Si parla sempre di depressione post parto, e si dice sempre che bisogna chiedere aiuto, prima di tutto al proprio compagno, che bisogna uscire fuori e parlarne. Per me è stato peggio. Dopo la nascita di nostra figlia sono precipitata in un baratro oscuro: non riuscivo ad alzarmi dal letto la mattina, piangevo sempre, non riuscivo a provare amore  semplicemente affetto per mia figlia, anzi avrei voluto che sparisse. Vivevamo in una città lontana da quella d’origine, lontani dalle nostre famiglie.

Ero sola. Consapevole di rappresentare un pericolo per me stessa e per mia figlia ho chiesto aiuto a mio marito, gli ho parlato dei miei sentimenti e speravo sinceramente che mi capisse, che mi stesse vicino. Sostenendomi. Invece si è chiuso a riccio. Non ha proprio capito la situazione né si è sforzato di comprendere. Ha cominciato a dire che in fondo era una sciocchezza, una cosa causata dagli ormoni, dalla stanchezza, che dovevo tenere duro.


E poi dopo un po’ ha cominciato a colpevolizzarmi pesantemente: ero inadeguata, ai suoi occhi ero diventata  una pazza, come aveva potuto non capire che io ero praticamente una malata di mente e mi aveva sposato e ci aveva fatto una figlia? Non mi sono mai sentita così sola, così incompresa.


Ho telefonato a mia madre e l’ho implorata di venire ad aiutarmi. Mi sono rivolta al consultorio dove mi hanno affidato ad una psicologa. Piano piano ho ripreso consapevolezza e serenità e dopo sei mesi ho trovato la forza di lasciare mio marito, diventato un estraneo. Un nemico.

Manuela (nome di fantasia scelto dalla redazione)