Il perdono è una medicina per il corpo e per l’anima

La capacità di perdonare introduce la possibilità di un cambiamento a livello esistenziale. Metterci nei panni degli altri ci rende più forti, perché è allenarsi a trovare nuove risposte, accettare la diversità, aprirsi al futuro. Un viaggio in noi stessi.

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Perchè perdonare fa bene

«Perdonare non è dimenticare, ma, al contrario, liberare il passato per essere pienamente coscienti del presente»: il focus del perdono è il presente anziché il passato, come spesso si è portati a pensare.

Daniel Lumera, presidente della International School of Forgiveness e autore del libro La cura del perdono (Mondadori) spiega: «Quante persone sono disposte a lasciare andar via dolore, disperazione, frustrazione e rabbia? Molti rimangono aggrappati invece a questi sentimenti negativi in maniera ossessiva. Si nutrono per anni del proprio dolore perché intimamente credono che, abbandonandolo, potranno perdere per sempre ciò a cui quel dolore è legato».

Le attuali ricerche sul cervello evidenziano che quando è in corso questo processo si attiva una complessa rete di risposte nelle aree celebrali coinvolte. Il perdono costituirebbe una sorta di training neuronale: stimolando la capacità empatica diventiamo più consapevoli del dolore altrui. Perché perdonare è avere il coraggio di cambiare prospettiva.

Gli effetti positivi del perdono sulla salute

La questione del perdono è un tema su cui si dibatte sempre più spesso, anche a livello scientifico. Secondo le indagini emerse nell'ambito delle neuroscienze potrebbe trattarsi di una vera e propria strategia evolutiva. Come riporta Daniel Lumera, il perdono agirebbe sull'attività dell'hpa, Hypothalamic-Pituitary-Adrenal e sulla produzione di cortisolo, generando una risposta positiva da parte del sistema immunitario.

Perdonare introduce delle trasformazioni chimiche che interessano il livello cardiovascolare, neuroendocrino e cellulare:

  • aiuta a gestire meglio le situazioni di conflitto e gli attacchi di panico,
  • introduce un miglioramento nella qualità della vita.

Un esperimento ha evidenziato che dieci ore di training sul perdono possono apportare un beneficio profondo all’attività coronarica dei pazienti cardiopatici. Se il perdono è una «medicina per l’anima e per il corpo», come è stato definito dal dottor Douglas Russell durante un'intervista al Los Angeles Times, come è possibile imparare questa modalità ispirata a principi antichissimi?

Perdonare è difficile, ma fa bene: ecco come fare

Non censurare le emozioni

In certi casi riemergere dal dolore può essere realmente difficile. Ci sono eventi dell'esistenza capaci di gettarci in un abisso profondo: alla tristezza si mescolano rabbia, desiderio di vendetta, risentimento, frustrazione. Il rischio? Avvelenarsi lentamente.

Spiega Daniel Lumera: «Tenersi dentro sentimenti negativi è illogico oltreché controproducente. Liberarsi da queste tossine emozionali e mentali deve diventare un imperativo per una buona qualità di vita, per la salute nostra e di chi vive con noi».

Provare sentimenti distruttivi è profondamente umano, ecco perché il primo passo è iniziare a guardare dentro di sé, con onestà e coraggio, iniziando a nutrire comprensione anche verso ciò che non riusciamo a capire, né accettare. Può accadere di utilizzare il dolore che proviamo per punire gli altri e agire sul senso di colpa, tuttavia gli effetti possono essere deleteri.

Trasformare il dolore

Di frequente tendiamo a pensare alla pace come un obiettivo: qualcosa che non esiste qui e ora, ma che potrebbe essere realizzata o perseguita seguendo un certo comportamento. Sì... e no.

Stare in pace è soprattutto l'atteggiamento che abbiamo nei confronti del mondo, un modo di essere e affrontare la vita. «Le emozioni, come i pensieri, sono il cibo di cui ci nutriamo quotidianamente» ricorda l'autore de La cura del perdono: «Così come seguiamo una dieta per la salute fisica, ne abbiamo una emozionale e mentale.

Le idee e i sentimenti nutrono oltre che la coscienza anche il corpo: lo cambiano, lo guariscono o lo fanno ammalare, lo ringiovaniscono o lo fanno invecchiare». Se l'odio è un veleno, il perdono costituisce la chiave per trasformare il dolore in nuovo flusso d'amore.

Imparare la gratitudine

Daniel Lumera spiega: «Il dolore non è altro che amore trattenuto. Quando ci aggrappiamo alle persone e alle situazioni che amiamo, generiamo sofferenza: è attraverso la gratitudine che comprendiamo come liberarcene e amplificare le emozioni positive». La sofferenza non elimina quanto di bello e vivo è accaduto grazie a una certa persona o un'esperienza: si tratta di allenarsi a lasciar andare ciò che è stato e tenere per sé la lezione che abbiamo potuto imparare attraverso una certa esperienza, anche se negativa.

«Quante volte una sventura apparente si è rivelata poi una grande fortuna?» si chiede l'autore, dando forma a una situazione comune per ognuno di noi: «Ciò che lì per lì sembra essere un ostacolo si rivela in seguito un’opportunità. Con il «senno di poi» si scopre quanta poca fede abbiamo avuto nella vita. Ringraziare non è solo una formalità: è abbandono, fiducia, apertura, disponibilità».

Vivere il presente

Il modo in cui ci relazioniamo agli altri spesso ha un effetto diretto sulla nostra infelicità. «Proiettiamo inconsapevolmente i nostri desideri sulle altre persone e ci relazioniamo con ciò che loro rappresentano per noi, senza quasi mai riuscire a vederne il volto reale, le esigenze e le necessità» chiarisce l'autore, che all'interno del suo libro La cura del perdono, presenta una serie di esercizi con cui aumentare la nostra consapevolezza.

Quando parliamo di perdono, infatti, è il lavoro su di sé ciò che conta davvero. Spiega l'autore: Quando chiedo a qualcuno perché vuole perdonare o essere perdonato, le risposte sono più o meno sempre le stesse: per smettere di soffrire, per levarsi un peso dal cuore, per recuperare una relazione, per liberarsi dal senso di colpa, per essere più buono e giusto, per guarire. Rarissimi i casi in cui la risposta semplicemente è: per donare».

Non si perdona perché si è abbastanza buoni per farlo, ma perché si vuole continuare a rimanere vivi, nonostante tutto. Accettare è arrendersi al flusso della vita e coltivare uno spazio interiore in cui la dimensione del ricevere sia ancora possibile. Come ci ricorda Daniel Lumera: «La libertà inizia prima di tutto dentro di noi, quando crolla ogni pretesa di ostilità».

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