Nato nel 1998, il Premio Donna dell’Anno è da sempre un riconoscimento al coraggio, all’impegno, alla solidarietà femminili. Tra le donne straordinarie che l’hanno ricevuto l’attivista yazida Nadia Murad, simbolo della lotta all’Isis che ha vinto il Nobel per la Pace 2018, e l’ex top model Waris Dirie, che ha subìto l’infibulazione a 5 anni e oggi lavora per impedire che altre bambine siano vittime di mutilazioni genitali.

L’edizione 2019 del Premio è dedicata alla resilienza, ovvero la capacità di resistere agli urti della vita, piegandosi senza spezzarsi, l’energia di considerare i momenti di crisi come occasioni per rinascere, più forti di prima. Il Premio è promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta, in collaborazione con il Soroptimist International Club Valle d’Aosta, e Donna Moderna come media partner. Qui le donne che dal 1998 a oggi hanno vinto il Premio e le cose straordinarie che hanno fatto per meritarlo.


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1998 – Leyla Zana

Leyla Zana nasce in Turchia nel 1961 in un villaggio nei pressi di Diyarbakir, capitale virtuale del Kurdistan. Appartiene al popolo di etnia curda, al quale è negata la possibilità di esistere. Nel 1991, è eletta prima e unica deputata curda al Parlamento turco. Il suo caso scoppia nel 1994, quando, rientrata ad Ankara da un viaggio in Europa e negli Stati Uniti per sostenere la causa curda, è – con gli altri componenti la delegazione – privata dell’immunità e arrestata nell’aula del Parlamento. Accusata di “separatismo”, la condanna a morte è evitata grazie alle pressioni internazionali, ma le viene comminata la pena di 15 anni di carcere. Da allora Leyla, divenuta il simbolo della lotta democratica e pacifica per la libertà del popolo curdo, è in carcere. Dopo un forte pressing internazionale, il 9 giugno 2004 Leyla Zana e gli altri tre imputati, Hatip Dicle, Selim Sadak e Orhan Dogan, dopo dieci anni di carcere vengono liberati su sentenza della Cassazione turca.


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1999 – Maria Maniscalco

Maria Maniscalco è stata sindaco di San Giuseppe Jato, borgo rurale alla periferia di Palermo, eletta nel 1993 e riconfermata nel 1997. Il suo è un impegno in prima linea in un contesto dei più difficili. San Giuseppe Jato è infatti tristemente noto come culla della famiglia Brusca, rifugio del pentito Di Maggio e città dove il piccolo Giuseppe Di Matteo è stato rapito e ucciso. Nel settembre 1999 l’Amministrazione comunale di San Giuseppe Jato ha costituito una società che si dedica alla produzione di “coppole” di diverse fogge e colori. L’operazione, denominata “tanto di coppola”, oltre a creare nuovi posti di lavoro, risponde all’intento di liberare il tipico copricapo siciliano dal significato mafioso che troppo spesso gli si attribuisce, per farne il simbolo della Sicilia che vuole cambiare e affrancarsi dalle cosche.


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2000 – Francesca Zuccari

Francesca Zuccari assistente sociale e docente universitaria, si occupa da trent’anni, con la Comunità di Sant’Egidio, degli emarginati della periferia di Roma. Nei primi anni Ottanta la sua attenzione e quella della Comunità si sono rivolte più specificamente verso l’emergenza di nuove e diffuse situazioni di precarietà riguardanti immigrati, pensionati, disoccupati di tutte le età, malati, portatori di handicap, giovani tossicodipendenti e famiglie con un solo reddito. Il cammino di Francesca Zuccari nel mondo delle “nuove povertà” parte da un rapporto di amicizia di strada, fatto di ascolto, di comprensione e di piccoli aiuti materiali, continua con la realizzazione di un centro di accoglienza e nel 1988 sfocia nell’organizzazione di una mensa che ogni sera da allora offre migliaia di pasti caldi. In tutti questi anni sono state più di 120mila le persone diverse che l’hanno frequentata. L’esperienza di Roma, apre la strada ad analoghe iniziative in altre città italiane ed europee, così Francesca Zuccari allestisce e organizza mense itineranti e interventi in strada a Napoli, Pisa, Firenze e Mosca.


