Abbiamo raccolto la testimonianza di Lucia Femio, che dopo due aborti e diversi tentativi di fecondazione assistita, ha deciso di aiutare le coppie che cercano una gravidanza. Lei e il marito ce l’hanno fatta e ora aspettano un figlio. E intanto Lucia ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio degli altri: è diventata fertility coach (luciafemio.it). Ecco la sua storia.

I cicli di procreazione assistita e gli aborti

«Quando ho conosciuto mio marito, sette anni fa, la prima cosa che ci ha unito è stato il desiderio di un figlio. Io avevo 36 anni, lui 35, e abbiamo cominciato subito a provarci, con l’entusiasmo e l’incoscienza che hai quando senti che stai per realizzare un sogno. O almeno così credevamo. In realtà, è stato l’inizio di lungo viaggio che mi ha portato non solo a diventare mamma, ma una persona nuova, a livello lavorativo e personale. In due anni ho affrontato 5 cicli di procreazione medicalmente assistita e ho avuto due aborti.

Cosa significa seguire il fertility coach

Al tempo ero manager in una grande azienda, ma ho capito presto che la mia passione per le tecniche di empowerment e per lo sviluppo delle risorse personali potevano essere decisive anche in una sfida così intima. Non solo per me, ma anche per le altre donne. È stato vivere in prima persona questa prova che mi ha portato a scegliere di diventare fertility coach.

L’obiettivo del coaching non è solo aumentare le chance di concepimento: certo quando le persone si sentono più in equilibrio, gli ormoni cominciano a riequilibrarsi e il corpo funziona meglio. Ma la conquista più importante è mantenere il senso di chi si è. La gravidanza è una cosa magnifica, ma se rimani incinta e hai perso te stessa, è tutto inutile. Io che ho percorso questa strada due volte, prima da donna e poi da coach, posso dire che chi soffre di infertilità combatte sempre con le stesse questioni: l’autostima, la fiducia in se stesse e la necessità di ricostruire un senso di speranza verso la vita in generale.

Perché il coaching è diverso dalla psicoterapia

Nel mio caso, per esempio, passati alcuni mesi di tentativi a vuoto, la preoccupazione ha cominciato a farsi strada. Dagli esami non emergeva nessuna grave anomalia, ma l’età non giocava a mio favore. Ho cominciato a provare i rimedi fai-da-te più disparati: dal calcolo dei giorni fertili, al sesso acrobatico per favorire il concepimento, al gel per aumentare la fertilità... Sono anche andata a Napoli, a sedermi sulla sedia di Santa Francesca, la sedia della fecondità! Che “mazzata” quel giorno del 2012 quando l’andrologo ci ha detto di rivolgerci a un centro per la procreazione assistita.

È un momento delicatissimo in cui rischi che il senso di inadeguatezza prenda il sopravvento e di non sentirti neanche più veramente una “donna”. È stato allora che ho cominciato a capire l’importanza di un sostegno ad hoc. A differenza della psicoterapia, che si sofferma a sviscerare stati d’animo ed eventi passati, il coaching si concentra sul “qui e ora” e punta a ricostruire un atteggiamento positivo, a combattere lo sconforto attraverso soluzioni ed esercizi pratici. Così ho deciso di affrontare l’infertilità come una sfida: un limite sì, ma che avrei superato. Avevo anche una cartellina su pc: “Progetto bambino” con i numeri da chiamare, gli orari, le prenotazioni delle visite, gli esami e mi ci sono applicata con passione, costanza e determinazione. Il pericolo più grande, però, è che il tuo sogno si trasformi in ossessione.

Come far sì che tutta la vita non giri intorno alla gravidanza

Ogni mese passi dalla speranza alla delusione. Tra iniezioni, ormoni e trattamenti, vivevo su una costante altalena: l’ottimismo dei primi giorni, l’ansia con cui andavo a caccia di segnali rivelatori e la disillusione finale. Solo chi ci è passato sa cosa significa: non riesci più a pensare ad altro, ti senti incompresa, e anche il sesso diventa un campo minato. Io ero sempre lì con gli stick a controllare l’ovulazione per cogliere il momento giusto, mentre Tiziano, mio marito, mal sopportava il sesso col “timer”. È un altro aspetto importante che affronto con le aspiranti madri che cerco di aiutare: le strategie per impedire che tutta la tua vita giri intorno a come rimanere incinta. È stato un evento molto difficile, il mio primo aborto, a insegnarmi come non farmi travolgere e dare spazio alla vita di coppia. Avevo appena concluso il primo trattamento e “boom” ero subito rimasta incinta. Ero così orgogliosa di me, del mio pensare positivo, della mia determinazione. Ero totalmente impreparata all’interruzione di gravidanza. «E ora cosa faccio?» mi sono chiesta. Secondo il metodo che seguo nelle mie sedute, la Programmazione neurolinguistica, per non essere sopraffatti dai sentimenti negativi bisogna cambiare prospettiva. E per riuscire a farlo ci vuole un piano, sia emotivo sia pratico. In questa nuova ottica quello non era un flop, ma un passo importante sulla strada giusta. E così per festeggiare quel primo risultato e ricaricare le batterie ho deciso di partire con mio marito per una vacanza negli States.

La tecnica che funziona: la legge di attrazione

Spesso i rapporti più complicati sono quelli con gli amici e i familiari: la frustrazione può portare a isolarsi, soprattutto dalle coppie che hanno già dei figli. Un sentimento di invidia e solitudine doloroso e che si trasforma in circolo vizioso, perché, secondo molti studi scientifici, lo stress contribuisce alle difficoltà di concepire. Una tecnica utilissima a cui ricorro in questi casi è la legge di attrazione: serve a proiettarsi verso nuovi obiettivi con l’aspettativa di riuscire a realizzarli. Insomma, se desideri davvero qualcosa devi comportarti come se ce l’avessi già. Io, per esempio, nella lunga attesa per avere Daniel mi esercitavo nei panni di babysitter dei bimbi delle mie amiche: sperimenti emozioni positive e ti senti già un po’ mamma. Può sembrare strano ma è stato al mio secondo aborto, forse la prova più dura che ho affrontato, che ho capito che ce l’avremmo fatta. Ero rimasta incinta eppure, ancora una volta, dopo solo qualche giorno, il mio bambino non c’era più. Ho trascorso il giorno chiusa in casa e quando sono uscita, con Tiziano, abbiamo comprato, un paio di infradito: numero 23, per il nostro bambino che sarebbe arrivato presto. Allora ho capito che la nostra fiducia era più forte di qualunque dolore. Solo qualche settimana dopo ho concluso il mio quinto ciclo di fecondazione assistita. Non ce la facevo neanche ad aprire la busta degli esami. L’ha fatto lui: «Siamo incinti!» ha urlato. Era Daniel. Quella sera siamo usciti a cena a festeggiare, con un unico limite: non bere».

I numeri

70.589 sono le coppie che nel 2014 hanno fatto ricorso alla fecondazione assistita. Le donne hanno in media 36,7 anni, gli uomini 39,8

12.658 sono i bambini nati grazie alla fecondazione assistita. I dati si riferiscono sempre all’anno 2014. A iniziare il percorso sono coppie che cercano di avere figli da poco meno di 4 anni. La spesa arriva fino a 5200 euro.