Sulle ambulanze del servizio 118 di Napoli sono arrivate le telecamere. La prima è stata installata il 15 gennaio e nei prossimi giorni la videosorveglianza sarà operativa su una quarantina di mezzi. È la risposta – insieme a un disegno di legge calendarizzato a febbraio in Senato – al boom di aggressioni contro il personale sanitario che ha fatto discutere all’inizio di questo 2020, con la dottoressa strattonata da un paziente e l’ambulanza sequestrata da un gruppo di ragazzi.

Episodi che ha vissuto anche il professor Daniele Coen, autore del saggio Margini di errore. Perché i medici sbagliano (Mondadori), appena arrivato in libreria. Oggi in pensione, è stato per anni Direttore della Medicina d’urgenza e del Pronto Soccorso all’ospedale Niguarda di Milano, uno dei più grandi d’Italia. «A me è capitato più di una volta di essere aggredito» ricorda. «Le telecamere sulle ambulanze sono utili come deterrente. Ma bisogna lavorare soprattutto sull’informazione ai cittadini e sulla carenza di personale. Che si traduce spesso in attese, tensioni e, a volte, episodi violenti».

Aggressioni e denunce contro i medici

«Siamo persone e la medicina non è una scienza esatta come la matematica». Le aggressioni sono un lato della medaglia. L’altro è rappresentato dall’aumento delle denunce contro i medici: si è passati dalle 13.000 all’anno del 2000 alle 30.000 attuali. Un “raddoppio” dovuto a tanti fattori, che Daniele Coen cerca di riassumere nel suo libro, partendo dall’analisi di casi clinici vissuti da lui o da suoi colleghi. Come quello di Antonio, un avvocato di 72 anni in apparente perfetta forma, arrivato al Pronto Soccorso per un dolore lancinante allo stomaco. Dopo la visita si sente meglio, la dottoressa gli prescrive gli esami del caso: tutto a posto. Così viene dimesso, anche se il medico non è convinto al 100%. Il giorno dopo, infatti, Antonio ritorna perché «il cuore va troppo veloce». Ci sono altri specialisti, i dubbi della prima dottoressa si perdono tra un reparto e l’altro e, di nuovo, il disturbo rientra. La Tac viene quindi fissata per 48 ore dopo. Antonio non la farà mai. Morirà prima per una dissezione aortica.

Su 8 milioni di persone ricoverate ogni anno in Italia, 320.000 subiscono danni e 30.000 muoiono a causa di errori nelle cure o di disservizi nell’assistenza. 8 medici su 10 hanno subito almeno una denuncia

«Ho rivissuto queste vicende perché parlarne è vitale» spiega Coen. «Fino a una ventina d’anni fa, l’errore medico era tabù: i dottori, quasi presi da un senso di onnipotenza, non lo ammettevano o lo facevano tra le mura di una stanza obbligati dal primario. Poi si è capito che questa omertà era pericolosa, cristallizzava i problemi. Così, pian piano, la categoria ha cominciato ad affrontare il fenomeno e ora sappiamo che lo sbaglio va analizzato per imparare». I medici sono umani, ammette il professore. «Sbaglia un ingegnere, sbaglia un giornalista. Noi, però, abbiamo a che fare con la vita. Questo aspetto sembra costringerci all’infallibilità.Nulla di più fuorviante: siamo persone e la medicina non è una scienza esatta come la matematica. Alla base di un errore, poi, non c’è solo una decisione sbagliata, il cosiddetto “deficit di conoscenza”, ma anche una serie di elementi che creano una falla. Pensiamo al medico, stanco dopo la notte di guardia, che non prescrive con attenzione la dose di un farmaco. Di solito l’infermiere nota la disattenzione ma se, per esempio, capita a un cambio di turno la comunicazione può mancare e arriva l’errore.

Secondo la rivista Annals of emergency medicine, il 24% degli errori è legato al passaggio di consegne. Ecco, quando pensiamo alla soluzione, dobbiamo lavorare su comunicazione e organizzazione. La prima è sempre più informatizzata e le cartelle cliniche sono precise, ma tra colleghi dobbiamo comunque raccontarci sfumature e sensazioni su un caso. Per l’organizzazione servono competenze diverse, come quelle sulla gestione dei flussi. Il chirurgo americano Atul Gawande se n’è occupato per l’Oms e ha studiato i modelli dell’aviazione civile per capire come eliminare imprecisioni e sbavature».

La “medicina difensiva”

«Le storie che racconto nel libro sono vissute in prima persona: ognuna ha lasciato un segno». Coen non ha mai subito una denuncia né affrontato una causa (che in 3 casi su 4 si risolve con la piena assoluzione del medico) ma sa che spesso è solo una questione di “fortuna”. «La gran parte degli errori di cui scrivo nel libro sono miei. Ognuno ha lasciato il segno. Di notte non ci dormivo, rivivevo i dettagli come un incubo. Ma ho imparato a non farmi schiacciare e a farne tesoro. Come mi è accaduto con Anna, un’insegnante. La sera prima era andata a letto con un’influenza, il mattino dopo era incosciente. Sospettammo subito una meningite, ma una terribile catena di imprecisioni e problemi di comunicazione tra il personale fecero precipitare la situazione. Anna morì dopo qualche ora. Un antibiotico avrebbe potuto salvarla. Da allora, abbiamo stabilito un protocollo con linee guida rigide per tutti i casi simili».

Errori e conseguenti denunce possono avere un effetto boomerang: la cosiddetta “medicina difensiva”. «Uno studio dell’Ordine dei medici di Roma ha sottolineato che il 68,9% dei camici bianchi aveva proposto, nell’ultimo mese, il ricovero a pazienti gestibili in ambulatorio, il 61,3% aveva prescritto un numero di esami maggiore e il 51,5% aveva dato farmaci non necessari. Questo costa alla sanità 9 miliardi di euro all’anno».

IN LIBRERIA

S’intitola Margini di errore. Perché i medici sbagliano (Mondadori) il saggio di Daniele Coen, ex direttore della Medicina d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano. Coen racconta i casi clinici che ha vissuto personalmente e gli sbagli che portano a diagnosi errate.