«L’essenza del camp è il suo amore per l’innaturale: l’artificio e l’esagerazione». Sono passati 55 anni da quando la scrittrice Susan Sontag ha spiegato, in un saggio articolato in 58 punti, Notes on “Camp”, che cos’è questa parolina di sole 4 lettere e molteplici significati, la cui origine non è neppure chiarissima. Potrebbe derivare dal francese se camper, mettersi in posa esagerata.

O da un processo inglese, a fine Ottocento, quando i comportamenti omosessuali allora illegali vennero definiti “campish undertakings”, “imprese campestri”. Fatto sta che, negli ultimi 55 anni, nessuno come la scrittrice americana è riuscito a definire davvero o, meglio, a dare dei “confini” a quella che è una cultura, uno stile dell’arte, una moda, una sensibilità individuale, anche strettamente legata al mondo omosessuale.

È il troppo-troppissimo, il cattivo gusto esagerato

Oggi una mostra lo celebra al Metropolitan Museum di New York. Presentata a Milano da Alessandro Michele, lo stilista di Gucci che l’ha fortemente voluta, con la direttrice di Vogue America Anna Wintour e il curatore Andrew Bolton, Camp – Notes on fashion inaugura il 6 maggio con uno sfrenato gran gala. E davvero varrà la pena sbirciare, sui siti di moda, le immagini del red carpet. Gli ospiti d’onore saranno Lady Gaga, la tennista Serena Williams e Harry Styles (assurto a icona del genere nella campagna di Gucci che lo ritrae con un capretto sulle spalle).

Ci aspettiamo piume di pavone e fenicottero, acconciature da lampadario di Versailles (gli studiosi del costume fanno nascere il camp proprio nella reggia francese), cristalli, chilometri di tulle e colori sgargianti, accostati come mai un comune mortale oserebbe. Perché questa è l’anima più pura del camp: il troppo troppissimo, il bizzarro, il cattivo gusto talmente esagerato da diventare affascinante.


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Ru Paul, regina delle drag queen


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Lady Gaga sul red carpet


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Un esemble Gucci in mostra al Met


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Viktor&Rolf


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Un ensemble Moschino by Jeremy Scott in mostra al Met


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Comme des Garçons


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Una campagna pubblicitaria di Gucci


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Jeremy Scott

Non va confuso con il kitsch

Occhio, però, a non confondere camp con kitsch. Il camp contiene un valore fondante che il kitsch non prevede: la celebrazione della libertà, e infatti è parte importante della cultura gay. Come ha detto Andrew Bolton, direttore del Costume Institute del Met, «è un ottimo linguaggio per gli emarginati». Perché celebra la libertà di essere diversi, di interpretare il ruolo che si vuole, abbattendo in primis la distinzione maschio-femmina.

Per questo l’icona originale del camp è la Marlene Dietrich anni ’30 vestita da uomo. Ma ne sono simboli anche il Lago dei cigni del coreografo Matthew Bourne con ballerini solo maschi. Le performer dell’esagerazione e del travestimento come Cher e Carmen Miranda. E soprattutto, di diritto, tutte le drag queen della storia, Ru Paul in testa (ora in tour con il suo spettacolo Drag Race).

È una metafora della vita come teatro

Disinibito, colorato, giocoso, il camp prende sul serio le frivolezze e in modo frivolo la serietà. È generoso, non giudica mai nessuno, celebra la stravaganza come libertà del sé e accettazione degli altri. È, diceva Sontag, una metafora della vita come teatro, dove si interpreta il personaggio che si vuole. Per questo “è” moda. Dal Jean Paul Gautier degli anni ’80 al John Galliano che disegnava Dior, dagli attuali Gucci (epitome del fenomeno) a Viktor&Rolf e Jeremy Scott.

Sono gli stilisti stessi a dirci perché sia tornato alla ribalta il camp. Lo scorso inverno Rei Kawakubo di Comme des Garçons gli ha dedicato la sfilata, spiegando che di quella bizzarra esagerazione colorata oggi abbiamo bisogno. Come forma di ribellione a un periodo politico e sociale scuro, soffocante, individualista, che impone censura a ogni forma di espressione personale. Vogliamo fare la rivoluzione? Vestiamoci di tulle e piume. Almeno ci divertiremo.

Così parlò Susan Sontag

Il testo da cui si muove la mostra è Notes on “Camp”, il saggio con cui Susan Sontag, scrittrice e intellettuale americana, nel 1964 ha presentato al mondo questo fenomento culturale. E ha saputo prevedere con largo anticipo tante manifestazioni che oggi ritroviamo (soprattutto, ma non solo) nella moda. Il libro non è tradotto in italiano, ma il suo inglese è di facile lettura. E vale lo sforzo!

Anche l’Italia ha le sue icone

Il film “Il vizietto” con Michel Serrault e Ugo Tognazzi, del 1978: il look dei 2 protagonisti è imperdibile.

L’attore Paolo Poli ha sfidato ogni luogo comune. Per riscoprirne la vena camp, cerca su YouTube i video dei suoi spettacoli (da Santa Rita da Cascia a Caterina de Medici).

La show girl Dubbi? Raffaella Carrà, in ogni momento della sua carriera. Il cantante. Mika, che dimostra con le sue canzoni e le sue giacche come la bizzarria possa diventare estrema eleganza.