Omicidio stradale, la legge non basta

Alta velocità e alcol sono le cause della maggior parte di incidenti mortali sulle strade. Eppure dal 2016 abbiamo la legge sull'omicidio stradale e i limiti sul tasso di alcol nel sangue sono molto severi. Quindi cosa servirebbe?

Secondo Giovanni Busacca, capo della Polizia Stradale intervistato dal Corriere della Sera, «i morti tra i 15 i e 19 anni sono aumentati del 25% in un anno» e un incidente su tre sarebbe provocato proprio da alcol e droga, a cui si aggiunge spesso l’alta velocità.

Ricordiamo, alla fine del 2019, la morte di Gaia e Camilla a Roma, poi il caso in Alto Adige, dove una comitiva di turisti tedeschi è stata travolta da un’auto con un bilancio di 7 vittime e numerosi feriti; poi ancora la morte di due donne di 43 e 33 anni a Senigallia, colpite da un’auto guidata da un 47enne. In tutti i casi si è trattato di automobilisti, più o meno giovani, che si sono messi alla guida dopo avere bevuto e il cui tasso alcolemico è risultato superiore fino a quattro volte i limiti previsti.

Dal 2016 l’omicidio stradale è reato, grazie alle battaglie condotte soprattutto dai familiari delle vittime della strada. Ma questo è davvero un deterrente efficace? «Purtroppo la legge così com’è, basata su pene anche spropositate, non ha ottenuto i risultati sperati. Occorrerebbe un intervento preventivo, non solo repressivo, che passi dalle modalità di rinnovo, revisione o verifica dei requisiti previsti per la patente» commenta Fabio Piccioni, Presidente della commissione legale dell’Associazione Familiari e Vittime della Strada (Afvs).

Omicidi stradali: occorre fare di più?

La legge sul reato di omicidio stradale (n.41/2016) prevede che chiunque causi, per colpa, la morte di un’altra persona violando il Codice della Strada, sia punito con una reclusione da 2 a 7 anni, che possono aumentare a, rispettivamente, 8 e 12 nel caso in cui il guidatore sia sotto effetto di alcol e/o sostanze stupefacenti. Ma quanto è efficace questa legge? Secondo alcuni osservatori i risultati dalla norma non sono all’altezza delle aspettative: nel 2018 gli incidenti con lesioni a persone sono stati 172.553, solo l’1% in meno rispetto al 2015. Quelli mortali sono calati solo del 4,6%, passando da 3.236 a 3.086. E gli effetti non sembrano dovuti soltanto alla legge sull’omicidio stradale, quanto al miglioramento di strumentazioni e standard di sicurezza stradale (dagli airbag agli Abs), introdotti su spinta europea con l’obiettivo di ridurre la mortalità su strada. I numeri italiani risultano in linea con quelli dei partner (-19% di vittime dal 2011 al 2018 a fronte di un calo del 21% medio nei 28 Paesi Ue).

«Se si volesse davvero contrastare il fenomeno dell’omicidio stradale si dovrebbe decidere che ogni volta che si va a revisione, rinnovo o verifica dei requisiti fisici per la patente, sia previsto anche il controllo di quelli fisiopsichici, cioè un semplice esame delle urine per individuare eventuali tracce di alcol o droghe. Si affiancherebbe alla visita oculistica e permetterebbe di individuare eventuali alcolisti cronici o assuntori abituali di sostanze stupefacenti: questo sarebbe un vero deterrente a livello preventivo. Poi occorrerebbero sicuramente più forze dell’ordine a presidiare il territorio, ma conosciamo bene le difficoltà di organici e bilanci» spiega l’avvocato Piccioni.

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Alcol e guida: quali sono i limiti

I dati non lasciano dubbi: velocità e alcol, insieme alla distrazione spesso causata dagli smartphone, sono i principali responsabili degli incidenti. In un anno le infrazioni per eccesso di velocità sono aumentate del 35%, anche se le vittime sono calate (da 302 a 266), segno che gli autovelox hanno un effetto deterrente. Non così efficaci sembrano invece i controlli con gli etilometri. La legge fissa in 0,5 grammi/litro il limite di alcol nel sangue per mettersi alla guida, mentre il nuovo codice della strada prevede tolleranza zero (assenza di alcol) per i minori di 21 anni, i neopatentati (meno di 3 anni) e per i conducenti professionali o di autoveicoli con patente C, D ed E. «Si tratta di limiti assolutamente consoni e congrui con quelli di altri paesi europei e stranieri: in alcuni, addirittura, si ha lo 0,2 g/l o lo zero totale di alcuni Stati ex Urss» aggiunge il Presidente della commissione legale Afvs.