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2001 – Chiara Castellani

Chiara Castellani, originaria della provincia di Parma, ginecologa, ha lavorato in Nicaragua durante la guerra fra sandinisti e contras, tra stragi e migliaia di morti, e ultimamente nel cuore della Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) sta lottando da sola per far rinascere la speranza là dove sembra non avere più possibilità di manifestarsi. In Nicaragua, col Movimento dei laici per l’America Latina, fra il 1983 e il 1990, presta la sua opera a Waslala, in trincea, a tu per tu con la guerra e i suoi morti. Quindi, dopo 4 anni, rientra in Italia. La nuova meta è l’Africa, con l’associazione italiana “Amici di Raoul Follereau” (Aifo), che ha organizzato un programma di intervento sanitario in Congo, nella regione di Bandundu, diocesi di Kenge, per curare il più ampio numero di persone e per ridurre la grande mortalità della zona, soprattutto quella infantile. A Kimbau, nella foresta, a 500 chilometri dalla capitale Kinshasa, si occupa attualmente di un piccolo ospedale, costruito in epoca coloniale, semidistrutto, senza letti, né luce, né acqua; gli ammalati dormono per terra.


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2002 – Barbara Hofmann

Barbara Hofmann è nata a Affoltern (Zurigo) nel 1962, specializzata in gestione aziendale e finanziaria, dopo un viaggio in Mozambico decide di dedicare la propria vita ad aiutare i bambini di quel paese. Ha fondato dei centri di accoglienza per bambini orfani e vittime di guerra in Mozambico e dedica la propria attività ai bambini di strada e ai poveri. Nel 1990 elabora un progetto per realizzare un Children Center a Beira. Ha sempre lavorato a progetti dedicati ai bambini del Mozambico aumentando i bambini ospitati a Manga e Macurungo e nelle sue scuole gratuite per i bambini poveri. I due centri ospitano 150 bambini e 1200 bambini sono iscritti alle sue scuole gratuite. Nel 2001 ha contratto la malaria ed è stata gravemente malata.


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2003 – Marilena Pesaresi

Nasce nel 1932 a Rimini. Il suo spirito missionario la porta a Chirudu (zona di confine della Rhodesia), per volere dell’Arcivescovo Montini. A causa delle tensioni determinatesi a seguito dell’indipendenza dello Zambia e Zimbabwe, lascia la zona per trasferirsi all’ospedale di Mutoko in Rhodesia a cui fa capo anche il lebbrosario di Mutemwa. Si trasferisce a Sichili nel sud dello Zambia, una zona nella boscaglia, lontana dalla città. Qui si ferma per un anno, il legame con la gente del posto diventa molto forte e si circonda di affetto e stima.Rientrata a Mutoko, affronta una sistematica opera di ristrutturazione dell’ospedale, aprendo una maternità, una casa per infermiere, un reparto uomini e un reparto malati di AIDS. In pochi anni l’ospedale si rinnova aumentando la professionalità. Donna forte e decisa, infaticabile nel servizio, è tenuta in altissima considerazione dalla popolazione che la chiama “il leone che sa”.


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2004 – Joya Malalai

Joya Malalai, giovane donna afgana nata nel 1978, vera sostenitrice dell’antifondamentalismo islamico, combatte a fianco di altre donne per la democrazia. Con grande coraggio, ha denunciato le ingiustizie contro le donne davanti ai signori della guerra, l’Alleanza del Nord, presenti alla Loya Jirga, grande assemblea del popolo afgano. Attualmente vive perseguitata, nel continuo terrore di essere eliminata per la sua valorosa accusa contro il regime afgano.


