Scuola, le novità: dalle cattedre all’alternanza scuola-lavoro

14 11 2018 di Eleonora Lorusso
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Con la manovra in arrivo nuove modalità di accesso alle cattedre per medie e superiori. Novità anche sull’alternanza scuola-lavoro

Dimezzate le ore di alternanza scuola-lavoro e tirocinio addio, così come la formazione iniziale degli aspiranti professori. Con la manovra finanziaria cambiano le modalità di accesso alle cattedre per le scuole medie e superiori. Il vecchio percorso FIT, ossia quello che prevedeva un percorso di Formazione Iniziale e Tirocinio, lascerà posto a un iter differente: dopo la laurea si dovrà partecipare a un concorso ordinario con un numero preciso di posti messi a disposizione e successivamente si entrerà in ruolo dopo un anno di formazione e prova, contro i tre di tirocinio previsti finora. Il periodo di prova potrà essere ripetuto una sola volta.

“È un po’ un ritorno al passato, al vecchio sistema. È difficile dire se questo potrà migliorare la situazione: sicuramente la volontà è quella di rendere le procedure più snelle per chi vuole insegnare. I problemi maggiori li avranno però i precari che hanno già seguito o stanno seguendo un iter di reclutamento differente” spiega a Donna Moderna Mario Sanguinetti, dell’esecutivo Cobas scuola di Roma.

Cosa e come si cambia

Fino ad ora gli insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado (medie e superiori) venivano reclutati dopo un iter formativo di tre anni, che passava da un tirocinio di 36 mesi. D’ora in poi si potrà essere immessi in ruolo solo dopo concorso ordinario e un periodo di prova ridotto a 12 mesi e non ripetibile. Potranno accedere a questo percorso solo i laureati con un piano di studi idoneo al tipo di insegnamento richiesto con il concorso e con 24 crediti formativi in discipline antropo-psico-pedagogiche e in metodologie e tecnologie didattiche.

“Il fatto che si chiedano questi crediti formativi è positivo, perché altrimenti si rischia di avere dei laureati molto competenti nelle proprie materie, come ad esempio fisica e matematica, ma che non sanno insegnare” dice Sanguinetti. “Purtroppo il problema riguarda chi sta già seguendo un certo tipo di percorso formativo, indicato dalle precedenti norme: ad esempio, con il FIT era determinante la scelta di alcuni esami all’università rispetto ad altri, per accedere a certe classi di concorso. Ora alcune tabelle sono state cambiate, modificando proprio le classi di concorso. È per questo che dico sempre che non c’è nulla di più precario che le leggi sui precari” aggiunge il sindacalista. “Il nuovo iter in sé non sarebbe comunque negativo, pur di cambiare la retribuzione economica, che con il FIT nei primi due anni di tirocinio prevedeva 400 euro al mese, una cifra improponibile”.


Il concorso e la prova

I concorsi saranno su base regionale, con durata biennale, e prevedranno un numero di posti specifico. Vi si potrà partecipare per una sola classe di concorso per ogni ordine di scuola, oltre al sostegno, e darà diritto al riconoscimento dell’abilitazione. I vincitori saranno così assegnati a un istituto e cancellati da ogni altra graduatoria (di merito, di istituto o a esaurimento, le cosiddette GAE) e lì presteranno servizio in prova per un anno.

Stop ai trasferimenti per 5 anni

Una novità importante riguarda la durata minima di insegnamento in una scuola: si passa da tre a cinque anni, durante i quali sarà in vigore l’obbligo di permanenza. Questo per evitare le numerose richieste di trasferimento, soprattutto dal nord al sud, che lasciano scoperte molte cattedre anche in corso d’anno.

“Questo vincolo aiuta sicuramente a dare maggiore stabilità, anche se non risolve il problema di fondo, cioè la spaccatura dell’Italia: al sud c’è un surplus di offerta di lavoro, con molti insegnanti che quindi fanno i concorsi al nord e poi chiedono, nel 90% dei casi, di riavvicinarsi a casa (anche perché mediamente si tratta di persone adulte, con famiglie, figli, ecc), mentre al nord non si trovano docenti, soprattutto in certe materie come quelle scientifiche. La situazione è tale che in alcuni casi si è arrivati a reclutare studenti iscritti all’università, ma ancora non laureati. Purtroppo il problema è storico, non esiste la bacchetta magica e non è possibile pensare di risolvere la questione se non con interventi di lungo respiro” dice Sanguinetti.

Alternanza scuola-lavoro

Se per i docenti non sarà cancellato il bonus, in quanto già inserito come provvedimento strutturale nella legge 107 sulla Buona Scuola, cambiano le modalità di gestione dell’alternanza scuola-lavoro per gli studenti. Con l’anno scolastico 2019-2020 il monte ore passa dalle 400 per gli istituti tecnici e professionali a 180/150 (a seconda degli anni di frequenza e del tipo di istituto), mentre per i licei si scende da 200 ore a 90: “Sicuramente le ore richieste finora erano eccessive, tanto che già per quest’anno non sarà obbligatorio raggiungere il quantitativo indicato precedentemente per accedere all’esame di maturità. Anche in questo caso, però, secondo noi occorre intervenire in modo diverso, tornando alla formazione a scuola: occorre riaprirei laboratori interni, il mestiere si deve imparare a scuola. Ben vengano iniziative in collaborazione con alcune aziende, ove possibile, purché non si riduca l’alternanza scuola-lavoro a tempo che gli studenti dedicano a mansioni dequalificanti”.

Ripetizioni e organici

Cambiano le regole anche per quanto riguarda la possibilità di effettuare lezioni private al di fuori dell’orario scolastico: gli insegnanti che optassero per questa scelta, dal 1° gennaio 2019 potranno contare su una tassazione con cedolare secca del 15% in alternativa a quella ordinaria Irpef.

L’organico dei docenti di musica, inoltre, sarà aumentato di 400 insegnanti. Infine, per tutti gli assistenti tecnici e amministrativi, e per gli ex co.co.co assunti nell’anno scolastico 2018/2019 si prevede il passaggio al contratto a tempo pieno. “Il vero nodo resta il fatto che il piano pluriennale per la scuola prevede una riduzione costante degli investimenti che oggi sono al 3,8% del PIL e che entro il 2032 dovrebbero scendere addirittura al 3,4%: nessuno in Europa spende così poco come noi per la scuola” dice Sanguinetti.

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