Sarah Everard omicidio Clapham Londra

«Chiamami appena arrivi»: riflessioni dopo l’omicidio di Sarah Everard

Quando Sarah Everard è scomparsa nel nulla, la sera del 3 marzo, nel quartiere di Clapham, a Londra, la polizia locale ha invitato tutte le donne a non uscire col buio quella settimana. La stessa raccomandazione è stata ripetuta alle figlie femmine sedute al tavolo della cena di milioni di famiglie inglesi che sentivano la notizia in tv, anche a centinaia di chilometri dal quartiere di Clapham, dove forse si aggirava un serial killer.

Quella raccomandazione è una delle frasi fondanti con cui siamo cresciute. Più che un maggiore o minore orientamento agli studi scientifici o a dare una mano nei lavori domestici, il discrimine tra l’essere il maschio o la femmina di casa è un set di domande legate al nostro stare fuori nel mondo: fatti riaccompagnare, mandami un messaggio appena arrivi, non prendere quella strada buia, non vestirti in quel modo. Si pensa così di insegnare alle figlie femmine a stare al mondo, mentre si insegna loro a essere vittime, a coltivare la paura.

Avevo poco più che vent’anni. Viaggiavo da tempo per lavoro, ma quella era la prima volta che non avrei avuto accanto un fotografo. Di fronte allo specchio del bagno, poche ore prima di partire per Istanbul, chiesi al mio compagno di rasarmi i capelli a zero. Sarei stata più comoda, gli dissi. Mentivo. Era uno dei tanti stratagemmi che ho messo in campo per sentirmi al sicuro. Strapparmi di dosso i segni esteriori del genere che mi rendeva debole, che mi faceva sentire un’intrusa nel mondo esterno. I capelli cadevano e io acquisivo sicurezza.

Quel viaggio fu un successo e ne seguirono molti altri. Tanto che mi sono illusa, con le mie scelte di vita, di essermi ribellata a tutte le raccomandazioni sentite da bambina. Ma di fatto ho plasmato la mia esistenza su di esse, ho imparato a starenel mondo da donna, con i recettori della paura sempre all’erta.

Il 10 marzo sono stati trovati i resti di Sarah Everard, uccisa da un poliziotto. Molte inglesi hanno avuto conferma che fosse loro compito insegnare alle figlie a essere prudenti e a vestirsi con sobrietà. Molte altre, invece, hanno capito che bisognava ribaltare la prospettiva. La baronessa Jenny Jones, dalla Camera dei Lord, ha ribattuto alla polizia locale, che aveva suggerito il coprifuoco per le donne, che forse sarebbe stato il caso di imporlo agli uomini, in modo da rendere più sicure le strade.

Perché se il mondo è pericoloso per le donne, non è colpa delle donne, ma di chi si sente in diritto di far loro del male. Istituire vagoni della metropolitana riservati alle donne significa recintare gli spazi in cui hanno il diritto di muoversi. Codificare l’abbigliamento dignitoso, gli orari e i luoghi consoni significa scaricare su di loro la responsabilità della violenza che potrebbero subire se non si attengono a quelle regole.

È il momento di cambiare punto di vista. Al tavolo della cena, rivolgiamoci ai figli maschi, mettiamoli in guardia dalle derive di una certe idea di mascolinità, indaghiamo con loro come arriva un uomo a compiere un gesto simile. E lasciamo in pace le figlie femmine. Mordiamoci la lingua tutte le volte che stiamo per istituire l’ennesimo codice di condotta. E spingiamole con sicurezza nel mondo esterno. Regaliamo ai loro occhi la fierezza vera di chi non si sente vittima, ma è consapevole di avere tutto il diritto di occupare lo spazio che è fuori dalla sua casa.

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