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Per capire i figli, torniamo alla nostra infanzia 

Ricordare le emozioni provate da piccoli aiuta a essere genitori migliori. Lo sostiene una grande psicologa

di Silvia Calvi

«Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano tutt’uno». È una “fotografia dell’infanzia” dello scrittore e poeta tedesco Peter Handke. Che Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta e docente di psicologia dinamica all’Università di Pavia, cita per accompagnarci in un viaggio a ritroso nel tempo, verso l’infanzia. La sua, prima di tutto, come racconta nell’emozionante libro uscito in questi giorni Una bambina senza stella (Rizzoli), a metà tra l’autobiografia, il saggio e il diario. Ma anche quella di ciascuno di noi, che pure non abbiamo vissuto, come la Vegetti Finzi, gli anni tragici del fascismo, della guerra e delle persecuzioni razziali che la coinvolsero in quanto figlia di padre ebreo.

«In questo libro mi sono raccontata seguendo un’urgenza che avvertivo da anni. Non è stato facile: recuperare dal passato la nostra parte bambina, la più fragile, la più segreta è un’operazione che richiede tempo» spiega l’autrice. «E poi l’infanzia è fatta d’immagini, più che di parole, si ammanta di pudore, si sottrae all’esposizione. Eppure compiere questo percorso è importante perché proprio in quegli anni è racchiuso il nocciolo della nostra identità. Tutto ciò che siamo, persino le occasioni perdute, è là, nei sedimenti della memoria che del fluire del tempo trattiene l’essenziale». Tornare indietro insomma, permette di conoscere meglio se stessi. Ma anche di entrare in sintonia con i propri figli.

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