Donne, non facciamoci più la guerra in ufficio

23 05 2018 di Isabella Fava
<p>Una scena di "Good girls revolt", la serie di Netflix ambientata nella redazione di un giornale nel 1969</p>

Una scena di "Good girls revolt", la serie di Netflix ambientata nella redazione di un giornale nel 1969

Abbiamo meno promozioni e stipendi più bassi degli uomini. Ma se non riusciamo ad affermare il nostro valore, è anche perché siamo spesso in gara con le altre donne. È la tesi di una famosa giornalista americana. Che in un libro e in questa intervista dice: «Le colleghe non sono rivali, sono alleate»

A chi non è mai capitato? Tavolone, riunione col capo, finalmente è il tuo turno, hai raccolto idee e opinioni e stai per parlare… Quando il collega al tuo fianco si intromette con voce alta e tono strafottente, e ti ruba la scena cercando di prendersi il merito del progetto che hai messo a punto tu. Non bastasse, è appena arrivato un nuovo acquisto: sorridente, più giovane, spigliata e con un curriculum da paura. Un’altra lei con cui fare i conti e che senti come una minaccia per il piccolo giardino che sei riuscita diligentemente a coltivare. Sto esagerando? Forse non molto, dato che su come difendersi nei luoghi di lavoro l’americana Jessica Bennett ha appena scritto un libro dal titolo che non lascia adito ai dubbi: Feminist Fight Club, Manuale di sopravvivenza in ufficio per le ragazze che lavorano (Salani). Un saggio illuminante e ironico, diventato un caso editoriale in corso di traduzione in 10 Paesi.

Il filo conduttore di questa “bibbia da scrivania” è la lotta contro il sessismo e gli uomini retrivi che non permettono a noi donne di crescere, che ci considerano geishe a cui chiedere di portare il caffè, che dietro le spalle (ma anche davanti) si concedono pesanti apprezzamenti. Una buona parte di Feminist Fight Club, però, è riservata anche ai comportamenti sbagliati di cui dovremmo liberarci: dalla tendenza ad autosabotarci al sentirci sempre in competizione con il mondo. Comprese le altre donne. Jessica scrive: «Il sessismo odierno è insidioso, disinvolto, politicamente corretto e addirittura amichevole. È un comportamento che si individua con difficoltà, mai troppo palese, arduo da quantificare e ancor più da denunciare, che magari non è neppure conscio e intenzionale. Può manifestarsi anche in capi ben intenzionati, colleghi progressisti, persino femministi. Il che non lo rende meno deleterio, anzi».

Da dove nasce il sessismo sul lavoro?

Da atteggiamenti culturali radicati nel tempo, che dipendono dal fatto che fino a pochi anni fa molte professioni erano precluse alle donne. Le cose sono cambiate, però alcune discriminazioni e pregiudizi rimangono. Basti pensare al divario salariale, alle molestie. Ma anche al modo in cui ragioniamo: se una donna ottiene un buon posto e fa carriera è fortunata, mentre un uomo è bravo e se lo merita.

Come uscirne?

Proprio per questo è nato il Feminist Fight Club. All’inizio eravamo una decina di amiche, ci trovavamo a casa dell’una o dell’altra per “sparlare” del lavoro, sfogarci e capire cosa fare. Poi è diventato un modello a cui ispirarsi: allearci tra donne per combattere le ingiustizie.

Ma non siamo noi le prime a farci la guerra?

Sì, la competizione tra donne è molto comune. Una volta entrate nel mondo del lavoro, abbiamo cominciato a lottare una contro l’altra per i pochi posti ambiti. La soluzione? Avere più chance per non doverci spartire quella piccola fetta di torta. Ma anche capire che insieme facciamo più strada.

Un’altra caratteristica femminile è portare molto della nostra vita privata nel lavoro.

Non penso che ci sia nulla di sbagliato, come non è sbagliato manifestare le proprie emozioni. Gli uomini lo ritengono “poco professionale”, mentre fa parte dell’identità delle persone. È il modo in cui viene percepito all’esterno che fa la differenza: se un uomo esprime rabbia, tiene molto al suo lavoro; se lo fa una donna, è colpa degli ormoni, è isterica, arrogante oppure troppo emotiva. Pregiudizi che valgono ancora di più se la donna in questione è il capo.

Poi ci sono le mamme che lavorano.

Anche qui vige lo stereotipo che, siccome devono badare ai figli, rubino tempo e concentrazione al lavoro. Gli studi hanno dimostrato che è falso.

Le colleghe senza figli, però, spesso credono che le mamme abbiano dei privilegi.

Ma non è mica una gara tra chi fatica di più in ufficio e chi a casa!

Qual è il nostro difetto più comune?

La tendenza a dubitare di noi stesse. Ha presente la “sindrome dell’impostore”? Ci colpisce in modo sproporzionato: consideriamo ogni cosa una sfida, la pressione diventa enorme perché pensiamo di non essere mai all’altezza del compito che ci hanno affidato. Di non meritarcelo. Non è la verità. È questo sistema che ci ha reso insicure.

Ma gli uomini non si sentono mai come noi?

Certo. Anche le donne possono essere sessiste: l’importante è rendersene conto. Di sicuro, nella negoziazione, a rimetterci di più siamo noi donne.

Il mondo del lavoro è diverso a seconda degli Stati. E i consigli che dà nel suo libro valgono in America, ma forse non in Italia.

Non è proprio così: il sessismo è universale. C’è sul lavoro e fuori. E tra Paese e Paese ci sono più punti in comune di quello che si pensa. La nostra sfida è questa: accettare che ci sono tante similitudini tra le donne, che la parità di genere è importante, che oggi a essere svantaggiate siamo soprattutto noi. Per questa ragione dobbiamo allearci, riconoscere i meriti le une delle altre, sostenerci e supportarci sul lavoro. Dobbiamo essere complici e non competitive. Solo così possiamo davvero superare le barriere. E alla fine tutti ne trarranno i benefici: uomini e donne.

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