Il codice rosso sta aiutando davvero le donne?

25 09 2019 di Flora Casalinuovo
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In due mesi, la legge che ha creato una corsia preferenziale contro i reati di violenza di genere ha fatto raddoppiare le segnalazioni. Velocizzare, però, non equivale a salvare: i femminicidi sono all’ordine del giorno. E si attendono ancora 6 anni prima di una condanna

Un’impennata di denunce, con numeri record. Ecco il primo effetto del Codice rosso, a 2 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. La legge 69 del 2019 che introduce una corsia preferenziale contro i reati di violenza di genere ha fatto raddoppiare le segnalazioni. I numeri delle procure parlano da soli: 30 allarmi al giorno a Milano e a Napoli (contro i 15 del 2018), 25 a Roma, una decina a settimana persino in città come Piacenza o Genova, mentre a Palermo si sono registrati 30 casi solo nei primi giorni di settembre.

Ma le cifre viaggiano di pari passo con le crepe. Perché velocizzare non fa rima con salvare, come testimonia la storia di Adriana Signorelli, la 59enne milanese uccisa a coltellate dal marito il 31 agosto. Aveva raccontato anni di botte alla polizia, era scattato il Codice rosso, ma nulla ha fermato la furia dell’uomo. Allora, cosa funziona in questa norma e cosa, invece, non è efficace?

Il picco delle denunce non significa un aumento dei reati

Lo dicono le procure e ne è convinto anche Fabio Roia, presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, che lotta da 30 anni al fianco delle donne. «È presto per un bilancio. Ma con il Codice rosso la polizia deve comunicare subito il reato al pubblico ministero che, a sua volta, deve interrogare la vittima entro 3 giorni: questo evita che tutto languisca sulle scrivanie per mesi. Perché chi subisce violenza spesso va alla polizia ma, provando sentimenti ambivalenti verso il carnefice, ritratta dopo qualche settimana. E gli inquirenti pensano che l’emergenza sia cessata, quando invece non è così.

Un altro aspetto positivo sono i fari puntati verso crimini come lo stalking, la violenza assistita (quella in presenza di minori, ndr) e il revenge porn, ovvero la diffusione illecita di immagini e video a sfondo sessuale». La violenza ha infatti mille sfumature e nessuna va dimenticata. «È importante anche aver specificato nella legge le pene per le aggressioni con l’acido» precisa Raffaella Palladino, presidente di D.i.Re, la Rete nazionale dei centri antiviolenza. «E aver velocizzato i tempi: le donne ora si fidano di più delle istituzioni, si sentono tutelate».

Proprio la velocità può trasformarsi in un’arma a doppio taglio

Il boom delle denunce da una parte è segno dell’efficacia della nuova legge, dall’altra ha l’effetto collaterale di intasare le procure, che spesso sono in carenza di organico. Con la conseguenza che è impossibile seguire con la stessa attenzione ogni caso. Non solo: se tutto è “da Codice rosso”, si mettono sullo stesso piano le vicende in cui la vittima è in pericolo e quelle meno gravi. Se n’è accorto Francesco Menditto, procuratore di Tivoli, che ha creato un sistema-modello. «Abbiamo ideato un protocollo per le forze dell’ordine, perché sono loro a dover inquadrare subito la situazione, e abbiamo stilato le domande-chiave da porre alla vittima. Per esempio: tuo marito ti ha mai minacciato davanti a tuo figlio? Ti ha stretto le mani intorno alla gola? Hai subito delle lesioni anche se non sei andata in ospedale? Le risposte permettono di ricostruire bene i fatti».

«Poi abbiamo creato un vademecum su come raccogliere le prove. È vietato ridimensionare: su un verbale non si scrive “lite in famiglia” o “problemi per la separazione”, ma si spiega quello che è accaduto nei dettagli. Infine, sul fascicolo si mette un bollino rosso se c’è la massima urgenza, giallo per una situazione intermedia, verde se le forze dell’ordine hanno già eseguito un’indagine e il magistrato non deve quindi richiamare la vittima entro 72 ore. Così si evitano intasamenti in procura e si agisce con più consapevolezza».

Serve personale specializzato tra gli avvocati e i magistrati

Il sistema-modello di Menditto integra, di fatto, una novità introdotta dal Codice rosso: tutte le persone che lavorano contro la violenza di genere, dai poliziotti agli avvocati, fino ai magistrati e agli assistenti sociali, devono essere davvero competenti.

«Con il Codice rosso la formazione diventa obbligatoria. Nel 2019 non deve più esserci un pubblico ufficiale che invita a sdrammatizzare le percosse» specifica il giudice Fabio Roia. «Bisogna essere sempre più specializzati, quindi un poliziotto o un pm devono essere preparati in modo specifico e occuparsi esclusivamente di questi problemi. La formazione deve essere anche pratica, con la simulazione di casi, e a 360 gradi, con approfondimenti di psicologia e medicina legale».

Il Codice rosso è come una Ferrari senza benzina

La legge, da sola, si può paragonare a una bella macchina che non ha carburante: bisogna occuparsi anche di quello che succede dopo la denuncia, come si è visto per il caso di Adriana Signorelli. «Molte vittime, dopo essere state ascoltate dalle forze dell’ordine, non sanno dove andare perché in tante zone d’Italia mancano centri e case rifugio» osserva Raffaella Palladino di Di.Re.

«Spesso i carnefici tornano presto a colpire, incattiviti proprio dalla segnalazione. Senza contare che ci vogliono 6 anni per una sentenza di primo grado: in tutto questo tempo la vittima resta nel limbo, senza chiudere un capitolo così doloroso. Allora, servono più strutture operative ed efficienti e una riforma della giustizia per questi reati. Quando un uomo viene incarcerato perché preso in flagrante non deve essere rilasciato perché un giudice non lo ritiene pericoloso. E il Codice rosso, la famosa corsia preferenziale, deve valere per tutto l’iter, fino alla condanna definitiva».

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