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2005 – Vera Chirwa

Vera Chirwa è la prima donna avvocato e storica attivista dei diritti umani, nata in Malawi nel 1932. Presidente dell’Associazione per la promozione e la difesa e dei diritti delle donne. Nel 1964 ebbe un ruolo di guida, assieme al marito Orton, nella campagna per l’indipendenza nazionale, ma il regime di Kamuzu Banda, rimasto poi al potere per trent’anni, li costrinse all’esilio in Tanzania. Nel 1981 la coppia venne rapita dalle forze di sicurezza del Malawi e riportata in patria dove venne accusata di alto tradimento. Amnesty International intraprese un’azione urgente per il rilascio della coppia. Nell’autunno 1992 una delegazione di esperti britannici ottenne il permesso di visitarli e finalmente Vera e Orton si rividero per la prima volta dopo otto anni. Orton morì l’anno seguente in carcere e Vera non poté nemmeno assistere al suo funerale. In seguito ottenne la grazia per ragioni umanitarie e il 24 gennaio 1993, dopo dodici anni di carcere, fu rilasciata. A partire dal 2000 Vera è relatore speciale sulle condizioni carcerarie per la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli


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2006 – Natty Petrosino

Nata a Bahia Bianca nella provincia di Buenos Aires da una famiglia benestante di origine russa, dopo un’adolescenza senza ansie, passata a fare la modella, sposa un benestante uomo d’affari. La sua vita cambia, quando all’età di 30 anni si ammala di tumore al cervello, che la porterà ad un passo dalla morte. Da allora comincia a cercare nelle strade della sua città bambini, invalidi, anziani, e vagabondi. Per sette anni si prende cura di loro nella sua casa sino a quando i suoi parenti e i suoi vicini le chiedono di smettere. Natty decide allora di lasciare la sua casa e costruire un ricovero chiamato “Hogar Peregrino San Francesco de Asis” ai margini della città su un terreno ricevuto dal sindaco dove tutti i poveri trovano un rifugio. Dal 1988 lascia il ricovero nelle mani delle suore per potersi dedicare completamente ai popoli indios.


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2007 – Lily Traubmann e Nayla Ayesh

Lily Traubmann (nella foto, a sinistra) da quando ha 15 anni organizza attività nelle scuole del Cile, dove vive, per promuovere un’educazione più democratica, giusta e partecipativa, allo stesso tempo meno classista. Dopo il golpe militare dell’11 settembre 1973, a 17 anni, Lily entra a far parte della resistenza clandestina contro la dittatura cilena. Nello stesso anno suo padre scompare, entrando a far parte della lunga lista dei desaparecidos. Dal novembre del 1974 vive in Israele nel kibbutz di Megiddo. È una delle prime attiviste, nel 1988, delle Donne in Nero. Si è impegnata a promuovere percorsi congiunti con le donne di Jenin per far conoscere alle donne israeliane le condizioni in cui vivono i palestinesi nei Territori Occupati.

Nayla Ayesh (nella foto, a destra) è da sempre impegnata in percorsi di pace: ha apportato un notevole contributo al lavoro e alle attività dei Comitati delle Donne Lavoratrici Palestinesi. È stata arrestata dall’esercito israeliano nel 1987 durante la prima Intifadah, rinchiusa nella prigione di Masqubiya, a Gerusalemme, ha abortito a causa delle torture cui è stata sottoposta. La sua liberazione è avvenuta grazie a una forte mobilitazione delle donne per la pace israeliane e internazionali. Suo marito Jamal è stato deportato dai Territori Occupati Palestinesi nell’agosto del 1988. Torneranno entrambi solo nel 1994. Al momento Nayla è Direttrice Esecutiva del Women’s Affairs Center, centro di ricerca e formazione che opera a Gaza dal 1991 promuovendo i diritti e l’uguaglianza di genere all’interno della società palestinese. E’ membro del comitato di coordinamento dell’International Women Commission.


