«Non colonizzo un muro. Prima di realizzare un disegno mi piace capire che posto è, chi ci passerà, chi abita in quelle case, da dove arriva la luce del sole» racconta Leticia Mandragora, una delle street artist protagoniste di questo servizio. E proprio nelle parole di Leticia, pronunciate con un accento magnifico, un mix di spagnolo e napoletano, è riassunta una delle caratteristiche principali, forse la più bella, dell’arte di strada: il dialogo che intreccia con la gente, i passanti. Migliaia di gambe e occhi sovrappensiero o attenti, che attraversano le vie delle città. E che non possono fare a meno di vedere quei colori, quelle linee, quei volti.

Gaetano Massa
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Leticia Mandragora

Nata a Madrid, a 15 anni Leticia Mandragora si trasferisce a Ercolano ma appena può va all’estero – New York, San Francisco, Miami – per studiare la street art e imparare a usare la bomboletta. Si laurea in Biotecnologie, un percorso che non vede così lontano dall’arte. Perché per lei disegnare è sì fantasia, libertà, emozione. Ma non solo. «C’è tanta ricerca, tanto studio. Leonardo, in fondo, era uno scienziato» dice. E lo studio, Leticia (nella foto a sinistra con il suo Maradona), lo mette per perfezionare il tratto figurativo e per scegliere il “suo” colore, il blu. «Tutti i visi delle mie opere li faccio così. È una tinta particolare, che in molte culture è associata alla donna, alla spiritualità. A me serve per estrapolare la visione materialistica della persona ed elevarla alla sfera sentimentale». Ma se guardi bene le sue opere, vedrai che lascia gli occhi colorati: «Perché per me sono la finestra tra spirito e realtà».

Gaetano Massa
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Roxy in the Box

Parlandole è impossibile indovinare la sua età. Di lei dice solo di essere nata vecchia e di sentirsi una specie di Tina Pica. In realtà, Rosaria Bosso, in arte Roxy in the Box, di vecchio non ha proprio niente. Sempre a suo agio quando c’è da creare qualcosa che esce dai canoni, è un’artista napoletana che sperimenta tutte le formule del linguaggio contemporaneo, videoinstallazioni comprese. Ma la sua preferita, al momento, è la pittura acrilica su carta o tela, che a volte poi attacca ai muri, come murales. «Mi permette di lavorare in velocità, di essere immediata. L’olio è troppo meditativo» racconta. Le sue “fisse” sono il viso, con un’estetica molto pop, e i colori: «Mi diverto a usarli in totale libertà, ad accostare quelli che di solito non stanno bene, come viola e marrone, verde e fucsia, arancio e verde». Il risultato? Una bomba, come si vede nella sua opera Ti prenderei per le palle.

Gaetano Massa
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Trisha

A 6 anni sua mamma le regala un cavalletto e da quel momento Trisha non stacca più le mani dai pennelli. «Dipingere è la mia valvola di sfogo, mi fa emozionare, mi fa sentire viva» racconta, con un filo di voce, Trisha, 26 anni, di Napoli Nord, che da sempre utilizza tele e tempere per comunicare, per compensare il suo carattere introverso e chiuso. Alla street art arriva 5 anni fa, quando impara a usare i colori per esterni, che resistono di più: sui “suoi” muri troneggiano volti di donne dai tratti tribali, indigeni. «Disegnare così è ancora più bello, non hai limiti di spazio, sei libera». E libera, come piace a lei, si sente anche quando lavora, da attrezzista, a teatro (adesso è al San Carlo di Napoli per la Bohème). «Sono l’unica donna. E come spesso capita nei cantieri, non ci sono neanche i bagni per le operaie!». Ma oramai a essere una mosca bianca è abituata: «Non è che nella street art siamo molte di più!».

