Coppia camper prato mare

Viaggiare durante la pandemia è come una terapia d’urto

L'editoriale di Annalisa Monfreda

Il fenomeno è stato codificato negli Usa e io l’ho scoperto quando una collaboratrice di Donna Moderna ha dato questo nome al viaggio che sto facendo con la mia famiglia mentre scrivo questi appunti. Revenge travel. Ovvero, viaggiare come vendetta, risarcimento per il precedente anno e mezzo nella morsa del virus. Gli esperti hanno definito così l’esplosione del turismo post-vaccinazione. E il New York Times ha osservato che sono soprattutto le famiglie con bambini protagoniste di questo genere di viaggi, caratterizzati da avventure ed esperienze estreme per rendere memorabile il ritorno alla libertà.

Non so se rientriamo in questo fenomeno, ma di sicuro la voglia di viaggiare se ne stava come il magma incandescente dentro il vulcano. Un desiderio proibito e impronunciabile, vista la gravità del contesto. Un bisogno che non ci si poteva permettere di definire tale. Ricordo scene dai periodici lockdown dell’ultimo anno in cui mio marito leggeva la guida di viaggio come se fosse un romanzo e io studiavo fin dove mi era consentito spingermi in bicicletta. Poi, quando abbiamo ottenuto l’agognato Green pass, la libertà ha preso la forma di un furgoncino attrezzato, il fratello povero del camper. Un paradosso post pandemico, visto che si tratta di uno spazio veramente minuscolo.

Ma forse la convivenza forzata ci ha insegnato qualcosa dello stare assieme, ci conosciamo meglio e sappiamo scansarci di più. Le dimensioni del mezzo ci hanno costretti a ridurre al minimo ciò che abbiamo dietro e a portare al massimo il tempo trascorso fuori. L’assenza di tecnologia (nessun computer di bordo che segnali livelli di acqua ed elettricità) ci stimola a rimettere in funzione logica e buon senso e riduce lo stress. Tutto ciò che per mesi abbiamo avuto in abbondanza, comodità e cose a disposizione, qui ci manca. Abbiamo tutto il resto, ma non è detto che siamo pronti a goderne. Lo stare, senza dover scegliere, era diventata una piacevole gabbia. E l’andare continuo è più faticoso di un tempo, specie per le piccole. «Cosa facciamo oggi» e «Dove saremo domani» a volte non sono domande, ma richieste d’aiuto.

Ecco perché io parlerei di travel shock, più che di revenge. Una sorta di terapia d’urto all’instabilità. Un modo per riabituarsi all’imprevisto, alle forme inattese in cui può presentarsi l’altrove. E per tornare a essere capaci di assumere la forma adatta a stare in quell’altrove. A viaggiare, insomma.

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