Benetton Formula (su Sky e NOW) non parla solo di auto, ma di identità e visione. Come quella che ha portato la pilota italiana Vittoria Piria, per tutti “Vicky”, oggi commentatrice tecnica per Sky Sport F1, a gareggiare per la prima volta nella GP3 (la categoria “pre” Formula 1) e ad aggiudicarsi la W Series e il Gran Turismo.
«La mia carriera non è stata lineare, ma nel motorsport, come nella vita, non sempre riesci a fare quello che vorresti, come lo vorresti. Io ho sempre saputo che il mio posto era lì, in pista. Ma ci sono stati momenti in cui mi sono dovuta reinventare: come istruttrice di guida, come volto televisivo. L’importante è stato sempre restare dentro a quel mondo». Nel documentario Benetton Formula emerge la capacità del gruppo di rompere gli schemi e costruire qualcosa di nuovo. Così è stata la carriera del giovane Alessandro Benetton agli inizi e così è (stato) il suo percorso.
Intervista a Vittoria Piria, donne e Formula 1

Qual è lo schema che oggi vorrebbe contribuire a rompere, in quanto donna?
«Quando ho cominciato ero praticamente l’unica ragazza, anche nei paddock. Oggi non è più così, ma mancano i modelli: a 10 anni vuoi vedere qualcuno come te, nel posto dove ti piacerebbe essere un giorno, altrimenti fai fatica a immaginarti».
Che emozioni le dava, da ragazzina, girare con i kart in pista?
«Mi piaceva la velocità, ma anche la competizione. Non tanto il “vincere sugli altri”, quanto il migliorarsi. Crescendo, però, ho dovuto imparare a gestire la pressione: se diventa troppa, ti toglie la gioia. E devi ritrovare il motivo per cui avevi iniziato».
I consigli per rompere il soffitto di cristallo
Che cosa servirebbe per vedere più donne nel motorsport?
«Come ho detto prima, innanzitutto gli esempi. Da giovane ebbi un “clic” quando mia madre mi mostrò la foto di Danica Patrick che vinceva l’IndyCar, il maggiore campionato automobilistico statunitense (nel 2008 l’ex pilota del Wisconsin fece storia diventando la prima e finora unica donna a farlo, ndr). In più, sarebbe necessario progettare auto diverse per corpi diversi. Soprattutto nelle categorie di mezzo, infatti, la forza fisica richiesta per riuscire anche solo a manovrare un volante senza servosterzo è altissima. Non voglio dire che bisogna “semplificare”, ma permettere a più talenti di competere tra di loro, non solo in categorie diverse».
Immagino che molte ragazze le chiedano consigli su come diventare pilota. Che cosa risponde?
«Che bisogna esserci. Anche quando sembra non servire. Anche quando non è il ruolo o il momento ideale. Io ho fatto tante deviazioni, che però mi hanno riportata esattamente dove volevo stare. Ecco: la strada non è quasi mai dritta, ma piena di curve. Proprio come in pista».
Da non perdere
Tra la metà degli anni ’80 e i primi ’90 il gruppo Benetton fece qualcosa d’impensabile, all’epoca, nei paddock: cambiare le regole del gioco. Non solo sul piano tecnico, ma anche culturale. Fu la prima scuderia a portare nella Formula 1 un linguaggio nuovo, colorato, internazionale. E il documentario Benetton Formula (su Sky e NOW) racconta il momento in cui la Formula 1 ha smesso di essere solo ingegneria e velocità ed è diventata immaginario, identità di squadra, visione condivisa. Benetton ha creduto nei giovani e ha scommesso sul loro talento prima degli altri. È così che sono arrivate le vittorie e i titoli mondiali con Michael Schumacher: non per caso, ma perché ogni tassello – piloti, meccanici, ingegneri, comunicazione – era parte di un mosaico più grande.
