Niente compiti a casa, via alla sperimentazione

22 01 2020 di Eleonora Lorusso
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La questione si ripropone periodicamente. Dopo gli appelli anche di molti dirigenti e insegnanti, arriva la sperimentazione in un istituto comprensivo di Milano

Niente compiti a casa. È diventato un tormentone, soprattutto a ridosso delle vacanze, quando diventano un incubo per famiglie intere. Ma dopo anni di battaglie, prende sempre più piede la sperimentazione MODI “Migliorare l’Organizzazione Didattica”. Secondo le rilevazioni del Centro studi e ricerche dell'Università Cattolica, che segue i progetti avviati in un istituto comprensivo di Milano, i risultati sono ottimi.

Come migliorare la didattica (senza compiti)

Il sogno di molti studenti (ma anche madri, padri e persino nonni) diventa realtà a Milano, con il progetto MODI, “Migliorare l’Organizzazione Didattica", che coinvolge 47 alunni di due classi della primaria dell’ICS Ciresola con un programma esteso anche ad altre 14 scuole della provincia.

«Partiamo dal presupposto che la scuola italiana è quella col più alto numero di ore di lezione in Europa, fino a 990 ore all’anno, che nel tempo pieno diventano 1.287 (senza mensa) contro le 613 della Germania, le 600 della Danimarca e le 700 della Finlandia, ai primi posti della classifica dei Paesi OCSE» spiega Raffaele Ciambrone, Direttore tecnico della Direzione generale per lo studente del MIUR, che segue e promuove il MODI sul territorio nazionale.

Insomma, si passa molto (troppo) tempo sui banchi di scuola, eppure i risultati in termini di alfabetizzazione e dispersione scolastica, anche recenti, sono sconfortanti. Perché? «Perché occorre cambiare la didattica: il tempo scuola va utilizzato meglio, a partire dalla suddivisione del lavoro tra gli insegnanti, passando per una minore frammentazione dell’insegnamento, fino ad arrivare a un’alternanza dei cicli didattici» dice l’esperto.

Imparare in modo diverso (e più efficace)

«Oggi gli alunni della primaria si trovano ad avere 4 o 5 insegnanti che si alternano in una stessa giornata, con materie differenti, ciascuno facendo la propria lezione e assegnando i compiti in modo autonomo. Il risultato è una dispersione giornaliera e persino oraria, che non aiuta a imparare perché non permette di approfondire e metabolizzare i contenuti, oltre a generare stress perché si unisce a verifiche e spesso a compiti a casa, anche nel tempo pieno. Occorre partire da una compattazione: ad esempio, nella sperimentazione in corso si supera l’attuale suddivisione degli insegnanti cosiddetta a “zig-zag”, ossia l’alternanza tra uno e l’altro, al mattino e al pomeriggio in giorni consecutivi (uno al lunedì mattina, poi martedì pomeriggio, mercoledì mattina, ecc., e viceversa)» spiega Ciambrone.

Gli insegnanti, dunque, dovrebbero mantenere la propria presenza uno al mattino e uno al pomeriggio per un periodo più lungo, almeno di una settimana. Giuseppe Paschetto, insegnante di matematica tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize, ad esempio, nella scuola media in provincia di Biella dove insegna, ha un metodo innovativo: prima si occupa di scienze ed esaurisce il programma, poi passa a matematica. In questo modo riesce ad approfondire e a dare continuità agli argomenti trattati. I risultati sono ottimi e non c’è il rischio di dimenticare, al contrario.

Proprio come nel metodo full immersion usato per gli adulti che imparano una lingua nuova, ad esempio, è dimostrato che ciò che si apprende non si perde, perché si ha il tempo e il modo di metabolizzare le informazioni, come invece non accade con un approccio frammentato» spiega Ciambrone, che sottolinea anche l’importanza delle attività manuali.

L’importanza dei laboratori e delle attività manuali

«Un altro aspetto riguarda la possibilità di poter alternare attività cognitive ad altre che comportino le abilità manuali, perché l’insegnamento e l’apprendimento passano anche dalle esperienze pratiche. Nel caso specifico del metodo MODI, ad esempio, se l’insegnante del mattino affronta un argomento di italiano o storia al mattino, il collega del pomeriggio – anche se si occupa di materie scientifico-matematiche – non va avanti col programma, ma approfondisce il lavoro del mattino, magari anche integrando con attività di laboratorio. In questo modo non servono più i compiti a casa per consolidare» spiega Ciambrone.

