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Genitori e figli: quando il cibo diventa terreno di scontro 

Rifiuto del cibo o abbuffate consolatorie. Imparare a capire quando per i nostri figli il rapporto col cibo è un problema può essere molto difficile.

di Dora Aliprandi  - 04 Aprile 2011
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Sempre più genitori si interrogano di fronte alla dilagante e capillare diffusione di un fenomeno così preoccupante come quello dei disturbi alimentari: "E se dovesse capitare a mia figlia?".
 
Ci sono poi altri genitori che sono già alla prese con questa difficoltà: genitori per cui il cibo è diventato un terreno di lotta estenuante e straziante con i propri figli.
Chi implora la figlia anoressica perché mangi almeno un pezzo di pane; chi  chiude a chiave la dispensa sperando di contenere la voracità del proprio figlio bulimico.
 
La tematica è molto delicata. Per questo è importante che si evitino sia i facili allarmismi che le cecità estreme.
 
Esistono periodi in cui il rifiuto del cibo o il suo utilizzo particolare, che non risponde soltanto all’ottica del nutrimento, ma anche a quella della consolazione, è in un certo senso legittimo: si tratta dei periodi di cambiamento o di scoperta di sé. Pensiamo per esempio al bambino che inizia a vivere una realtà sociale come quella del nido, o ad un’adolescente che scopre la voglia e l’importanza di stare con gli altri. Ancora, la scoperta dei propri gusti da parte dell’infante, o il voler affermare con caparbietà le proprie scelte da parte dell’adolescente.
 
Detto ciò, è bene sempre interrogarsi quando si avverte che il rapporto del proprio figlio con il cibo è in qualche modo particolare o complicato.
 
È importante non sottovalutare mai i segnali perché il cibo può essere usato come le lettere dell’alfabeto, per esprimere ciò che non trova altra via di comunicazione.
Tutti noi facciamo esperienza dello stretto rapporto tra le nostre emozioni e il cibo: chi arrabbiato sente una stretta nello stomaco, chi triste mangerebbe tutto il mondo, chi innamorato vivrebbe soltanto di sorrisi.
 
Bisogna pensare che il cibo in qualche modo può diventare lo strumento e il depositario di una comunicazione criptata, in codice, non facile da tradurre: bisogna conoscerne il linguaggio segreto. E come qualsiasi comunicazione che viene da nostri figli, è importante accoglierla e cercare di capirla, magari trovando qualcuno che aiuti nella traduzione.

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