Gaetano Massa
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Yele

Elena, 37 anni appena compiuti, nome d’arte Yele, si definisce una “visual activist”. «Non disegno solo sul muro. Ma amo sperimentare diversi supporti: carta, tela, digitale» racconta. Da bambina è cresciuta tra la provincia di Caserta e Genk, in Belgio, adesso è tornata in Italia. Il suo primo grande amore sono stati i graffiti, le scritte, le firme. «Era il mio modo per dire: “Ehi, esisto!”». Poi è passata alla street art. «L’importante è stare per strada, il posto migliore per comunicare, porre il dubbio agli altri, far riflettere». Ma nonostante adesso preferisca il figurativo, la passione per il lettering le è rimasta. Come si vede in quest’opera, Infinito, dedicata a Giordano Bruno. «Grazie» mi dice, prima di salutarci. «Per avermi fatto tornare a Nola, sotto questo murales: quando l’ho rivisto mi sono emozionata». Ed è proprio questa la magia della street art.

Gaetano Massa
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Teresa Sarno

Teresa Sarno nasce a Roma, consegue il diploma di liceo classico ad Avellino e successivamente si trasferisce nuovamente a Roma dove inizia a studiare Arte e Illustrazione editoriale presso lo IED.
È nella sua città, Avellino, che inizia a realizzare le prime opere murali nel 2015. Ma lascia il suo segno anche nelle strade di Irpinia, Puglia, Sicilia, Spagna.
Il “Sogno di Lola” e “I fiori di Minerva”, prodotti insieme alla fondazione Alfonso Gatto nel quartiere Fornelle di Salerno, sono tra i suoi murali più noti. Vanta collaborazioni con Medici Senza Frontiere, Carpisa ed Ikea.
I lavori di Teresa, insieme a oltre 350 opere realizzate su tutto il territorio italiano da 50 artisti, sono fruibili su Google Arts & Culture, la prima piattaforma digitale dedicata street art italiana.

«Che sia indignazione, sorpresa, gioia o meraviglia, la street art non lascia indifferenti» dice Dominique Stella, storica dell’arte specializzata in arte contemporanea, ex direttrice per l’arte contemporanea di Palazzo Reale a Milano e curatrice della Biennale Street Art Superwalls. «Il bello di quest’arte, che oramai ha trasformato le nostre città in gallerie a cielo aperto, è il fatto di essere concreta, accessibile, diretta, ovvia, nell’accezione più positiva del termine» continua. Insomma, popolare. Perché mentre da un lato in questi anni l’arte contemporanea si è staccata dal consenso dello spettatore alla ricerca di quello di un’élite sempre più esclusiva, dall’altro la street art ha guadagnato terreno e riallacciato la comunicazione con il pubblico, creando un linguaggio comune, forte, che parla tante lingue.

«È un linguaggio universale, immediato, che crea collettività, aggregazione. Una narrazione condivisa, un percorso didattico che unisce, fa riflettere, alimenta discussioni» spiega Leticia Mandragora. «Difficile trovare un’altra arte così immediata: anche nella letteratura o nella musica, per esempio, c’è un lungo percorso per fruire l’opera. Mentre i murales ce li abbiamo sotto gli occhi, tutti i giorni, senza bisogno di entrare in un negozio o in una galleria» dice Dominique Stella.

E in un momento culturale come quello che stiamo vivendo, in cui il senso passa soprattutto attraverso l’immagine e attraverso l’immediatezza, in cui il visivo ha una importanza enorme sulla nostra percezione del mondo, la street art ha acquisito potere. Sicuramente quello di porre domande a chi guarda. Ma non solo. Anche quello di entrare a far parte del tessuto urbano, dei nostri quartieri e di cambiarne il volto, in meglio, dando un significato diverso allo spazio abitato.

«È un potere trasformativo, capace addirittura di riprogettare e riqualificare parti delle città. I murales danno una qualità alle zone degradate, è come un faro acceso su quella parte» spiega Dominique Stella. E sono così intrecciati e armonizzati con il contesto in cui nascono, che diventeranno sempre di più veri e propri elementi urbanistici, come le statue che vengono messe in una piazza.

E proprio per questo l’idea è di proteggerli, per esempio con pareti di plexiglass, cioè di renderli eterni, di liberarli da quella caducità che li contraddistingue. Ma nonostante la street art stia rivoluzionando il modo dell’arte contemporanea, non riesce, ancora a infrangere alcuni stereotipi, come quello di essere un’arte molto maschile. Una convinzione che le ragazze che vedete in queste pagine vogliono sgretolare a colpi di creatività, bombolette spray e magnifici volti di donne.