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2008 – Asha Omar

Nata a Mogadiscio (Somalia) nel 1968, si laurea in Medicina e consegue un dottorato di ricerca in ginecologia presso l’Università La Sapienza di Roma. Ritorna in Somalia dove esercita la professione nel Corno d’Africa impegnandosi nella formazione del personale medico e para-medico e nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili. A Mogadiscio riesce a creare un centro di prevenzione per le gravidanze a rischio e la cura dei bambini con malformazioni congenite. Per aiutare la sua gente Asha mantiene stretti rapporti con i colleghi italiani di Roma e Chieti dove spesso invia i suoi pazienti per le operazioni chirurgiche più complesse. I 17 anni di guerra civile, che insanguinano la Somalia, la obbligano a vivere sotto scorta: una situazione che corrisponde agli arresti domiciliari. Gli estremisti islamici e i guerriglieri non tollerano la presenza di chi ha lasciato il paese natale per studiare all’estero. Da tre anni si è trasferita a Gibuti, dove lavora come ginecologa. Mentre i genitori vivono a Londra, Asha ha scelto la sua Africa per perseguire con tenacia un sogno.


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2009 – Musdah Mulia Siti

Nata a Bone, in Indonesia, nel 1958, Siti è una delle figure più rappresentative dell’Islam indonesiano, di cui interpreta autorevolmente la tradizionale apertura al multiculturalismo. Giurista e teologa, difende i diritti delle donne nella società musulmana, opponendosi alla poligamia e ad ogni forma di discriminazione. Siti è allo stesso tempo una donna di cultura accademica e una mediatrice sociale impegnata nella promozione dei diritti dei bambini, delle donne e del dialogo tra le religioni. Musulmana di formazione tradizionale e di stretta osservanza religiosa, si oppone a ogni integralismo. E’ impegnata nel dialogo tra le religioni e, fatto particolarmente significativo, si oppone alla pena di morte, rivendicandone l’estraneità alla corretta interpretazione islamica. Siti è stata la Presidente del Comitato statale indonesiano di revisione della legislazione islamica. Il suo impegno ne ha fatto una figura nota a livello internazionale.


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2010 – Bibisara Oripova

Bibisara Oripova è un medico psichiatra di Samarcanda che aiuta le donne a superare situazioni familiari fatte di violenza e abusi. La vita insopportabile, la mancanza di cibo e l’arretratezza sociale rendono estremamente difficili le condizioni delle donne nelle zone rurali e in quelle più remote dell’Uzbekistan: molte di loro si uccidono. La dottoressa Oripova, che è anche la Presidente dell’Associazione “Women’s Society” di Samarcanda, afferma che se si vuole eliminare il fenomeno degradante dei suicidi è necessario cambiare gli atteggiamenti e l’educazione degli uomini. Nel suo Centro cura la depressione cronica, lo stress fisico e psicologico. Dopo mesi, talvolta anni di recupero, cerca di inserire le donne in comunità protette dove i mariti non possano trovarle, dà loro la possibilità di imparare un mestiere e di ricominciare la vita in una società più civile.


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2011 – Meena Paudel e Caroline Nomfundo Pilisani

Meena Paudel (a sinistra), nata con una grave malformazione alla colonna vertebrale, è stata per questo abbandonata da piccola dalla propria famiglia. Lei ha studiato ed è diventata inarrestabile, non si è accontentata, non le è bastato conquistare l’autonomia per sé. Si batte per non vedere più bambine vittime sin dalla nascita della violenza e del pregiudizio. Così impegna tutte le sue energie in un progetto che coinvolga donne colpite da disabilità fisiche o mentali e problemi di emarginazione sociale. Fa parte del Nepal Disabled Women Association ed è coordinatore per il Nepal di CBM, una Ong che combatte da più di un secolo le disabilità nel sud del mondo.

