Riempirsi «il pancino» di zuccheri, vivere di parole, guardarsi la linea allo specchio ed esclamare «Oh, rabbia!», poi balzare gli esercizi per uscire con la gang del Bosco (dei Cento Acri). La routine di Winnie the Pooh, ora che ci penso, è molto simile alla mia. Come tanti dei bambini nati tra il 1926 (l’anno in cui è stata pubblicata la prima raccolta di racconti di Alan Alexander Milne, intitolata Winnie Puh) e il 2026, anche io sono cresciuta con Winnie. I bambini del dopoguerra leggevano i libri e lo riconoscevano nei fumetti, mentre io l’ho seguito in tv; i piccoli di oggi lo trovano sul tablet, su YouTube, nei reel di Instagram.
Ha cambiato, nel corso degli anni, mille nomi: Winnie Puh, Winny-Puh, Winny Puh, Winnie Pooh e Winnie-the-Pooh, ma non smette di parlare a tutte le generazioni. Va oltre ogni gap generazionale perché, a differenza di tutti gli altri personaggi di fantasia, è nato proprio dall’immaginazione di un bambino, il suo co-protagonista Christopher Robin (Milne, il figlio dell’autore). E i bambini, nativi digitali o no, parlano tutti la stessa lingua.
Le grandi lezioni di Winnie, che non dimentichiamo mai
La più grande lezione di Winnie è che non tutto deve avere senso. Lui, di senso, ne ha ben poco: nei libri viene introdotto come Edward, poi perde completamente questo appellativo (pare sia perché Christopher Robin, quello della vita reale, nel frattempo gli ha cambiato nome). Non ha particolarmente senso nemmeno casa sua, una vecchia quercia con sulla sua porta affisso un cartello con scritto “Mr. Sanders” (che lui pronuncia “Sanderz”), né il suo titolo.
Se il nome, Winnie, sembra essere ispirato a una vera orsa di cui il piccolo Milne si era ossessionato dopo una gita allo zoo (Winnipeg), sul secondo nome Pooh ci sono non pochi dubbi. E sull’articolo che li separa, che conferisce al nome un che di autorevole, l’autore ha sempre ironizzato e mai fornito una risposta.
Seguendo le avventure di Winnie the Pooh e dei suoi amici ci siamo divertiti – quante ne combinavano! – ma abbiamo anche imparato lezioni importantissime. Per esempio, a non temere Efelanti e Noddole, «creature diaboliche», che alla fine non lo sono per niente. Nel cartone del 2005, Winnie e gli amici organizzano una spedizione per rapire questi abitanti diversi e spaventosi, convinti che stiano occupando il loro amato Bosco, ma scoprono invece un popolo gentile e simile al loro, ugualmente spaventato dalla presenza dei peluche nel territorio.
Winnie the Pooh e il racconto delle fragilità
Il cortometraggio del 1968, Troppo vento per Winny-Puh, vede un piccolo Pimpi rischiare di volare via, e la compagnia degli animali di stoffa unirsi per proteggerlo. Ognuno degli amici di Pooh ha un carattere ben delineato, ma soprattutto delle fragilità. Che non servono per renderli ridicoli, ma per mostrare come, affrontando la vita tutti insieme, si possa superare tutto e persino evolvere.
Pimpi è un piccolo maialino, ha paura di tutto, e il gruppo lo protegge in ogni momento. Ma quell’attenzione ad evitargli possibili guai non è accondiscendenza: se fosse solo, Pimpi resterebbe sempre a casa, non si spingerebbe mai oltre i suoi confini, non crescerebbe. È avventura dopo avventura che si scopre più coraggioso del previsto, e come lui il sornione Ih-Oh, pigro e annoiato, o il loro opposto, il coniglio (esaurito) Tappo.
Uno dei personaggi più amati dai bambini è Tigro, il tigrotto iperattivo che si infila in ogni tipo di situazione. Episodi come Tigro e Winny-Puh a tu per tu e Natale (1974) e Natale con Winny Puh (1991) mostrano però che dietro tutta quella voglia di azione c’è il desiderio di emergere per sentirsi più amati, la dipendenza dagli amici per non sentirsi mai solo. Fragilità che gli amici accolgono, organizzando alle volte dei veri e propri “interventi” per limitare i suoi saltelli fastidiosi e altre dei regali pensati apposta per lui che lo fanno sentire amato.
Christopher Robin, il vero Peter Pan

Ma a suggellare gli insegnamenti dell’orsetto e dei suoi amici è sempre Christopher Robin, che appare negli episodi come una sorta di fratello maggiore. Milne, inserendo il suo bambino in ogni capitolo dei racconti nati come storie della buonanotte, lo ha reso l’archetipo di tutti i piccoli del mondo, un bimbo immortale come Peter Pan. Ogni spettatore empatizza con i pupazzi, ma impara la lezione quando a riassumerne la morale è Christopher Robin, che episodio dopo episodio (o capitolo dopo capitolo) diventa un fratello maggiore anche per loro.

Per questo a lui sono stati dedicati i film Vi presento Christopher Robin (Goodbye Christopher Robin, del 2017) e Ritorno al Bosco dei 100 Acri (Christopher Robin, del 2018). Il piccolo Milne, quello vero, si è prestato così tanto per condividere le sue storie con tutti i bimbi che i suoi veri peluche si trovano ancora oggi in mostra al Donnell Library Center di New York. Sono rovinati per i troppi abbracci ricevuti, ma hanno uno sguardo diverso da quello dei pupazzi che troviamo sugli scaffali oggi. Saranno tutte quelle avventure.