Takoua Ben Mohamed

Ragazze italiane con il velo si raccontano

C’è chi studia Scienze politiche, chi disegna graphic novel, chi è stilista. Qui raccontano con schiettezza la loro vita di ragazze musulmane in Italia. E sfatano molti falsi miti, a partire dal velo

«Parlo del ramadan ai miei coetanei»

Aya Mohamed, 24 anni, fashion blogger di Milano

Aya Mohamed

Se bazzichi sui social, la conoscerai con il suo nickname @milanpyramid. Un nome perfetto per lei, perché unisce le origini egiziane e l’amore per la città che è casa sua da quando ha 3 mesi. A colpirmi, mentre parlo con Aya, è la sua ironia. «Ieri ho provato a fare una foto trendy per Instagram. Ero al lago e sono entrata delicatamente in acqua. Sai quelle pose poetiche con i piedi che si rispecchiano nell’azzurro e il vestito che sembra galleggiare? Ecco, ho iniziato a battere i denti dal freddo e temevo di scivolare. Mi è presa la ridarola e non la smettevo più!».

Dettagli da dietro le quinte a parte, la gallery di questa 24enne è degna di quella di Chiara Ferragni: scatti da sogno con la ultima it-bag di Gucci, reel con profumi, tutorial di make-up e tanto altro. E dietro questo “altro” si alza un sipario fatto di storia, cultura, attualità. Come la rubrica Ramadan Chat, in cui Aya organizza dirette con ragazzi di tutto il mondo per raccontare come vive la più importante ricorrenza religiosa islamica, o gli aggiornamenti sulla nuova tensione tra palestinesi e israeliani.

«Mi sto laureando in Scienze politiche internazionali perché sin da ragazzina ho pensato a una carriera in politica o in diplomazia. Volevo lottare contro le discriminazioni? Dovevo farlo dai centri del potere, pensavo. Crescendo, ho capito che potevo anche mostrare la normalità di chi indossa il velo o celebra il Ramadan. Il primo passo è stato il blog (anche quello si chiama Milanpyramid, ndr), poi mi sono buttata su Instagram».

E ha fatto centro: la maggior parte dei suoi 25.000 follower sono ragazzi non musulmani, che vogliono saperne di più. Magari sulla loro compagna di banco. «Da adolescente non avevo punti di riferimento, mi sentivo confusa, scissa: quanto tornavo in Egitto per le vacanze mi dicevano che ero italiana, qui mi vedevano come un’egiziana. Ho compiuto un lungo percorso, a volte doloroso, ponendomi mille interrogativi e cercando le risposte ovunque, dal Corano a Internet. Oggi voglio raccontare l’essenza dei giovani come me. Siamo i “100% third culture kids” (ragazzi della terza cultura, ndr), le nostre due culture si sono fuse e sono diventate qualcosa di nuovo, forte ed eccezionale. Passiamo da Tiziano Ferro alle poesie egiziane, dal tailleur di Gucci al velo. Gli ultimi racchiudono il mio modo di essere: il velo è la parte interiore, il simbolo della mia anima e di quello in cui credo, l’abito è la parte esteriore. Sempre unite».

«Lotto contro i pregiudizi disegnando fumetti»

Takoua Ben Mohamed, 29 anni, graphic journalist di Roma

Takoua Ben Mohamed

Quando le chiedo di presentarsi, mi risponde con un fantastico accento romano che fa «troppe cose, per fortuna». La prima che mi viene in mente sono le immagini che Takoua usa per raccontare il mondo. Come le tavole della graphic novel appena uscita Il mio migliore amico è fascista (Rizzoli), dove ritorna alla sua adolescenza tra piccoli bulli e barriere che si abbattono a colpi di ironia, o le scene dei documentari che realizza con la casa di produzione fondata con i fratelli.

Il primo? Un reportage sui mille modi di indossare il velo. «Da piccola avevo sempre la matita in mano. Il mio primo fumetto si ispirava al cartone Belle e Sebastien, ma ci mettevo anche dei messaggi sociali, per esempio sull’uguaglianza tra le persone: avevo 10 anni e facevo volontariato con la mia famiglia».