Caroline Nomfundo Pilisani (a destra) nasce nel 1950 a Cape Town. E’ una donna, è nera, in un luogo e in un’epoca in cui le persone di colore sono escluse dagli incarichi pubblici e, se donne, al massimo possono sperare in un lavoro da cameriere nelle case dei ricchi bianchi. Ma Nomfundo Caroline ha altri progetti. Studia e diventa preside. Nomfundo Caroline diventa presto il punto di riferimento per la sua comunità. Si trasforma in “Mama Pilisani”. La Casa del Sorriso da lei fondata è un rifugio sicuro per le donne e i bambini che ospita, ma soprattutto è l’ occasione per prendere coscienza dei propri diritti. Il luogo dove una madre sorridente offre i doni preziosi dell’autonomia e della libertà. Dal 2007, ha dato un futuro a più di 400 persone, tra donne e bambini.


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2012 – Caddy Adzuba Fauraha

Caddy è una giovane giornalista che porta avanti la sua battaglia quotidiana per dare voce ai senza voce, per denunciare le violazioni dei diritti umani e per offrire una vita migliore alle donne che hanno subito violenza e ai loro bambini. La Repubblica Democratica del Congo sta ancora vivendo le conseguenze di una guerra civile che ha interessato il Paese dal 1996 al 2008, che ha mietuto più di cinque milioni di vittime e che, in alcune aree, non è ancora terminata. Una società in cui le donne sono quotidianamente violentate, i bambini reclutati con forza, sia dai ribelli che dall’esercito regolare, portati via dalle loro famiglie, armati e obbligati a combattere, le bambine inoltre violentate per soddisfare gli istinti sessuali dei soldati stessi. Attraverso Radio Okapi, una radio al servizio della pace, e nell’ambito delle diverse associazioni di cui fa parte, Caddy non smette di denunciare questa situazione di crudeltà e orrori continui.


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2014 – Anna Maria Scarzello

Suor Anna Maria Scarzello è nata il 12 febbraio 1939 a Tarantasca, in provincia di Cuneo. Dal 1984 al 2003, si è distinta per l’importante impegno profuso a favore dell’emancipazione delle giovani donne del Chiapas, in Messico, dove ha lasciato una traccia profonda di dedizione, speranza, benessere e promuovendo una cultura della pace e della collaborazione. Da alcuni anni si trova in missione in Siria, a Damasco, come direttrice della comunità delle “Figlie di Maria Ausiliatrice”, le cui volontarie lavorano presso l’ospedale italiano di Damasco; lì è impegnata a promuovere – in un contesto segnato dalla guerra e da profonde violenze – l’educazione alla pace e il rispetto dei diritti umani. Suor Scarzello è diventata un simbolo di speranza per l’intera comunità, in particolare per i giovani, le donne, i poveri e gli ammalati.


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2015 – Aicha Belco Maiga

Da sempre impegnata in ruoli che la portano a spendersi a favore delle donne, Aicha Belco Maiga riesce a conferire a ogni suo interesse un valore particolare, sul piano sia economico sia socio-politico, dalla gestione e risoluzione dei conflitti ai diritti umani, al diritto alla libertà e all’uguaglianza davanti alla legge, alla promozione e alla nascita politica di donne leader, alla lotta contro la povertà e allo sviluppo culturale. Aicha è perseverante nella sua convinzione di donna leader al servizio esclusivo della pace e della sicurezza, soprattutto del suo Paese, il Mali, che, nella parte settentrionale, è sconvolto da ribellioni e ripetuti e interminabili conflitti che vedono anche il reclutamento di bambini-soldato per scopi jihadisti. Nel 2013 è eletta Deputato a Tessalit, per l’Assemblea Nazionale del Mali. Nel 2004, Aicha fonda un’organizzazione non governativa, nel nord del Mali, che interviene nei settori dell’istruzione, della sanità, dello sviluppo comunitario, dell’approvvigionamento idrico nelle zone rurali, del sostegno alle attività generatrici di reddito.


