Bambina a letto smartphone

Mio figlio sta sempre sul telefono

Lascereste vostro figlio uscire di casa senza sapere con chi si vede e cosa fa? Senza dare un orario di rientro e senza indagare le emozioni sul suo volto, quando si ritira nella sua stanza? Credo di no. Eppure, seduti a tavola, è quello che facciamo quotidianamente. Magari lui non ha messo il naso fuori di casa e ci sembra assurdo chiedergli com’è andata, chi ha incontrato, di cosa hanno parlato. Ma in realtà è uscito, forse è stato fuori parecchie ore, in un mondo senza confini, che di virtuale ha solo una dimensione: lo spazio. E nient’altro.

I social network, i giochi online e ogni forma di community sono il mondo nel quale i nostri figli escono. Con tutto ciò che comporta. Incontrano persone nuove, giocano, imparano a vincere, a perdere, a collaborare. Allargano i loro orizzonti, scoprono gruppi musicali, autori. Comunicano in altre lingue. Si appassionano a uno stile di ballo, decidono di imparare a disegnare. Allo stesso tempo si vergognano di come sono, vengono presi in giro o prendono in giro, cedono alle lusinghe, cercano di piacere, di costruire un’immagine di sé, di sentirsi grandi e di dimostrare di esserlo.

«Sta sempre sul telefono» è la lamentela tipica dei genitori di oggi. Sì, ma cosa sta facendo? Lo sappiamo? Potremmo descriverlo? Questa è la radice del problema. Consideriamo lo smartphone come il ladro dell’attenzione dei nostri figli, rubata allo studio, ai libri, allo sport. Li rimproveriamo a prescindere per il solo fatto di averlo tra le mani. Come se tutto il tempo passato lì sopra sia perduto, non abbia valore.

Inizia così la loro vita a noi sconosciuta. Come fanno a parlarci di qualcosa che per noi non esiste, se non come insulsa perdita di tempo? Ed eccoli, esseri umani acerbi, soli dentro un mondo enorme, dove si aggirano per lunghe ore, finché le urla dei genitori non li costringono a tornare in casa. Con tutto il bagaglio di emozioni raccolte là fuori ben nascosto dentro. Ché tanto nessuno si interesserà a tirargliele fuori.

Lo so, quello che è successo alla piccola Antonella, che si è strangolata forse per una sfida su un social network, ci ha fatto paura. Probabilmente ne abbiamo parlato ai nostri figli, abbiamo stabilito nuove regole, addirittura li abbiamo disiscritti dalla piattaforma di turno. Ci saremmo comportati così di fronte alla notizia di una sfida tra compagni di classe finita male? Li avremmo ritirati da scuola? No, avremmo attivato le nostre antenne, indagato bene chi sono i compagni di classe, come funzionano le relazioni tra loro, cosa si dicono, di cosa parlano, cosa provano.

Forse è il tempo non di ritirarli da Internet, ma di sedersi di fianco a loro. Non di sbirciare di nascosto la loro vita dentro il telefono, ma di mostrare curiosità e attenzione affinché ce la raccontino. Senza denigrarla o sminuirla. Conquistandoci il ruolo di guide, consiglieri, confidenti. Perché anche se non capiamo niente di TikTok, sappiamo bene cosa significa voler piacere e meritare l’attenzione. E poi perché la grande verità è quella che dice il figlio al padre nella serie Netflix del momento, Lupin.
- Sei sempre sul telefono, io alla tua età leggevo.
- Solo perché ai tuoi tempi non esistevano ancora gli smartphone, papà.

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