I genitori di Takoua sono fuggiti dalla Tunisia dove lottavano contro la dittatura di Ben Alì: «Mi ricordo mia mamma che subiva pressioni e violenze dalla polizia. A 8 anni sono arrivata a Roma e sono cresciuta in un contesto multietnico straordinario: italiani, bimbi di seconda generazione, coppie miste... Questo mi ha regalato una grande apertura mentale, riesco a immedesimarmi in tutte le tradizioni perché ovunque ci vedo qualcosa di mio. Eppure vivo barcollando ancora tra due identità: non ho la cittadinanza italiana e nemmeno mio fratello, che è nato qui, ce l’ha, è tutto fermo. Perciò ho dovuto rinunciare a progetti di vita: dopo l’Accademia di cinema d’animazione, volevo diventare giornalista pubblicista ma per farlo mi serviva questo documento».

Takoua, però, non si lascia fermare. «Mi succede anche con il velo. È stato più volte un ostacolo quando cercavo dei piccoli impieghi per mantenermi durante gli studi e, anche se non me lo dicevano chiaramente, il fatto che lo portassi rappresentava un problema. Tanti pensano che sia in contrasto con la mia professione e i miei messaggi sulla libertà, contro il razzismo e i pregiudizi. Per me non è così, vorrei poterlo indossare senza essere squadrata da chi non conosce la mia storia. Il velo rappresenta la mia fede, qualcosa di intimo che non devo per forza mettere in piazza. Ed è anche la metafora della mia forza, della mia maturazione, di quello che sono diventata in questi anni».

«La mia collezione di moda è un ponte tra culture»

Hind Lafram, 27 anni, fashion designer di Torino

Hind Lafram

Mentre le altre bimbe coloravano casette e principesse, lei disegnava vestiti. Poi ha iniziato a crearli per le sue bambole, per sé e per le amiche. Oggi, a 27 anni, Hind Lafram è la prima stilista che ha fondato una linea d’abbigliamento Made in Italy per musulmane. Chiacchieriamo mentre culla il piccolo Isaac, 6 mesi, e i suoi gorgheggi accompagnano la voce della mamma.

«Sono nata in Marocco e sono arrivata a Torino a 3 anni: i miei primi ricordi sono italiani. Anzi, piemontesi. Ho sempre amato la moda ma non pensavo che potesse diventare un lavoro, tanto che mi sono iscritta a Ragioneria. Però passavo comunque le giornate tra schizzi e modelli, così dopo sono andata alla Scuola di moda. Mia mamma, poi, mi ha regalato la prima macchina da cucire: quante giornate passate a imbastire... Nel frattempo, ho iniziato a portare il velo, a sperimentare look e abbinamenti e a postarli sulla mia pagina Facebook».

Tutto parte da lì, quindi: da un tessuto sul capo che troppo spesso è fonte di incomprensioni. «Nessuno te lo impone, non è tuo padre o tuo fratello a obbligarti: è una scelta libera, come dice anche il Corano. Da piccola lo mettevo solo nelle grandi occasioni, lo volevo fare per imitare mamma. Poi un giorno, avevo 14 anni, l’ho indossato per una festa e non l’ho più tolto. L’ho fatto senza pensarci, è stato un gesto spontaneo. Nessuno, in famiglia o tra gli amici, ha mai commentato o giudicato la mia scelta. Per me è un atto d’amore verso Dio, che ci suggerisce così di proteggerci».


«Mio padre non mi ha imposto il velo, è stata una mia scelta libera, come dice il Corano. Un giorno, a 14 anni, l’ho messo per una festa e non l’ho più tolto»


 

Intanto Hind si diploma e inizia a lavorare per una casa di moda, ma è travolta dalle richieste delle amiche. «In Italia, nessuno faceva “modest fashion”, quella che rispetta il decoro musulmano (capo coperto, no a scollature esagerate o trasparenze, ndr), così ho registrato il mio marchio che si chiama proprio come me. Ed è tutto Made in Italy, dalle stoffe alle sarte. Ora sto gestendo anche una sartoria sociale, che dà lavoro a persone in difficoltà. La soddisfazione più intensa? Una cliente che si guarda allo specchio e mi dice che con il mio abito si vede più bella».

