></p>

I baci del Gay Pride di Modena. Foto di Martina Lombezzi - Contrasto

Gli occhi di questa donna sorridono ricordando quei momenti

E si illuminano quando ripensano al figlio, ormai 13enne, che ha portato le fedi e ha raccontato in un tema che quella è stata la giornata che gli ha cambiato la vita. «Sì, con quella firma nessuno può dirci che non andiamo bene, che siamo diversi. È una sensazione che ci portiamo addosso da sempre. Il nostro amore è stato un percorso lungo, con i condizionamenti esterni a fare da zavorra. Quando abbiamo deciso di diventare una famiglia (hanno fatto la fecondazione assistita in Spagna, ndr), abbiamo lottato con la paura di sbagliare come genitori perché siamo omosessuali. Ecco, è come se l’unione civile avesse cancellato tutto perché ha legittimato il nostro amore davanti al mondo».

Anche la quotidianità è diventata più facile, come un mare che si fa quieto dopo tante onde

«Siamo serene: è bello poter rispondere: “mia moglie” al direttore della banca che mi chiede per l’ennesima volta chi è la cointestataria del conto. Mi placa sapere che, se dovessi stare male, Cristina potrebbe decidere sulla mia salute, mentre prima spettava solo ai miei genitori. Questa tranquillità riguarda anche l’aspetto economico, dalla reversibilità della pensione all’eredità».

Elena parla veloce, quasi faticando a trattenere l’orgoglio per un legame che ha trovato il finale più bello. Poi, però, si ferma un attimo. Perché l’happy end, quello da film, non c’è ancora. E forse non arriverà: la questione aperta riguarda il figlio.

«La mamma biologica è Cristina, l’ha portato lei in grembo. E la legge Cirinnà non prevede la famosa stepchild adoption, ovvero la possibilità per il coniuge di adottare il figlio del partner. Ma in realtà la stepchild è già contemplata nell’ordinamento italiano, perché è regolamentata dalla norma sulle adozioni del 1984. Ovviamente nel caso delle coppie omosessuali non è un atto semplice: l’ultima decisione viene lasciata al giudice».

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I baci del Gay Pride di Modena. Foto di Martina Lombezzi - Contrasto

Così, dopo il sì, Elena e Cristina hanno iniziato un’altra battaglia, fatta di avvocati, visite dei servizi sociali e psicologi che valutano se Elena può adottare

Se loro sono una buona famiglia per il bimbo che hanno amato e cresciuto. «La sentenza è arrivata a febbraio 2018. Anche il nostro ragazzo è dovuto andare dal giudice per sottolineare che a casa, con le sue due mamme, stava bene. Un’esperienza che gli avremmo risparmiato. Però ce l’abbiamo fatta, anche io sono la sua mamma. Posso andare a prenderlo a scuola, ritirare la pagella, accompagnarlo a una visita medica senza deleghe di Cristina. Purtroppo la stepchild adoption non è un’adozione piena, non riconosce i rapporti del minore con i parenti di chi l’ha adottato: significa che se noi dovessimo mancare, nostro figlio non potrebbe stare con i miei, con la zia che adora, ma solo con la famiglia di Cristina. Il resto dei suoi affetti sarebbe tagliato fuori».

Il futuro non turba comunque la gioia di questa donna. Anche il presente, d’altronde, ha qualche nuvola: in Italia non si respira una bella aria perché il diverso fa paura e la politica non sembra in prima fila per tutelare i diritti civili. «Tre anni fa la legge Cirinnà poteva essere l’inizio, ma c’è stata una battuta d’arresto e invece di sognare adozione piena e matrimonio egualitario (quello tra persone dello stesso sesso, ndr) dobbiamo ancora tutelare quello che abbiamo ottenuto. Io sono contenta di vivere a Modena, una città che ci ha sempre accolto e sostenuto. Pensa che lavoro alla Panini, il famoso editore: il mio direttore ha brindato alla nostra unione con tutto il cuore e ha sempre fatto il tifo per noi. Ma non funziona così ovunque. Infatti sono pronta a scendere in piazza, a lottare. Ho 47 anni, sono orgogliosa del mio percorso e ho la forza di sorridere a chi non ci considera una famiglia normale. Ma penso a una ragazza giovane che non possiede lo stesso coraggio. E allora, nel 2019, deve rinunciare a vivere la sua vita a pieno, come tutti gli altri».

I numeri

13.256 i cittadini italiani che si sono uniti civilmente dal 5 giugno 2016. 6.712 lo hanno fatto nel nostro Paese, il resto ha trascritto le unioni già avvenute all’estero (Fonte Istat).

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