Conobbi Simona Sparaco qualche anno fa, a Milano, e mi colpì la semplicità con cui viveva il successo del suo primo bestseller, “Nessuno sa di noi”. Doveva presentarlo e mi confidò di aver paura. «Tranquilla» le dissi. «Ricordati che sei seduta su una montagna di copie!». L’ho incontrata di nuovo per parlare del suo nuovo libro, “Sono cose da grandi” (Einaudi), in cui racconta il suo profondo vissuto di madre. E affronta un tema cruciale: il dialogo con i nostri figli.

Com’è nato “Sono cose da grandi”? La scintilla è stata la strage sulla Promenade des Anglais di Nizza, la scorsa estate. «Sono cose da grandi» è la frase che ho sempre usato per distogliere mio figlio Diego dalla violenza che ci circonda. Lui ha 4 anni e io cerco di trasmettergli che certe cose non appartengono al suo mondo. Quella sera eravamo insieme davanti alla tv e a un tratto ho sentito la sua vocina che mormorava, tremando: «Mamma, è da grandi, cambia canale…». In quel momento, ho deciso di scrivere questo libro. 

Attentati, casi di cronaca nera, terremoti. È sempre più difficile spiegare ai bambini ciò che accade. Tu come parli a tuo figlio? Sono cose da grandi doveva essere semplicemente un modo per dire a mio figlio: «Piccolino, vieni qui, fuori c’è la tempesta». Ma poi è diventato molto di più: un racconto dove cerco di spiegargli la vita, e un po’, da mamma, di reinventarla per lui. Ai piccoli bisogna dire la verità, ma con le parole giuste. Ci vogliono coraggio e tenerezza: bisogna proteggere il “pensiero magico”, preziosissimo per ogni bambino. Nel libro, per esempio, spiego a Diego il terremoto del Centro Italia attraverso la storia di una tartaruga. E invento una favola per raccontargli come nasce il male. Ma a volte è lui a sorprendermi con la sua capacità di essere adulto: come se le «cose da grandi», in qualche modo, sapesse comprenderle anche senza il mio aiuto. Mai sottovalutare i bambini!

Tu e il padre di Diego vi siete lasciati. In che modo hai affrontato con il tuo bambino il tema della separazione? Quello che non deve mancare mai è la voglia di raccontarsi e condividere. Si può sbagliare un matrimonio, ma non un divorzio: perché i figli respirano la nostra rabbia. Io e il papà di Diego lo abbiamo capito in tempo. Per questo Sono cose da grandi è dedicato a lui, che mi ha resa madre e che è stato un grande, grandissimo amore.

Qual è la qualità più importante per una donna di oggi? La versatilità. Ma bisogna anche imparare a essere ciò che siamo, e andarne fiere. Il nostro futuro è nell’autostima, nella consapevolezza: siamo tutte grandi donne, quando siamo autentiche. Poi, si sa, non è facile fare la mamma e insieme lavorare… Io scrivo di notte, per non rubare tempo a mio figlio. Per fortuna Diego è un bambino indipendente, che nel nostro rapporto mi chiede soprattutto qualità. Tra noi a volte le parti s’invertono ed è lui che mi ricorda di chiudere la porta di casa o dov’è parcheggiata la macchina. Quando guido mi dice: «Attenta, se no facciamo l’Occidente!». Spesso siamo nomadi insieme, girando per l’Italia. Alle presentazioni dei miei libri si mette in prima fila buono buono e, quando mi vede sui giornali, dice con un sorriso grande: «Questa è la mia mamma bella, la mia mamma amore».

Sei romana, ma hai viaggiato molto. È uno dei segreti del tuo successo? Ho studiato a Londra e ho vissuto a Singapore (come la protagonista di “Equazione di un amore”, ndr). Viaggiare apre la mente. C’è un’osmosi continua tra personaggi e luoghi che racconto. Del resto, anche scrivere è un viaggio. Quanto al successo, se ho un segreto è uno: la passione. Io, se non mi appassiono, non scrivo: ho troppo rispetto di chi mi legge per fare altrimenti.

Cosa pensi dell’espressione “letteratura al femminile”? Una voce non può prescidere dal sesso. Ben diverso è usare l’aggettivo femminile per indicare una serie di luoghi comuni…

Con quali aggettivi ti definiresti? Emotiva, timida, un po’ svagata. Ho cominciato a scrivere per fuggire la realtà e ho finito per trovare la realtà attraverso la scrittura. Se potessi, vivrei in campagna. Senza cellulare. Ma non ho il coraggio. E qualche volta mi faccio un selfie e lo condivido anche io.

Nei tuoi libri il comunicare è un tema centrale: senti che i lettori hanno lo stesso bisogno? Quando scrissi “Nessuno sa di noi”, mi arrivarono tante mail da parte di giovani madri le quali mi raccontavano che, grazie al libro, avevano ritrovato la fiducia nella vita e spiegavano che la nascita dei loro bambini ne era la conseguenza: nulla può eguagliare la sensazione che io stessa ho provato in quei momenti. Come nulla potrà eguagliare ciò che ho provato scrivendo Sono cose da grandi: i miei lettori lo capiranno. Ma per
me l’importante, con i figli e non, è sempre esprimersi: le parole d’amore non dette, sono sempre occasioni perdute.


“Sono cose da grandi” (Einaudi), il sesto romanzo di Simona Sparaco, 38 anni.


“Nessuno sa di noi” (Giunti, 2013) La storia di Luce racconta con toni sommessi e forza travolgente il dramma di una maternità negata. È stato finalista al Premio Strega.


“Se chiudo gli occhi” (Giunti, 2014) È il viaggio di riconciliazione tra un padre e una figlia, Viola, nei luoghi magici dei monti Sibillini. Ha vinto il Selezione Bancarella.


“Equazione di un amore” (Giunti, 2016) Parla di un amore giovanile che, dopo anni, sconvolge la vita di Lea. Una casa cinematografica americana ne ha comprato i diritti.