Le opere di Escher a Milano raccontate da Francesco Bonami

Credits: Vincolo d'unione (1956)
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Francesco Bonami

È una mostra magica come un libro di Harry Potter. E rock come una canzone dei Pink Floyd. Parola del famoso critico. Che qui racconta l'esposizione che Palazzo Reale dedica fino al 17 gennaio a Maurits Cornelis Escher, l'artista olandese che ha trasformato la geometria in un sogno a occhi aperti

Vuoi visitare la mostra “Escher” a Milano? Attenta a non perderti tra le oltre 200 opere esposte fino al 17 gennaio a Palazzo Reale. Rischi di non trovare l’uscita! Gli spazi che l’artista olandese ha creato nelle sue incisioni sembrano intricati labirinti senza inizio né fine.

Maurits Cornelis Escher è il Leonardo delle arti grafiche. Appassionato di geometria, ha trasformato questa ostica materia in sogni a occhi aperti. Se fosse vissuto nel Rinascimento, sarebbe stato chiamato da re e principi per affrescare i loro palazzi con la sua arte visionaria. Invece, nato nel 1898 e morto nel 1972, è stato l’idolo degli scienziati che, avendo meno soldi dei nobili del ’500, hanno usato le sue immagini per le copertine dei propri libri. Negli anni ’70 andavano pazzi per lui anche i musicisti, che dopo una serata a base di droghe psichedeliche vedevano la realtà come fosse un’opera di Escher. E dire che il nostro artista si ispirava alla tradizione: in particolare alle tele del fiammingo Jan Van Eyck, alle incisioni settecentesche di Giovan Battista Piranesi e alle decorazioni arabe del complesso dell’Alhambra in Spagna.

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    Credits: Concavo convesso (1955)
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    Credits: Altro mondo II (1947)
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    Credits: Belvedere (1958)
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    Credits: Mano con sfera riflettente (1935)
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    Credits: Stelle (1947)
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    Credits: Cubo con nastri magici (1957)
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    Credits: Giorno e notte (1938)
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    Credits: Mani che disegnano (1948)
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    Credits: Relatività (1953)
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    Credits: Scarabei (1935)
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    Credits: Vincolo d'unione (1956)

Le immagini di Escher sono diventate popolarissime. Pensa a Vincolo d’unione del 1956, dove i due amanti sembrano bucce di limone tra le bollicine di un bicchiere di acqua minerale. O all’incrocio di scale di Relatività del 1953, ripreso sulla copertina dell’album On the run dei Pink Floyd. La sua specialità erano le architetture impossibili in cui non si riesce a capire qual è l’ingresso e quale l’uscita (come in Altro mondo II del 1947), le metamorfosi assurde dove i pesci diventano uccelli (come in Cielo e acqua del 1938) e le costellazioni immaginarie in cui l’incastro di linee e poligoni sfida le leggi della geometria (come in Stelle del 1947). Nel famoso autoritratto Mano con sfera riflettente del 1935, in cui non capisci qual è il punto di vista, l’artista olandese sembra addirittura un mago uscito dalla saga di Harry Potter.

A Escher le 2 dimensioni stavano strette: nelle sue opere ne creava 3, 4, 5. E quando le guardi ti sembra di sprofondare in un universo senza fine (anche se non soffri di vertigini). Il bello però è questo, e la lezione è chiara. Non importa avere centinaia di metri quadri a disposizione per realizzare un capolavoro, basta un foglio A4. Non servono nemmeno i colori, è sufficiente una matita nera. Il mondo di questo stregone dell’inchiostro è fatto di 3 S: secco, sintetico e semplice. Anche se a prima vista sembra il contrario.

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