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Il regalo più bello per un figlio? Farlo sentire responsabile 

I bambini chiedono sempre molti regali. Noi, sotto l'albero, gliene facciamo trovare ancora di più. «Così non va» dice lo psichiatra Paolo Crepet. «Dobbiamo trovare il coraggio di negargli delle cose. Li aiuteremo a crescere forti»

di Giancarla Barbieri  - 09 Dicembre 2009

«Fatevi un regalo» dice Paolo Crepet ai genitori. «Fate meno cose per i vostri figli e sarà un dono anche per loro». In un Paese, dove a 30 anni i figli sono ancora "le creature", sembra una provocazione, invece è il filo conduttore dell'ultimo libro del famoso psichiatra e sociologo: Sfamiglia. Dove la S sta per uno sfarinamento, uno sfondo su cui si muovono i genitori di oggi smarriti tra buonismo, paura di porre dei limiti, incapacità di contraddire. E la spinta a fare, fare per questi benedetti bambini senza pensare mai se è giusto quel che si fa. Il risultato è negli episodi di alcol, di bullismo, nell'abuso di telecomandi, nelle ore su Facebook, nei sabati notte che Crepet denuncia nel libro. Storie di ragazzi più grandi, certo, ma: «Siccome educarli vuol dire renderli responsabili, e non lo diventano d'improvviso a 18 anni, bisogna cominciare subito, dalla piccola quotidianità: il denaro, gli oggetti, gli orari, l'ordine».

La prima cosa da non fare?

«Oggi se un bambino chiede 10 regali a Babbo Natale ne riceve 12. Troviamo il coraggio di negargli qualcosa. Non è sadismo, è bontà. Salva il desiderio che è l'anticamera delle passioni, e le passioni sono alla base di ogni progetto. E poi pensiamo in maniera creativa. La paghetta è inutile se andiamo a comprargli il giornalino. Si va in edicola insieme e lui paga con i suoi soldini».

Cioè dobbiamo cambiare tattica.

«Perché tutte le mattine dobbiamo svegliare un figlio di 10 anni per mandarlo a scuola? È perfettamente in grado di caricarsi la sveglia. Già questo lo responsabilizza. Perché la mamma deve mettere in ordine la camera? A 6 anni non è capace di spostare il trenino? O di apparecchiare la tavola? È con questi gesti banali che si impara il rispetto reciproco, quello che impedirà di diventare dei bulli. E di rispondere a 14 anni: "Non sono la tua cameriera"».

Vogliamo parlare degli orari?

«Perché un bambino deve andare a letto alle 11? Perché in tivù c'è una trasmissione che li riguarda? Il cervello ha bisogno di riposo, due ore di sonno in meno sono come un elettroschok. E poi le maestre denunciano un deficit di attenzione! Non è un morbo nuovo, è stanchezza. Spegniamo la tivù. E smettiamola di pensare che non ci sono alternative al piccolo schermo».

Il fatto è che i genitori si sentono in colpa.

«Noi ci sentiamo sempre inadeguati, su tutti i fronti. Figuriamoci con un figlio. Ha mal di gola? Non l'ho coperto abbastanza. Non ha amici? È perché non lo porto a tutte le feste. Liberiamoci dai compiti che ci siamo dati pensando di rendergli la vita migliore. Compreso quello di accompagnarlo fin sul portone della scuola: non è vero che oggi ci sono più pericoli. È che vogliamo stare tranquilli. Ma essere genitori vuol dire sopportare un problema per il bene del figlio. Almeno non portiamogli la zaino e lasciamo che faccia gli ultimi 500 metri da solo».

Però aiutarlo nei compiti...

«Qui il discorso si allarga, l'educazione riguarda la comunità, ma non c'è nessuno che aiuta i genitori. Men che meno la scuola che scarica a casa tutto quello che non riesce a fare. Comunque la mamma non è una supplente e, a meno che non si tratti della interrogazione dell'anno, il figlio deve arrangiarsi da solo».

Ma stiamo parlando di bambini, non chiediamo cose troppo difficili?

«Ogni età ha la sua piccola responsabilità. Un bambino deve fare cose difficili. E non è difficile fargliele fare. Con qualche privazione e un po' di ironia. Perché l'educazione è un gioco serio da condurre con mano leggera. Ne va del futuro di una generazione. Sapete che cosa scopriremmo se, per i bambini sotto i 12 anni, diventasse obbligatorio, portare i pantaloni corti? Che pochi hanno le ginocchia sbucciate. Vuol dire che non sono caduti e, se non sono caduti, non si sono mai rialzati. Quindi non conoscono la voglia di farcela. E crescono fragili».

È difficile resistere alla tentazione di proteggerlo.

«Non siamo noi a determinare il futuro di nostro figlio, noi dobbiamo fare in modo che lo determini da solo. Invece per paura di contraddirlo lo trasformiamo in un despota che a 8 anni decide tutto lui. Educare non ha niente a che fare con la democrazia. Non siamo amici, c'è uno che comanda e uno che viene comandato. Un giorno toccherà a lui comandare. Ma intanto, senza capitano, un bambino cresce sconvolto».

Non basta amarlo?

«Amare un figlio vuol dire fargli fare fatica, questo lo responsabilizza. E questo è il vero regalo. Tutto ciò che è comodo è stupido».   

 

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