È sorridente e, come spesso accade, in vena di scherzare. «Questa conversazione è la mia prima uscita dal lockdown… Una specie» esordisce George Clooney dalla sua casa di Los Angeles. E subito dopo aggiunge: «Sento mia suocera parlare nell’altra stanza!». Una battuta, forse per far dimenticare le voci di crisi del suo matrimonio con Amal.

Appena eletto, a 59 anni, attore più sexy del mondo dalla rivista Glam’Mag per il secondo anno consecutivo, è stato a lungo uno scapolo impenitente, ma oggi si definisce soprattutto un padre di famiglia: i gemelli Ella e Alexander, 3 anni, riposano nella camera accanto, non lontani dai 2 Oscar vinti per Syriana come attore non protagonista e per Argo come produttore.

La sua è una carriera densa, davanti e dietro la macchina da presa, ma il 23 dicembre “esordisce” di nuovo, dirigendo per la prima volta un film nello spazio. Netflix gli ha messo a disposizione un budget stellare per girare The Midnight Sky, basato sul romanzo di fantascienza del 2016 di Lily Brooks-Dalton La distanza fra le stelle (pubblicato in Italia da Editrice Nord). È anche il protagonista della pellicola: Augustine, un astronomo con barba da Babbo Natale che nel mezzo di un’ambigua catastrofe globale manda messaggi disperati da un remoto avamposto nell’Artico. Crede di essere solo, finché incontra Iris, 8 anni, figlia di uno scienziato che l’ha misteriosamente abbandonata.

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– George Clooney nel film The Midnight Sky, dal 23 dicembre su Netflix

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Intervista a George Clooney

L’abbiamo vista recitare nello spazio in Gravity e in Solaris: cosa l’ha spinta a tornarci nei panni di regista? «Netflix mi ha fatto leggere La distanza fra le stelle, proponendomi la parte di Augustine. Il libro mi è piaciuto molto e ho risposto che avevo un’idea su come dirigerlo. Sapevo quanto fosse complicato girare la parte ambientata nello spazio. È stato massacrante. Le riprese sono iniziate su un’isola a 40 gradi sotto zero con un vento che soffiava a 70 chilometri orari» (e 4 giorni prima Clooney era stato ricoverato d’urgenza per una pancreatite dopo aver perso 13 chili per il ruolo, ndr).

Da regista ha imparato qualcosa di più sul suo lavoro? «Ho capito davvero cosa vuol dire adattarsi. Passando da un libro a una sceneggiatura devi modificare il testo, altrimenti non funziona. Anche l’ambiente in cui ti trovi cambia quello che fai: devi seguire il flusso, prenderla per il verso giusto».

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– George Clooney con la seconda moglie Amal Alamuddin, avvocata (la prima è stata Talia Balsam). Si sono sposati nel 2014 e hanno 2 gemelli, Ella e Alexander, 3 anni.

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– George Clooney con Brad Pitt, amico di lunga data, a Venezia nel 2008.

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– George Clooney con Elisabetta Canalis con cui ha fatto coppia dal 2009 al 2011.

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– George Clooney ai tempi di E.R., che ha girato dal 1994 al 1999.

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– George Clooney in Fratello dove sei?, la prima pellicola girata con i fratelli Coen.

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– Villa Oleandra sul lago di Como, la residenza italiana di George Clooney.

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– Con Kofi Annan, segretario generale dell’Onu, nel 2006: George Clooney è diventato ambasciatore di pace nel 2008.

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– George Clooney con il padre Nick, giornalista e politico.

La sua positività è innata? «Per 15 anni ho dovuto combattere per lavorare, ma mi era chiara una cosa: non sarei mai rimasto ad arrabattarmi nel Kentucky, dove ero nato. Per ogni parte che mi proponevano c’era un grazie totale da parte mia, anche davanti a qualcuno non proprio carino mi dicevo: “Non importa, ho un lavoro, ho i soldi per l’affitto, va tutto bene”».

Finché non è diventato George Clooney. «Oggi posso solo festeggiare. Chiunque si incazzi, nella mia posizione, deve andare da un bravo analista!» (ride, ndr).

Ma lei scherza sempre? «Prendo il lavoro seriamente, non me stesso. È pericoloso pensare di avere tutte le risposte, quasi sempre sbagli. E poi ci si diverte di più a vivere con leggerezza».

Perciò nei suoi film c’è sempre una parte “superficiale” che copre messaggi più profondi? «Non voglio fare prediche, l’intenzione è quella di intrattenere. Però mi ispiro alle pellicole degli anni ’60 e ’70 con cui sono cresciuto: La spia che venne dal freddo, Il dottor Stranamore, A prova di errore, I tre giorni del Condor… Oggi sono cult ma all’epoca furono attaccati perché trattavano argomenti difficili, come i diritti civili, il Vietnam, la cultura della droga, il femminismo».

Lei intanto è diventato uno dei sex symbol più ammirati del Pianeta: pesco un film a caso, Out of sight «Il regista di Sesso bugie e videotape, Steven Soderbergh, arrivava da un paio di cose andate male, io da Batman e Robin, un fiasco terribile. Avevamo entrambi bisogno disperato di un successo. All’epoca, era il 1998, giravo ancora E.R., e la gente era scettica riguardo a un attore che passava dalla tv al cinema. Quel film, su un rapinatore di banche in fuga da un’affascinante sceriffa, cambiò la mia carriera».

Con i fratelli Coen siete un team. La vostra prima volta? «Era appena uscito il loro Fargo, un film glorioso, mi sembrava stranissimo che mi volessero incontrare. Mi hanno detto: “Dove ti trovi? Possiamo venire?”, e sono arrivati in Arizona a farmi leggere la sceneggiatura di Fratello, dove sei?».

In cui le fanno fare il tonto e la mettono davanti a un microfono a cantare… «Ricordo che il musicista, T Bone Burnett, che è anche un brillante produttore, è venuto a darmi una canzone, dicendomi di impararla. Dava per scontato che potessi farcela, perché sono il nipote di Rosemary Clooney, attrice e cantante. Mi sono esercitato come un matto».

E… «Un disastro. Andammo a Nashville a registrare il pezzo: Ethan, Joel e Burnett erano dietro il vetro a guardarmi, ho iniziato a cantare e sembravo un gatto rimasto incastrato nella ruota di una macchina. Alla fine della mia performance erano disperati. Ma io non ho mollato».

Che ha fatto? «Ho scherzato: “Be’, mi sembra venuta bene!”. Poi abbiamo preso un cantante favoloso come Dan Tyminsky e la colonna sonora vinse il Grammy come album dell’anno, battendo gli U2. Fra l’altro, è strano che Bono non mi abbia chiesto di cantare con lui in questi giorni in cui festeggiano i 20 anni di All that you can’t leave behind…» (ride, ndr).

Anche lei ha lo stesso team da 20 anni. «Ho incontrato Grant Heslov (attore, regista, sceneggiatore e produttore, ndr) in una classe di recitazione, lui aveva 19 anni e io 21. Siamo arrivati a vincere un Oscar insieme con Argo. In un mondo completamente stravolto come quello in cui viviamo, conta ancora di più chi ti sta intorno».

Si riferisce al Covid? «Non solo. Anche all’odio che scorre a fiumi. Mi accorgo che cerco di circondarmi sempre più di persone gentili, che mi sostengono».