Ma come funzionano i test?

L’alcoltest

A misurare i livelli di alcol possono essere Polizia, Carabinieri, Polizia Municipale, ecc., attraverso l’alcoltest. Il conducente deve soffiare attraverso l’apposito etilometro, due volte a distanza di 5 minuti. In caso di superamento delle soglie consentite scattano sanzioni differenti a seconda del tasso alcolemico rilevato:

  • Tra 0,5 e 0,8 g/l: multa da 532 a 2.127 euro e sospensione della patente da 3 a 6 mesi;
  • Tra 0,8 e 1,5 g/l: la violazione diventa reato e scatta un’ammenda (da 800 a 3.200 €) con arresto fino a 6 mesi e sospensione della patente da 6 mesi a un anno;
  • Oltre 1,5 g/l: ammenda da 1.500 a 6.000 €, arresto da 6 mesi a un anno, sospensione della partente da 1 a 2 anni (che possono arrivare a 4 se il veicolo appartiene ad altra persona); il giudice può anche disporre il sequestro dell’auto e, in caso di condanna, la confisca da parte dello Stato.

Nel caso di recidiva, con infrazione di guida in stato di ebrezza ripetuta nell’arco di due anni, la patente viene revocata, così come per l’omicidio stradale. Chi viene fermato dalle forze di polizia e si rifiuta di sottoporsi all’alcoltest, commette un illecito penale e può essere punito con un’ammenda (da 1.500 a 6.000 €), un arresto (da 3 mesi a 1 anno), la sospensione della patente (da 6 mesi a 2 anni) e la revoca in caso di recidiva o confisca del mezzo, se di proprietà.

«L’efficacia dell’alcoltest dipende naturalmente da soggetto a soggetto, dal metabolismo del singolo individuo, dal fatto che abbia dormito o lavorato, fumato, ecc.» spiega Piccioni. Esistono però valori di riferimento standard che aiutano a capire quanto si possa bere rimanendo nei limiti di legge.

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Quanto si può bere prima di guidare

Con la legge 120/2020 i locali che somministrano alcolici oltre la mezzanotte, come pub, discoteche e ristoranti, sono tenuti ad affiggere le tabelle alcolemiche che indicano limiti di legge e sintomi legati all’assunzione di alcol (dall’ebrezza alla perdita di inibizioni e controllo, fino a nausea, sonnolenza, ecc). Ma come si capisce quanto bere? I valori di alcolemia, cioè quantità di alcol nel sangue che si raggiungono, variano in base a sesso, peso corporeo e condizioni generali, per esempio se si è a stomaco vuoto o pieno. Prendendo il caso di una donna* di 60 kg che beve una birra analcolica (330 cc) a stomaco vuoto, il tasso di alcolemia è di circa 0,04 g/l, che sale a 0,29 con una birra leggera, a 0,42 con una normale e 0,67 – dunque oltre il limite di 0,5 – nel caso di una birra speciale. Con un bicchiere di vino (125 cc) si arriva invece a 0,38 g/l, che può arrivare a 0,58 con alcuni superalcolici. Una coppa di spumante, invece, dà un tasso alcolemico di circa 0,28 g/l, un digestivo di 0,24/0,28 g/l.

I valori risultano più bassi se si beve a stomaco pieno: ad esempio, prendendo sempre una donna di 60 kg, con una birra normale arriverà a 0,24 g/l, con una doppio malto a 0,48. Ovviamente va tenuto conto che l’apporto di un amaro a fine pasto (0,15/0,18 g/l) deve sommarsi a quello eventualmente assunto con il vino o una birra già bevuti in precedenza. Lo stesso vale per un uomo, pur con le debite oscillazioni: il tasso di alcol su un soggetto di 80 kg a stomaco vuoto varia dagli 0,32 g/l per una birra normale agli 0,63 per una doppio malto (fuori dai limiti degli 0,5 g/l), passando per lo 0,29 di un bicchiere di vino allo 0,43 di un superalcolico. Valori che si riducono se si beve durante o dopo i pasti, con un valore massimo di alcol di 0,36 g/l solo per una birra doppio malto.

*Si tratta di valori standard, calcolati con la formula di Widmark corretta seguendo indicazioni della legge 160/2007 e secondo indicazioni degli esperti della Commissione ministeriale, che si riferiscono a un’assunzione entro i 60-100 minuti precedenti.

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