Se penso alla me bambina, ricordo i film guardati sdraiata sul tappeto con mamma e papà, le gite al museo con mia nonna e le storie animate dalle bambole che immaginavo in cameretta. Poi c’è stata l’adolescenza, quindi la scuola, le prime uscite di nascosto in centro con le amiche, lo shopping del sabato pomeriggio (un’abitudine conservata negli anni) e gli appuntamenti ingenui, che mi fanno ancora sorridere. Ma esiste un altro momento, più breve e un po’ confuso, che si colloca proprio a metà tra queste fasi della vita. Si tratta della preadolescenza, uno strano periodo in cui sembravamo tutti poco aggraziati, durante il quale maturavano le prime consapevolezze fisiche, ma anche emotive e relazionali.
Anni goffi, in cui ci si improvvisava più grandi, desiderando che il tempo scorresse velocissimo per raggiungere i genitori, i miti o gli idoli. Forse questa età resta oscura e imbarazzante un po’ per tutti, ma sicuramente averla vissuta è stato importante. E ne prendo consapevolezza oggi, proprio quando si inizia a parlare della scomparsa della Tween Culture.
Che cos’è la Tween Culture e perché sta scomparendo
La Tween Culture corrisponde alla preadolescenza, a quel periodo di transizione tra i dieci e i quattordici anni (tween da teen e between) rappresentativo del passaggio dall’età infantile all’adolescenza. E proprio questa fase transitoria starebbe lentamente sparendo. I ragazzi sembrano diventare grandi prima del tempo, privi della maturità che la vita adulta invece richiede. È come se mancasse un passaggio: quel momento in cui è concessa una sperimentazione senza regole né pressioni, dominato dalla curiosità, ma anche dalle prime insicurezze, durante il quale si inizia a costruire la propria identità.
Il fenomeno Sephora Kids: la monetizzazione dell’insicurezza
Le cause di questa accelerata crescita vanno ricercate in contesti diversi. Complici i social, dove abbiamo già visto tendenze pericolose alimentare questa strana adultizzazione. Prima tra tutte quella delle Sephora Kids, un fenomeno esploso su TikTok e Instagram che vede protagoniste bambine tra i dieci e i dodici anni già ossessionate dal proprio aspetto che, spinte da contenuti mediatici fuorvianti, si recano in profumeria per acquistare creme e sieri fin troppo costosi, non adatti alla loro pelle.
Alla fine dello scorso anno, poi, l’attrice Shay Mitchell (nota per il suo ruolo in Pretty Little Liars) ha riportato l’attenzione sul tema, lanciando il suo brand di skincare, Rini (e fin qui nulla di strano), una linea di K beauty pensata, però, per i bambini. Il marchio si rivolge esplicitamente a piccoli consumatori, dai due anni fino agli adolescenti, creato per rispondere a un presunto bisogno. Come lei stessa ha raccontato a Elle USA, notando l’interesse delle sue figlie verso la beauty routine, ha pensato a come trasformare il gioco in un rituale di cura e connessione, con prodotti che si adattassero a visi giovanissimi. Naturalmente le critiche non hanno tardato ad arrivare, riaprendo un dibattito ancora vivissimo: è giusto pensare ad attenzione e prevenzione estetica a quell’età?
Queste vicende sono i più evidenti fenomeni di un cortocircuito culturale che culmina nel convertire la pre-adolescenza in una nuova fascia di consumatori ossessionati dall’estetica perfetta. Il mondo del marketing sembra aver capito come monetizzare l’insicurezza delle persone, anche nell’età più vulnerabile della loro vita che, alla fine, rischia di scomparire.
Dai giochi familiari all’emulazione social: il pericolo per i preadolescenti
Tutti da bambini imitavamo i nostri genitori, ne indossavamo le collane, le cravatte e ogni tanto ci truccavamo insieme alle mamme, o facevamo (si fa per dire) la barba con i papà. Questi gesti erano belli perché circoscritti a precisi momenti di vicinanza affettiva. Si trattava di rituali privati e intimi, vissuti con altre persone. Adesso, invece, l’imitazione passa dallo schermo, dove di privato non c’è proprio nulla, e la condivisione dell’esperienza lascia il posto alla pura emulazione. Come spiega Gabriele Scapellato, psicologo e psicoterapeuta, «Ogni figlio, nella storia, ha giocato a fare l’adulto con gli accessori dei genitori: le bambine di ogni epoca hanno rubato il rossetto alla madre e provato i suoi tacchi. Per la Generazione Alpha, però, questo gioco avviene dentro un ambiente digitale, e se prima restava in camera, oggi si filma, si condivide e spesso si monetizza.
Il problema non è la ritualizzazione di un gesto adulto, quanto la porzione che questo gesto occupa nello scambio affettivo-familiare. Il rischio sorge quando lo strumento di scoperta smette di rispettare certi confini protetti e da sperimentazione diventa iper-performance, così l’identità smette di essere un processo che si costruisce nel tempo, diventando un prodotto da esibire. Oggi la pressione di dover sembrare subito estetici e perfetti online cancella il diritto di avere un’infanzia spensierata. Estremizzando, è una forma di capitalismo emotivo, in cui emozioni e identità diventano terreno commerciale».
