L’aveva chiamata Little Bastard: James Dean, patito di motori, andava pazzo per quella Porche 550 Spider da corsa, argentata e scattante, con cui si schiantò il 30 settembre 1955, sulla U.S. Route 466. Esattamente settant’anni fa. Era appena stato multato per eccesso di velocità, ma l’amico meccanico seduto al suo fianco, sopravvissuto, assicurò che Jimmy, al momento dell’incidente, non andava forte. Una Ford gli tagliò la strada, e addio all’attore 24enne, il più promettente della sua generazione. Pochi mesi prima aveva girato un video dove invitava alla cautela al volante e profeticamente aggiungeva: «La vita che salverete potrebbe essere la mia».
James Dean, una storia tragicamente unica
Ho cercato di farmi venire in mente una giovane star dei giorni nostri che, morendo all’improvviso, potrebbe entrare nella leggenda al pari di James Dean. Tra gli altri, ho preso in considerazione (facendo le corna) Timothée Chalamet e (doppie corna) Tom Holland, poi ho rinunciato. Pure loro, ovviamente, si trasformerebbero in monumenti hollywoodiani, ma la storia di Dean è tragicamente unica: quando perse la vita, era uscito solo il primo dei tre super film che, nel giro di un anno e mezzo, aveva realizzato. Il secondo – Gioventù bruciata – venne rilasciato un mese dopo l’incidente. Immagina l’attrattiva e, al tempo stesso, lo strazio nel vederlo sullo schermo vivo e ribelle, mentre nella realtà non esisteva più. Un cortocircuito emotivo che contribuì a trasformarlo da divo in ascesa, in icona senza tempo. Troppo inquieto per sopravvivere sul pianeta terra, perfetto per albergare per sempre nell’empireo delle star – e nei nostri sogni.

Quelle lacrime, tra finzione e realtà
Nato nell’Indiana nel 1931, Dean cresce in una fattoria vicino a Fairmount. La mamma muore quando lui ha nove anni, il rapporto col papà è tormentato, di ghiaccio. Ama il violino, i bonghi e Il piccolo principe, ma è il teatro a rapirlo. Dopo gli inizi in tv e qualche spot (uno, celebre, per la Pepsi), approda all’Actors Studio di New York. A Broadway recita nell’opera The Immoralist, ed è lì che Elia Kazan lo nota e lo scrittura per interpretare il protagonista inquieto e ipersensibile di La valle dell’Eden: Cal è arrabbiato, sta male, si sente fuori posto e cerca disperatamente l’amore paterno (guarda un po’). Il suo tormento esplode in gesti nervosi, sguardi che sfondano il cuore e improvvisazioni memorabili, come quell’abbraccio in lacrime al papà che ha fatto la storia del cinema.
James Dean, ribelle per sempre
Dopo il povero Cal, è la volta di Jimmy in Gioventù bruciata, adolescente solitario e sofferente, con la mamma appiccicosa e il padre debole, che ambisce, con scarso successo, a trovare un gruppo di amici e un posto nel mondo. È coraggioso, rude ma dolcissimo, in jeans, T-shirt bianca e giacchino rosso: la sua ascesa a simbolo del ribellismo a stelle e strisce – che sarebbe esploso nel decennio successivo – è quasi compiuta. L’ultimo step è l’interpretazione ne Il gigante, dove Dean – il solito irresistibile ciuffo e lo sguardo malinconico – si trasforma in Jett, cowboy divorato dall’ambizione, a cui il petrolio porta montagne di dollari ma non toglie tristezza e rancore.

Il più autentico della sua generazione
Everybody loves you when you’re dead, cantavano gli Stranglers. Ed è un punto fermo, da che mondo è mondo. James Dean, però, aveva davvero un talento speciale: così rivoluzionario rispetto agli altri divi dell’epoca, più ingessati e impermeabili alle fragilità, liberava i suoi conflitti interiori sotto i riflettori, mettendoli al servizio dei suoi personaggi. Chissà cosa avrebbe combinato se non se ne fosse andato via così presto. Di certo è stato il primo a ricevere una candidatura postuma all’Oscar come miglior attore protagonista, per La valle dell’Eden nel 1955 e per Il gigante nel 1956, quando gli venne assegnato anche un Golden Globe. «Afferrare il vero significato della vita è il compito dell’attore, interpretarlo il suo problema, esprimerlo la sua missione» diceva lui.
Perché continua a conquistare cuori (e schermi)
Stasera, 30 settembre, alle 21.50, va in onda il documentario James Dean – Una gioventù bruciata, su Sky Documentaries (in streaming su NOW e disponibile on demand), una full immersion nella vita dell’attore, che fu anche portatore di un modello di mascolinità modernissimo, privo del timore di esprimere la propria vulnerabilità, capace di introspezione e tormento. Impossibile da dimenticare: ogni anno migliaia di fan fanno visita alla tomba dell’attore e al James Dean Museum, che custodisce moto, auto, lettere e abiti che gli appartenevano. Anche la moda continua a celebrarlo: per presentare la collezione primavera-estate 2025, Antonio Marras ha realizzato il corto Motel Jacaranda, dedicato all’amore tra il divo e l’attrice italiana Anna Maria Pierangeli. La loro fu una relazione folgorante ma breve, ostacolata dalla famiglia di lei, che finì per sposare il cantante Vic Damone, mentre Dean – narra la leggenda – assistette al matrimonio da lontano, in lacrime, seduto sulla sua moto. Pierangeli non smise mai di considerarlo il suo unico vero amore. Nel 1971 morì per un’overdose di barbiturici.

James Dean segreto: l’ultimo, attesissimo biopic
James cammina a Times Square, la sigaretta tra le labbra, l’espressione e la postura di chi ha freddo e va di fretta. È forse l’immagine più nota dell’attore e fa parte del servizio scattato da Dennis Stock poco prima che iniziassero le riprese di Gioventù bruciata. Il film Life del 2015 ne racconta la realizzazione, con Dane DeHaan nei panni di Dean (Robert Pattinson è Stock). Ora è atteso un altro biopic: Willie and Jimmy Dean – con Brandon Flynn della serie Tredici come protagonista – è tratto dal memoir Surviving James Dean, in cui lo sceneggiatore William Bast ha raccontato la sua relazione col divo ai tempi della UCLA. «Non è la solita biografia, ma una storia d’amore tenera e tragica» spiega il regista Guy Guido. Il progetto è criticato da chi sostiene che offuscherà il mito dell’attore. Lasciamo che siano le parole di Dean a rispondere, pronunciate quando si vociferava di un suo flirt con Marlon Brando: «Non sono omosessuale, ma non vivo nemmeno con una mano legata dietro la schiena!».