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2016 – Nadia Murad Basee Taha

Il 3 agosto 2014 è il giorno che stravolge l’esistenza, fino ad allora serena, della giovane irachena Nadia Murad Basee Taha. Il Daesh attacca il suo villaggio yazida, comunità che pratica una religione antichissima che contiene elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo e che i miliziani di Al Baghdadi condannano, ritenendola adorazione del diavolo. Tutti gli uomini sono uccisi e donne e bambini sono presi in schiavitù. Nadia perde sei fratelli e la madre, assassinata insieme ad altre ottanta donne sopra i quarantacinque anni, ritenute troppo vecchie per essere sfruttate. Tenuta in prigionia per tre mesi, Nadia è stuprata e ripetutamente venduta e comprata come schiava del sesso da membri del Daesh. Riesce a scappare. Da allora, Nadia conduce una campagna per condannare i crimini perpetrati in nome dell’Islam e per indurre i musulmani a respingere il Daesh, chiedendo loro di difendere i valori della loro fede e di mostrare tolleranza verso gli altri credi. Nadia è risoluta a incontrare il maggior numero di leader mondiali per impedire che proseguano le violenze perpetrate dal Califfato islamico, che in Siria e in Iraq sta conducendo una vera e propria pulizia etnica.


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2017 – Karina Hatkinson

Giunta nel 2008 in Paraguay per prendere parte a un progetto di volontariato, Karina scopre un lago naturale, Laguna Bianca, e capisce che il paese sudamericano diventerà la sua nuova casa. La sua vita cambia totalmente e anche il suo modo di pensare, Karina elabora un progetto che porterà grandi benefici alla nazione e all’ambiente naturale. Nasce “PARA LA TIERRA”, una ONG la cui missione è la protezione di diversi habitat e specie, attraverso la ricerca scientifica che lega il lavoro della comunità autoctona con l’educazione ambientale. La sua laurea in genetica e biologia e il Master in zoologia sono alla base di un progetto concretizzatosi nella salvaguardia della Laguna Bianca, vasta riserva naturale che si trova alla confluenza di tre grandi eco-regioni: l’Upper Paranà Foresta Atlantica, Cerrado (entrambi habitat in via di estinzione a livello globale) e il Bosque Centrale del Paraguay. L’area è sede di grande varietà di piante e di animali selvatici, tra cui alcune specie rare, minacciate dal boom dell’agricoltura industriale che ha stimolato l’economia ma che – con l’allevamento intensivo di bestiame e con la coltivazione della soia e dell’eucalipto – sta invadendo l’ambiente naturale. Grazie ai fondi ottenuti con il Premio Rolex, Karina Atkinson ha sviluppato un progetto di emancipazione femminile attraverso la creazione di cooperative di allevamenti avicoli che forniscono uova e carne destinate alla vendita, o al nutrimento per 50 nuclei familiari. Servendosi di materiali riciclati, ha costituito un sistema acquaponico (un abbinamento sostenibile di acquacoltura e coltivazione idroponica) che rifornisce i volontari di Laguna Blanca di verdure e di carni ittiche; inoltre, la biologa britannica sta cercando risorse per migliorare il rifornimento di generi alimentari nelle località vicine alla riserva. A una distanza di 200 km da Laguna Blanca, è prevista l’apertura di una seconda stazione di ricerca biologica che comprenderà un museo di storia naturale e umana e che rappresenterà un nuovo, importante stadio di espansione del progetto.