Quando pronuncia questa frase, Hind sorride. «È un dettaglio fondamentale. Ti spiego: tanti credono ancora che noi musulmane siamo solo casalinghe, magari un po’ frustrate, e senza alcun interesse per ciò che indossiamo o che esiste fuori da casa nostra. Niente di più sbagliato e non siamo mai state così: Khadīja, la prima moglie del profeta Maometto, era una formidabile commerciante e teneva molto al suo aspetto. La mia linea di moda è un modo per raccontare la nostra identità e costruire un ponte tra le culture».

«Racconto com’è davvero la seconda generazione»

Sumaia Saiboub, 24 anni, content creator di Modena

Sumaia Saiboub

«Chiedermi perché indosso il velo è come domandare a un’altra ragazza il motivo per cui porta un determinato paio di scarpe. Lo metto perché ne ho voglia, come tu, per esempio, hai questi pantaloni». Non usa giri di parole Sumaia Saiboub, nata 24 anni fa a Modena. Forse perché le parole, per lei, sono molto importanti. Dopo la laurea triennale in Mediazione linguistica, sta studiando Giornalismo e comunicazioni multimediali. «Voglio raccontare davvero i giovani di seconda generazione, perché finora ci hanno descritti con stereotipi e teorie preconfezionate: di solito siamo vittime o artefici di violenze, mai, per esempio, ottimi avvocati o pasticceri. In realtà siamo ragazzi come tutti, che studiano, lavorano, fanno sport, ascoltano il rap e twittano».


«Finora ci hanno descritto solo attraverso stereotipi. siamo ragazzi come  tutti, che studiano, lavorano, fanno sport, ascoltano il rap e twittano»


 

Con questo obiettivo ben stampato nella mente, Sumaia scrive per i-D magazine, il sito cult dedicato a moda e cultura, e ha lanciato con l’imprenditrice e scrittrice Tia Taylor Colory, piattaforma che racconta le storie di un’Italia più inclusiva e multiforme, dove le minoranze possono autonarrarsi. «Sono stufa di chi si ferma al velo o alle origini marocchine o mi chiede il permesso di soggiorno, senza pensare che io qui ci sono nata, sono italiana, parlo 5 lingue (italiano, arabo, inglese, francese e tedesco, ndr) e ho vissuto anche in Germania e nel Regno Unito. L’Italia è casa mia, ma non mi piace questa mentalità. L’altro giorno, per esempio, ero allo sportello prenotazioni dell’ospedale. Ho parlato con l’addetta per diversi minuti, lei ha visto che non ho assolutamente problemi di lingua eppure alla fine mi ha chiesto se riuscivo a compilare alcuni moduli da sola».

È un fiume in piena Sumaia, quando ripercorre certi episodi, ma anche se prova a guardare lontano. «Parlo molto perché ho tante cose da dire. Su Instagram, per esempio, punto su fashion e curiosità perché adoro spaziare e affrontare temi molto diversi: fotografo i miei look primaverili, do consigli beauty, parlo della colazione o dei trucchi per lo smartworking. Leggo parecchio, dalle biografie ai saggi di attualità. Mi ritengo curiosa ed estroversa. Non so ancora chi sarò da grande, non sono mai stata una di quelle ragazzine che a 10 anni hanno già le idee chiare. Però non considero quello che sto facendo ora un punto di arrivo, bensì un punto di partenza. Spero di seguire le mie passioni, qualsiasi esse siano oggi o saranno domani, e di non lavorare solo per obbligo, per pagare le bollette. Non voglio vivere lo stesso giorno per i prossimi 40 anni».

Foto di Giulia Frigeri

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