Alla ricerca di nuovi modelli
Se l’iperconnesione spaventa, dovremmo provare a considerare l’utilizzo insistito dei social da parte dei giovanissimi come a un espediente. «Assistiamo alla disfatta di molti dei brand e catene di negozi che vendevano abbigliamento colorato, giocoso, pensato proprio per i preadolescenti. Oggi sono sostituiti da altre proposte, versioni in miniatura di abiti per adulti» dichiara lo psicologo. E in effetti, come afferma anche Isabelle Perraut sul The Michigan Daily, «nel complesso, i segmenti di mercato un tempo dedicati ai preadolescenti si sono ridotti a una frazione di ciò che erano». Prima si correva da Hollister o Abercrombie, oggi piuttosto impopolari, soppiantati dalle collezioni teen di molte catene di fast fashion.
E lo stesso vale per la musica, con la scomparsa delle boy band e dei teen idol, come per certi contenuti multimediali. Io sono cresciuta con i programmi di Disney Channel e Nickelodeon, con i loro protagonisti, le cui avventure sembravano proprio alla mia portata. Oggi a spopolare sono storie molto più complesse, dove i ragazzi, pur andando a scuola, conducono vite più mature, esperienze relazionali e sessuali comprese. È come se non esistessero più programmi pensati per quella fascia di mezzo: da un lato cartoni animati estremamente infantili e dall’altro serie tv altamente esplicite e poco realistiche (e lo dice una che aspettava ogni settimana un nuovo episodio di Gossip Girl). Se gli archetipi di riferimento adatti ai preadolescenti non esistono più, i ragazzi finiscono con l’imitare modelli emotivi che non sono ancora in grado di decodificare ed ecco ritornare l’uso dei social per colmare un vuoto culturale.
Mostrarsi grandi significa crescere?
Il problema è che le piattaforme non conoscono le sfumature dell’età evolutiva e come spiega il Dottor Scapellato «l’algoritmo non segmenta per età ma per desiderio e qui il confine tra i mondi generazionali si dissolve». Sul piano dell’immagine, «l’esposizione a modelli stilizzati, filtri ed estetiche adulte porta a emulare comportamenti relazionali prematuri e a cercare di continuo un riscontro sul proprio aspetto. A un’estetica iper-adulta corrisponde però una struttura interna ancora in costruzione, con strumenti emotivi da sviluppare, un’identità che ha ancora bisogno di protezione, spazio e tempo». Di conseguenza, un’estetica matura non equivale a una maturità emotiva, e pur assimilando certi codici, all’interno i ragazzi stanno ancora imparando a formarsi emotivamente: «più che crescere prima, direi che si tende a mostrarsi prima. Il tempo psichico necessario per costruirsi si scontra con un tempo culturale che ha reso la latenza quasi insopportabile» afferma lo psicologo.
Crescere nell’era digitale: l’importanza del contesto relazionale per i preadolescenti
Soprattutto oggi, quando i ragazzi sembrano già grandi, diventa importante preservare quella fase di sperimentazione che proprio loro hanno bisogno di attraversare per la reale costruzione della propria identità, che non si rivela di colpo, ma lentamente, dentro un contesto relazionale. «Se la prossimità virtuale si sostituisce alla co-presenza fisica, negoziata e co-costruita, viene meno un allenamento prezioso per i ragazzi: il silenzio, l’attesa, la corporeità dello spazio, l’imbarazzo, la tolleranza della frustrazione, la possibilità di riparare i conflitti, la percezione della fallibilità e dell’imperfezione, tutte parti importanti per l’essere umano» continua Scapellato.
Tutto questo lo iniziamo a imparare proprio a dieci anni, e se l’ambiente digitale è diventato il nuovo luogo dove fluiscono le esperienze bisognerebbe porre attenzione sull’ecosistema relazionale in cui lo schermo viene utilizzato, senza demonizzarlo eccessivamente né ripiegando su divieti categorici: «le piattaforme sono progettate per catturare l’attenzione e chiedere a un dodicenne di autoregolarsi contro un algoritmo è una partita impari. Il vero fattore protettivo resta la relazione. Il limite protegge ma non insegna necessariamente a regolarsi. Il modo migliore potrebbe essere rallentare e, al tempo stesso, concedere a queste nuove generazioni di non essere quegli adulti che noi spesso pensiamo loro debbano essere» conclude lo psicologo.
Se ripenso a quel periodo un po’ confuso, come dicevo, non ricordo molto, ma qualcosa mi è rimasto: un certo senso di protezione, familiare e personale. Perché potevo essere chi volevo, grande o piccola, senza che nessuno mi dicesse che era giusto o sbagliato. E questa è una grande libertà, forse troppo sottovalutata, ma come sempre, ci si rende conto del valore di cosa avevamo, quando iniziamo a perderlo.