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2018 – Waris Dirie, Margarita Meira e Isoke Aikpitanyi

Waris Dirie (Somalia, a sinistra) Nata in Somalia da una famiglia di nomadi, a 5 anni Waris deve affrontare l’infibulazione e 13 anni un matrimonio combinato con un uomo anziano. Ma lei scappa attraversando il deserto da sola, fino ad arrivare a Londra. Qui, scoperta dal fotografo Terence Donovan, diventa una modella di successo. Posa per il Calendario Pirelli, recita nel film 007 – Zona pericolo. Ma non può dimenticare la sua vita precedente. Decide di raccontare della la mutilazione genitale, prima in un’intervista poi nella biografia Fiori nel deserto, tradotta in 51 lingue. Dal volume prende nome la fondazione che Waris crea nel 2002, la Desert Flower Foundation. Obiettivo: informare e sensibilizzare sull’infibulazione, aiutare le donne che l’hanno subìta e impedire che vi siano altre vittime.u2028

Margarita Meira (Argentina) Nel 1991 Margarita vive il dolore più atroce che una madre possa vivere: sua figlia Susi, 17 anni, viene rapita all’uscita da scuola. La tratta di esseri umani non è un reato contemplato dal codice penale argentino, la polizia le ripete che la ragazza è andata via di casa spontaneamente. Ma lei continua a cercarla con un terribile presentimento: «Poliziotti, ufficiali giudiziari, politici… Erano loro i carnefici di mia figlia e di tante altre ragazze».  Dopo 4 anni, la verità: Susi viene ritrovata morta in uno dei 1.200 “prostibulos”, bordelli illegali, di Buenos Aires. Era stata seviziata, drogata, costretta a prostituirsi. Margarita non può più salvare Susi, ma può impedire che ad altre ragazze succeda ciò che è successo a sua figlia. A Constitución, uno dei quartieri più pericolosi di Buenos Aires, fonda Madres victimas de trata. Un’associazione autogestita che offre sostegno alle vittime di tratta e alle loro famiglie: con psicologi, avvocati e investigatori (tutti volontari), aiuta i genitori a denunciare i rapimenti, cerca le giovani sparite, assiste quelle che vengono ritrovate.  Oggi Margarita ospita le ragazze fuggite dai loro sfruttatori a casa sua, ma il suo obiettivo è costruire un vero centro di accoglienza per le sopravvissute alla tratta, affinché possano contare su un alloggio sicuro e un sostegno fisico, psicologico e legale durante il periodo di recupero.

Isoke Aikpitanyi (Nigeria) La famiglia di Isoke, a Benin City, è numerosa e povera: lei deve aiutare a mantenerla vendendo con la madre frutta e verdura. Per questo, quando le viene offerta la possibilità di andare a lavorare in Europa, accetta, convinta di poter finalmente migliorare la propria vita e quella dei suoi. A 20 anni arriva a Torino, ma non trova ciò che aveva sognato. Ad aspettarla c’è una “maman”, una delle protettrici che gestiscono la prostituzione nigeriana in Italia. Isoke finisce sulla strada: notte e giorno, sette giorni su sette, incinta o subito dopo un aborto. Subisce ogni genere di violenza e, quando tenta di scappare, viene quasi uccisa.u2028 «Non mi interessava più se riuscivo a vivere o morivo. L’importante era essere libera» ricorda oggi.  Quando, dopo anni, riesce a fuggire, fa un’altra scelta di coraggio: aiutare le ragazze come lei. Con il sostegno di un uomo italiano, che poi diventerà suo marito, fonda l’Associazione vittime della tratta. Inizia ad accogliere alcune nigeriane ad Aosta, nella “casa di Isoke”. Presto nascono altre case in Piemonte, Lombardia, Liguria. E lei denuncia l’orrendo sfruttamento in 3 libri – Le ragazze di Benin City, 500 storie vere, Spada, sangue, pane e seme – e nel docufilm Le figlie di Mami Wata. Grazie alla sua determinazione ha assicurato una via di uscita a migliaia di giovani nigeriane destinate a prostituirsi o a essere usate come fattrici di bimbi. E ha costruito una rete di ex vittime che assistono le nuove vittime della tratta. Quest’anno ha un’altro, importante sfida davanti a sé: tornare in Nigeria, dopo 18 anni, per fermare quei viaggi della speranza che per tante si trasformano in un incubo.