«La menopausa non è vecchiaia, dobbiamo archiviare l’immagine della “donna scaduta” e cambiare il metro di giudizio, perché da lì passa la nostra autorevolezza. Spezzare tale stigma è il senso del mio libro». Da questa provocazione prende avvio La donna è mobile. Filosofia della menopausa di Gloria Origgi (Einaudi): più che un prontuario di rimedi, un atto politico e culturale che sposta il tema della menopausa – di cui il 18 ottobre ricorre la Giornata mondiale – da marginale esperienza privata, spesso vissuta con pudore o senso di vergogna, a questione al centro del discorso pubblico. Origgi, che è filosofa dell’epistemologia sociale, direttrice di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique e presso l’Institut Jean Nicod dell’École normale supérieure – Université Paris Sciences & Lettres – sceglie di farlo con gli attrezzi della filosofia, per provare a «dare parole e cornici a un’esperienza che riguarda tutte, e che la medicina e la cultura hanno spesso trattato in modo riduzionista».

La menopausa come nuovo inizio

Nel libro La donna è mobile. Filosofia della menopausa (Einaudi), l’epistemologa Gloria Origgi spiega perché il climaterio è un esperienza trasformativa che cambia radicalmente il nostro modo di essere nel mondo.

Il saggio è una mappa per leggere sintomi, paure e scelte dentro una visione più ampia, in cui contano la storia delle idee, la scienza e il racconto di sé. Uno sguardo che disvela una “ingiustizia epistemica”: per anni le donne non sono state credute e non hanno avuto un lessico adeguato per raccontarsi. Origgi propone di colmare il vuoto con nuove parole e pratiche per imparare a riconoscere i sintomi quando arrivano, cercare cure adeguate e pretendere un ascolto competente, nella medicina e nel lavoro. Leggere il climaterio (scopriremo da lei perché questa è la definizione migliore) come esperienza trasformativa significa tenere insieme ormoni, idee e cervello, identità e relazioni, presente e progettualità future. Sotto questa luce, scopriamo finalmente perché nella transizione certe nostre attitudini si attenuano, altre invece emergono; cambia la mappa del tempo e si aprono possibilità di reinvenzione personale e professionale, anche attraverso nuove alleanze con gli uomini. Non è una fine. È l’occasione di riordinare saperi, parole e pratiche per ridare a tutte voce, parità e autonomia.

Menopausa: intervista a Gloria Origgi

Il libro si apre con una domanda personale: «Sono (ancora) una donna?».

«Comincio da lì perché quella domanda restituisce lo spaesamento del passaggio. Non è un esercizio astratto: è la richiesta di ridefinire chi siamo quando cambiano i riferimenti biologici e simbolici che hanno orientato la mia vita. Vengo da una tradizione che, da Simone de Beauvoir in poi, ha rinunciato al determinismo biologico: per me “essere donna” non coincide con una funzione, ma con l’aver attraversato esperienze del femminile che danno forma alla soggettività. Nel libro la domanda nasce come vertigine e diventa orientamento: delimita il campo e rivendica parole adeguate. È una bussola che coincide con la mia esperienza personale».

In che modo?

«Tra i 47 e i 48 anni ho sofferto di un senso di vertigine reale, intenso. I medici non l’hanno collegato alla transizione ormonale e io stessa non avevo il linguaggio per farlo. Lì ho percepito un “vuoto ermeneutico”: mancavano le parole per leggere un processo e non solo un sintomo. Da quel vuoto è nato il libro: ho capito che serviva un quadro concettuale capace di tenere insieme sintomi, identità e conoscenza disponibile».

Differenza tra climaterio e menopausa

A partire dal lessico: perché preferisce parlare di climaterio più che di menopausa?

«Perché la definizione clinica di menopausa fissa un punto – 12 mesi senza ciclo – mentre ciò che viviamo è una fase lunga, indicativamente tra i 45 e i 55 anni, in cui si riorganizzano ormoni e cervello. Chiamarla climaterio restituisce continuità e complessità e consente di leggere i sintomi quando arrivano, di inquadrarli in una cornice più organica».

La filosofia cosa aggiunge alla teoria clinica?

La clinica cura, ma non basta a dare senso. La filosofia per me è uno strumento: consente di collocare l’esperienza in una prospettiva più universale, di trovare parole condivise e criteri che orientino scelte e politiche. Non oppongo l’esperienza alla scienza: le faccio dialogare, mettendo in campo anche gli approcci dell’epistemologia femminista».

Parla di “ingiustizia epistemica”. Dove la individua e che cosa va cambiato?

«Da un lato, nella mancanza di credibilità che connota il vissuto femminile: i molteplici sintomi che ci attraversano non vengono ricondotti alla transizione. Dall’altro, nella povertà semantica che connota il fenomeno: senza parole giuste non riconosci ciò che vivi. È necessario rivendicare un ascolto competente, una formazione specifica sul climaterio e protocolli che tengano insieme i segnali del sistema mente-corpo. Sullo sfondo, c’è la lunga storia di un corpo femminile trattato come derivazione imperfetta del maschile e una ricerca impostata su corpi maschili, dall’anatomia ai dosaggi farmacologici».

Menopausa ieri e oggi

La menopausa non è vecchiaia: perché insiste su questa distinzione?

«Perché lo stigma ha confuso per decenni le due cose. Oggi le 50enni non sono “vecchie” e i nostri ruoli sociali non coincidono con quell’immagine. Distinguere significa restituire a questa fase di transizione il suo statuto di trasformazione: cambia il modo in cui siamo valutate, si sposta il metro dalla presenza alla competenza. È una leva di empowerment reale».

Che impatto ha questo spostamento per chi “vive di parola” come lei?

«Vengo dall’accademia, un ambiente dove da giovani è difficile essere prese sul serio. Per chi lavora con le idee, l’uscita dal primato dello sguardo e l’aumento dell’ascolto sono liberatori e alimentano l’autorevolezza».

Nel libro include nel climaterio anche una trasformazione mentale.

«È un autentico cambiamento cognitivo. Alcune disposizioni si attenuano, come il multitasking legato a fasi di cura intensiva, altre funzioni emergono. Questo mutamento apre una libertà di reinventarsi: progetti, ritmi, interessi possono riorganizzarsi senza essere letti come perdita».

La vergogna del cambiamento

Perché spesso ci vergogniamo a parlarne o temiamo che farlo alimenti discriminazioni?

«Capisco l’orgoglio di chi rivendica un piano di uguaglianza: nessuna vuole che il corpo diventi un pretesto per toglierci credibilità o diritti. Ma il silenzio ha un costo: lascia spazio agli stereotipi e a etichette svalutanti che rimandano all’idea di una femminilità “scaduta”. Nominare il passaggio con parole corrette non è vittimismo: è autonomia cognitiva e politica. Serve nella pratica clinica, sul lavoro e nella vita quotidiana».

Come questa fase può inaugurare nuove forme di parità tra i generi?

«Quando diminuiscono le dinamiche di dominazione/seduzione, diventa più semplice costruire complicità sulle competenze. Anche gli uomini attraversano delle crisi a questa età, ma spesso restano schiacciati su una “linea retta” del tempo. La nostra esperienza di temporalità più circolare può diventare una risorsa condivisa, altro che svantaggio…».