Video e foto online: che cosa è il diritto all’oblio? E quando invocarlo?

15 09 2016 di Oscar Puntel

Dopo il caso di Tiziana Cantone, la ragazza che si è tolta la vita perché continuamente derisa per i video hard che la riguardavano, facciamo chiarezza sui diritti che abbiamo quando postiamo online i nostri contenuti

Una ragazza della provincia di Napoli di 31 anni, Tiziana Cantone, si è tolta la vita dopo essere stata per lungo tempo derisa e insultata per strada e su internet, per alcuni video ‘hot’ che un anno fa aveva girato e poi trasmesso via whatsapp ad alcuni amici. Il materiale era finito presto sui social, diventando virale: si era scatenata l’ironia della rete con parodie, t shirt stampate per l’occasione e messe in vendita, articoli che parlavano di un nuovo ‘fenomeno’ del web.

Tiziana Cantone non aveva retto la catena di commenti denigranti, persistenti da un anno, le battutine della gente comune: aveva anche lasciato il paese. Si era rivolta alla magistratura e aveva ottenuto da pochi giorni un provvedimento d’urgenza per rimuovere da Facebook e da due testate online, articoli e commenti che la riguardassero. Ora la Procura indaga per istigazione al suicidio.

Si è parlato tantissimo, in questa storia, di diritto all’oblio: ma che cosa è? E qual è la procedura per difendersi, in questi casi? Cerchiamo di fare chiarezza con l’aiuto di un esperto di diritti digitali.

In questa storia c’entra il diritto all’oblio?

«In senso stretto, il tema del diritto all’oblio non c’entra con il caso di Tiziana Cantone» ci chiarisce subito Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’Università di Milano. «Nella vicenda di Napoli, la ragazza aveva chiesto al giudice un provvedimento che imponesse ai siti web di rimuovere video, foto ed eventuali fotomontaggi che la dileggiavano perché diffamatori, offensivi e perché trattavano illecitamente i suoi dati. Il cuore del problema era, quindi, la lesione della sua dignità e della privacy e non se la notizia avesse o meno ancora rilevanza di cronaca, ossia dovesse “cadere nell’oblio” (cioè essere dimenticata) per quel motivo».

Che cosa è allora il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio è tecnicamente il diritto a ‘essere dimenticati’ e a non vedere le proprie vicende continuamente riproposte online. «È un diritto - precisa Ziccardi - che è stato delineato dalla Corte di Giustizia il 13 maggio 2014 nel famoso caso “Google Spain”: ogni persona può chiedere la de-indicizzazione dai motori di ricerca (e da altri siti o archivi digitali) di notizie che non hanno più un interesse pubblico e di cronaca e la cui presenza danneggia un soggetto, dopo che è passato molto tempo».

De-indicizzazione significa togliere dai risultati dei motori di ricerca, lo strumento per scandagliare informazioni sulla rete. Il principio è che se si toglie da lì, un qualsiasi dato è difficilissimo reperire, a meno che non si conosca l’indirizzo preciso della pagine web dove esso sia contento. «La storia di Tiziana riguarda quindi la rimozione di contenuti lesivi dei diritti e della dignità di una persona», aggiunge il professore.

Come si può fare per chiedere la de-indicizzazione da un motore di ricerca?

Bisogna rivolgersi direttamente ai motori di ricerca, i quali hanno tutti messo a punto un modulo, reperibile online, in cui si chiede la rimozione di un contenuto dai risultati dei motori di ricerca. Google per esempio ha questo modello. Il motore di ricerca però esprime una sua valutazione: non accoglie tutte le richieste. L’equilibrio è fra il diritto all’informazione e il diritto all’oblio: è giusto che una notizia continui ad essere reperibile? Fino a che punto deve continuare a esistere online? E fino a che punto una tale notizia (o la sua continua riproposizione anche a distanza di tempo) è un danno per una persona?

«La risposta può essere positiva o negativa. Se è negativa, uno può rivolgersi anche al Garante per la Privacy per chiedere che sia imposto alla piattaforma di rimuovere (in quanto violazione dei dati e delle informazioni personali). Ma un cittadino può rivolgersi anche alla magistratura, sostenendo che determinate informazioni violano i suoi diritti. Lo si fa ad esempio con contenuti online in violazione del diritto d’autore ma anche con contenuti che stanno violando la dignità, la reputazione o i dati personali di un soggetto» dice Ziccardi.

Ci sono altre sistemi per proteggerci?

Per post o commenti che ci danneggiano o che riteniamo denigranti, dobbiamo subito contattare il social network dove questi compaiono. Facebook e YouTube per esempio hanno già dei moduli predisposti online per la segnalazione immediata. Se queste aziende si rifiutassero di provvedere alla rimozione, allora bisogna rivolgersi al Garante per la Privacy (o alla magistratura) perché lo imponga per sentenza, se effettivamente il tribunale riconosce la lesione di un nostro diritto. Se invece ci troviamo davanti a blog o a un sito internet, ci si deve rivolgere alla Polizia Postale o alla magistratura e chiedere la rimozione d’urgenza, che deve venire nell’arco delle 48 ore.

Riproduzione riservata