Cathy Ames ha il viso da fatina di Florence Pugh e in fondo agli occhi chiari un lampo di follia che sconsiglia caldamente di invitarla a cena. Racconta bugie a raffica, incendia la sua casa d’infanzia coi genitori dentro, abbandona marito e figli – e non è mica finita, ma ci fermiamo qui per non guastarvi la sorpresa. È certamente il personaggio più forte della nuova La valle dell’Eden, la serie Netflix tratta dal romanzo di John Steinbeck e firmata da Zoe Kazan (nipote di Elia, che diresse il film con James Dean nel 1955). Cattivissima, ma con una macroscopica differenza rispetto alla Cathy “originale”, inventata dallo scrittore nel 1952: questa volta, nel corso dei sette episodi, ci viene detto che forse, se è ridotta così, un motivo c’è.

Un’infanzia da incubo

Basta una manciata di fotogrammi per svelare che a Cathy, da bambina, succede qualcosa di terribile. Una violenza brutale che non vediamo ma di cui intuiamo le conseguenze: Cathy si trasforma in un’anima storta, abbandonando per sempre la spensieratezza sul prato dove giocava, accanto alle bambole e al suo volume di Alice nel Paese delle Meraviglie. Racconterà, verso la fine della serie, che da piccola immaginava di rimpicciolirsi come la protagonista di quel libro, fino a scomparire e mettersi al riparo dalle cose brutte. Da adulta, non diventa piccola per niente. Diventa enorme, potente, scaltra e feroce.

La Cathy di Steinbeck, cattiva dalla nascita

Steinbeck, che dieci anni dopo la pubblicazione di La valle dell’Eden avrebbe vinto il Nobel per la letteratura, presentava la “sua” Cathy come una specie di mostro, una creatura nata priva di empatia, che usa il fascino finto-innocente per esercitare potere su chi la circonda. Quando cresce e lavora nei bordelli, come da ragazzina, quando viene trovata seminuda e coi polsi legati insieme a due ragazzi più grandi. Loro sostengono che sia stata lei a organizzare tutto per incastrarli e Steinbeck, pur senza sciogliere esplicitamente il dubbio, ci porta a credergli. Non una vittima, dunque, ma una manipolatrice. Senza attenuanti né traumi a cui appellarsi.

Ma il male deve avere per forza un perché?

Quella introdotta da Zoe Kazan non è una svolta da poco. E non tutti l’hanno gradita. Sul Guardian e sul New Yorker, per esempio, c’è chi si chiede: davvero dobbiamo trovare una ferita infantile dietro la cattiveria di Cathy? Non possiamo lasciare che i mostri – lei per la precisione – siano semplicemente mostri? Il punto è che l’idea che il male possa esistere senza una ragione è la più terrificante del mondo. Trovargli un’origine, invece, ci rassicura, ci fa credere di avere la possibilità di riconoscerlo in tempo e magari scansarlo. Ma è un’illusione, questa, che può nascondere qualche insidia. La prima ha a che fare con gli stereotipi di genere.

Il diritto di essere cattivissime

La voglia di andare a caccia di traumi per spiegare la cattiveria non riguarda soltanto le donne. Anche il Joker di Joaquin Phoenix, per dirne uno, ha alle spalle anni di umiliazioni e sofferenze. Ma quando il cattivo è una donna, il bisogno di trovare una spiegazione sembra ancora più marcato. Perché (tutte e tutti) siamo abituati ad associare il femminile alla dolcezza, alla cura, all’empatia. E perché, nella realtà, le violenze più gravi sono commesse soprattutto dagli uomini, è un dato di fatto. Ma una cosa sono le statistiche, un’altra le storie che raccontiamo. Anche una donna può essere un mostro fino al midollo, egoista e aggressiva. E concederle questa possibilità, per quanto poco lusinghiera, significa riconoscerle tutta la complessità dell’essere umano. Compresi i suoi lati peggiori.

Cathy, femminista o egoista?

Rinunciare a cercare una giustificazione per Cathy non è così facile. C’è chi vede nella protagonista di Netflix persino una femminista. Del resto, siamo all’inizio del Novecento, quando le donne non possono votare e hanno ben poca voce in capitolo sulla propria esistenza. Cathy, invece, non vuole dipendere da nessun uomo. Mille volte meglio fare la prostituta. Cerca libertà, denaro e potere, anche a costo di calpestare chiunque incontri. In quest’ottica, la sua ribellione a una società dominata dai maschi diventa un’altra chiave per comprenderla, accanto al trauma infantile. E magari per fare il tifo per lei. Zoe Kazan, però, la pensa diversamente. «Non penso che Cathy sia femminista. Non credo che le importi delle altre donne, ma soltanto di se stessa», ha dichiarato a Time.

Capire e perdonare sono verbi diversi

Spiegare non significa necessariamente assolvere, suggerisce quindi la showrunner. Possiamo provare empatia per la bambina che ha subìto violenza senza approvare la donna che, una volta cresciuta, fa soffrire gli altri (incluso l’uomo che le salva la vita). Possiamo comprendere il suo desiderio di indipendenza senza condividere i mezzi con cui cerca di ottenerla. Florence Pugh ha raccontato di essere interessata proprio a questo: esplorare personaggi sgradevoli, cercare di capirli senza trasformarli per forza in persone buone.

Più umana, più colpevole?

Dare a Cathy una storia dolorosa, insomma, non la rende meno colpevole. Semmai più responsabile. La Cathy nata malvagia di Steinbeck sembra quasi obbedire alla propria natura. Quella di Kazan, invece, è una persona ferita che compie delle scelte. Da questo punto di vista, la serie potrebbe essere persino più severa del romanzo. Il dolore che ha provato aiuta a capire la sua ferocia, ma non la rende inevitabile. E forse è proprio questa la domanda che ci lascia: quanto del male che facciamo dipende da ciò che ci è accaduto e quanto, invece, dalle nostre scelte?

Quando la vittima non diventa carnefice

Perché – sottolinea qualcuno – il dolore lascia cicatrici profonde e i traumi influenzano il modo in cui una persona cresce e si rapporta agli altri, ma non ne determina necessariamente il destino. E cercare nel passato di Cathy la spiegazione di tutta la sua crudeltà rischia di trasformare una possibile chiave di lettura in una sentenza: chi è stato vittima finirà necessariamente per diventare carnefice. Una semplificazione e, al tempo stesso, un’ingiustizia verso chi ha sofferto senza poi fare del male a nessuno.

Timshel, la libertà di scegliere

Nel romanzo di Steinbeck come nella serie Netflix, torna una parola ebraica, timshel, tradotta come “tu puoi”. Puoi scegliere di fare il bene oppure il male, indipendentemente dalla tua famiglia, dalle sfighe e da quello che hai vissuto. È soprattutto Cal, uno dei figli di Cathy (interpretato da James Dean nel famoso film), ad aggrapparsi a questa possibilità: teme di aver ereditato la malvagità della madre e di essere destinato a diventare come lei. Ma timshel gli ricorda che non è così: può decidere. Come tutti noi. E come Cathy. Purtroppo per chiunque le capiti a tiro.