Quello che fino a pochi anni fa sembrava impensabile, oggi sta succedendo: la rivincita della bellezza non convenzionale. A Miss Italia, ormai lo sappiamo, sul terzo gradino del podio è arrivata Chiara Bordi, una giovane donna con una protesi a una gamba. Per la prima volta è stata ammessa – e poi votata – una ragazza con una disabilità evidente come una protesi.

Di lei si è iniziato a parlare ben prima della finale, quando gli haters, rivitalizzando dal web un programma televisivo ormai boicottato dal pubblico, hanno popolato i social di insulti: «Fai schifo, vattene a casa e non fare pena agli italiani che ti votano perché sei storpia» le hanno scritto. Oppure: «Tra un po’ pure i maiali o i cani a Miss Italia… che pena. Che schifo». A tutti, Chiara ha risposto con la saggezza cristallina di chi, a soli 13 anni, si è già dovuta ricostruire una vita: «A me il commento della “signora” scivola completamente addosso. Mi dispiace per lei perché a me mancherà pure un piede ma a lei manca cervello e cuore e quelle sono le uniche due vere qualità che, secondo me, contano».

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La ragazza farà strada. E salirà di sicuro su altri podi, allenata com’è ad arrampicarsi sulla vita dopo che un incidente sul motorino la costrinse mesi in ospedale per costarle, alla fine, la gamba sinistra. Ma non è la prima donna a mettersi sotto i riflettori con una protesi o evidenti imperfezioni fisiche. La top model Winnie Harlow, per esempio, dopo un’infanzia e un’adolescenza ostaggio dei bulli, è diventata famosa in tutto il mondo dopo essere stata scelta come testimonial da Desigual proprio per la sua vitiligine, che la rende un esempio di bellezza non convenzionale. Anche Heather Mills (che tra l’altro è stata la seconda moglie di Paul McCartney) ha costruito la sua carriera da top model mostrando la gamba bionica, spesso in interviste volutamente provocatorie. E poi c’è Aimee Mullins, atleta paralimpica, che è diventata anche modella e attrice e oggi sfoggia le sue 12 paia di gambe protesiche come vere opere d’arte: da quelle per correre più veloce a quelle per camminare sui tacchi. «È vero» dice. «Ho due gambe in meno, ma ne ho 12 in più!». 

Il fatto è che ai corpi bionici nello sport siamo abituati: Bebe Vio, Giusy Versace, Martina Caironi, Monica Contraffatto hanno sdoganato la tecnologia come potenziamento del corpo. Ciò che per noi è nuovo è che un corpo come quello di Chiara Bordi non debba battere un record, ma essere bello. Questa bellezza ci fa paura perché abbiamo paura di ammettere che un corpo a cui manca qualcosa possa anche essere attraente. Negli stereotipi più negativi, infatti, la disabilità coincide sempre con la malattia e il corpo lo vediamo come oggetto di cure, un corpo da guarire perché diverso. L’immagine che abbiamo delle persone con disabilità ne mette in risalto soprattutto il limite, la difficoltà, la sofferenza: da qui l’esclusione, la marginalizzazione e perfino l’occultamento. Oppure, al contrario, il desiderio che attribuiamo loro di riscatto, e che li trasforma in eroi di un’eterna battaglia, la loro stessa vita.

Chiara sarebbe salita lo stesso sul podio senza la sua protesi? In fondo questo non ci interessa. Ciò che più conta, è che oggi le persone con disabilità riescano a calcare una scena, a parlare da protagoniste, ad affermare la propria identità. Prima di essere una donna con una protesi, Chiara è Chiara, e la sua bellezza parla da sola. Finché dipingeremo le persone disabili come guerrieri o, al contrario, avremo pietà di loro, finché insomma continueremo a trattare la disabilità in modo speciale, non diventerà mai normale. Si tratta di una svolta culturale, di un modo di pensare diverso che, se fino a pochi anni fa era appena auspicabile, oggi sta dando i primi segni di sé. E sarà un cambiamento che avverrà in modo naturale perché imposto dal nostro tempo. Cominceremo a pensare alla disabilità – non solo fisica, ma anche mentale – come a un’esperienza che potrebbe, può capitare nell’arco della vita, a causa dell’invecchiamento e dell’incidenza delle malattie croniche. E allora diventerà normale trovarsi immersi, personalmente o in modo indiretto, in quest’esperienza di cambiamento che, come testimoniano Chiara e le tante altre persone a cui è capitato, non segna la fine della nostra vita, ma un altro modo di viverla