Niente più “studenti-operai”

«Il tempo pieno è nato a Torino per andare incontro alle esigenze degli operai della Fiat e dei loro turni, ma oggi corriamo il rischio di trasformare bambini e ragazzi in studenti-operai, che passano 8 ore al giorno a fare lezioni frontali» spiega il funzionario del MIUR, che aggiunge: «Col tempo si è creata una vera rete di scuole MODI, che continua a crescere. Se le prime sono state a Trapani e Biella tre anni fa, nel tempo si sono aggiunte Verbania, Milano, ma anche molti istituti in Veneto, nelle Marche e in Toscana. Adesso sono 390 le classi in cui si segue questa nuova didattica, per un totale di 8.000 studenti e 600 insegnanti coinvolti. L’adesione è volontaria da parte delle scuole, ma il MIUR sta decidendo se promuovere questa proposta a livello nazionale» conclude l’esperto.

L’appello dei dirigenti scolastici

È d’accordo a cambiare la didattica anche uno dei promotori storici della “battaglia” contro i compiti a casa, Maurizio Parodi, dirigente scolastico, ricercatore e autore, tra gli altri, del libro Basta compiti! Non è così che si impara (Sonda Editore). La petizione che ha lanciato su Change.org ha raggiunto oltre 35mila firme e la pagina Facebook ha 15mila iscritti.

Parodi ha più volte scritto sollecitando un intervento del MIUR, che però non può deve rispettare la discrezionalità dei docenti. «Ma, oltre a un problema culturale, ce n’è uno sociale: da un lato diversi studi, come quelli di Giacomo Stella o Dario Ianes, dimostrano che i compiti non solo sono inutili, ma in molti casi aggravano le difficoltà di alcuni alunni; dall’altro creano disparità sociali, quando i genitori non hanno la possibilità di seguire i figli a casa o di affidarsi a insegnanti privati che lo facciano per loro» spiega Parodi. C’è poi anche un altro aspetto, che riguarda la salute e i diritti dei giovani.

Compiti dopo il tempo pieno

«Dopo 8 ore di immobilità forzata in aule più o meno confortevoli e sovraffollate, non è infrequente che si assegnino compiti tutti i giorni, nei week end e durante le vacanze. Ma questo lede il «diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età», sancito dall’art.31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dallo Stato italiano (legge 176/1991). «Molti genitori sono avviliti – prosegue Parodi – mentre altri si sentono ostaggio e alcuni studenti temono di ammalarsi per poi trovarsi a dover recuperare il lavoro e i compiti svolto durante la sua assenza” spiega il dirigente, che non esita a parlare di "crudeltà dissennata"».

A confermarlo sembrano i primi risultati della sperimentazione milanese, secondo cui il 95% è soddisfatto. «Anche le famiglie che inizialmente era un po’ scettiche sul nuovo metodo ora sono contente. Certo, occorre una metamorfosi anche da parte degli insegnanti, che a volte hanno qualche resistenza» spiega Ciambrone, che pure difende la scuola italiana: «Pur considerando le esperienze di altri paesi, come quelli del nord Europa, non abbiamo bisogno di copiare da nessuno: l’Italia vanta la più alta tradizione a livello scolastico e universitario. Si tratta, però, di cambiare per migliorare ulteriormente».  

Perché allora si danno compiti?

«I motivi sono diversi: intanto per consuetudine, perché si è sempre fatto così. In secondo luogo perché molti docenti sono convinti che a scuola si spiega e a casa si studia, ma questo potrebbe diventare un alibi nel caso in cui i ragazzi non siano preparati, perché significa attribuirne la responsabilità solo a loro e alla mancanza di applicazione. Va però considerato che non esistono più i programmi: da tempo ci sono le indicazioni nazionali, sono ottime, dicono che la lezione frontale è superata e a scuola bisogna sviluppare le competenze metacognitive: in pratica si deve imparare a imparare, dare un metodo di studio» spiega Parodi.

«C’è poi un terzo motivo, a mio parere, e cioè che vige ancora l’idea che i compiti servano a insegnare la disciplina, non importa se poi gli studenti imparano davvero, l’importante è che eseguano il loro dovere. Infine c’è un problema di mancanza di dialogo tra insegnanti: spesso ciascuno assegna i compiti singolarmente e lo studente si trova poi un carico soverchiante di lavoro, con il risultato che spesso i genitori non solo devono seguire i figli, ma a volte fanno i compiti per loro, per aiutarli» conclude Parodi, che dunque propone almeno un compromesso.

Il regolacompiti: “doveri” anche per chi li assegna

In attesa di un cambio di strategie didattiche Maurizio Parodi ha proposto un “Regolacompiti”, rivolto soprattutto agli insegnanti che ritengono giusto assegnarli: ad esempio si prevede di correggere tutti i compiti, che altrimenti non avrebbe senso assegnare; o di abolire la pratica del “recupero” dei compiti, come nel caso di assenza per malattia, o ancora di prevedere un limite massimo di tempo richiesto per effettuarli, differente a seconda dell’età. In ogni caso non si dovrebbero assegnare né durante le vacanze né agli alunni con tempo pieno.

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