Si stima che in Italia soffrono di patologie legate alla tiroide circa 6 milioni di persone, una donna ogni otto. E dopo i 60 l’incidenza sale a una su cinque. Eppure quasi mai sentiamo parlare di check up specifici: gli esami arrivano quando sintomi di un qualche problema non diventano evidenti. Intervenire in fase precoce, invece, significa conservare a lungo questa ghiandola così preziosa, evitando o ritardando terapie che, quando si iniziano, durano tutta la vita. «Per la tiroide non c’è un’età specifica a partire dalla quale sono consigliati controlli, né un programma di screening da ripetere a cadenza periodica» premette Alessandro Marugo, medico endocrinologo e responsabile del Centro Tiroide presso l’IRCCS Policlinico San Donato di Milano. «Ciò non toglie che tutti, in special modo le donne, dovrebbero verificare che questo organo sia in buona salute, perché è essenziale per tutto il nostro organismo. Basti dire che produce gli ormoni tiroidei che regolano metabolismo, temperatura corporea, battito cardiaco, normale sviluppo del sistema nervoso e crescita corporea. In pratica è come un regista che dirige tutta la nostra “macchina”».
La prevenzione per il benessere della tiroide
Professore come si comincia, allora, a fare prevenzione?
«Ci sono fasi della vita in cui la ghiandola ha di per sé un ruolo ancora più importante. In gravidanza e in perimenopausa e menopausa, per esempio, è consigliabile controllarne il corretto funzionamento, oppure nell’infanzia, se si verificano anomalie nella crescita. Più in generale, è indicato un controllo generale magari all’inizio dell’età adulta, così da scattare una fotografia dello stato ormonale. Se tutto va bene e in assenza di sintomi, possiamo ripetere il controllo ogni dieci anni».
Di che esami parliamo?
«In prima battuta si tratta di una semplice analisi del sangue che indaga il funzionamento degli ormoni tiroidei, in particolare T3 e T4. Si prosegue con una visita dall’endocrinologo e un’ecografia».
Quando è consigliata l’ecografia?
«Dovrebbe seguire gli esami del sangue. Noi la chiamiamo la terza mano dell’endocrinologo: palpazione ed ecografia ci parlano dello stato di salute della ghiandola, se è ingrossata, infiammata, se presenta noduli».
I sintomi da tener d’occhio
Quali sono invece i sintomi che dovrebbero spingerci a fare un controllo?
«Il malfunzionamento della tiroide si esprime soprattutto in due forme, con l’ipertiroidismo, che si verifica quando la ghiandola produce una quantità eccessiva di ormoni, accelerando il metabolismo, e l’ipotiroidismo, che è la situazione opposta ed è assai più frequente. In entrambi i casi ci sono più sintomi associati: nell’ipertiroidismo compare la comune tachicardia, ma è accompagnata da stato di agitazione, ansia, tremori, sudorazione e perdita di peso nonostante l’appetito. Anche l’ipotiroidismo non si manifesta solo con aumento di peso e stanchezza, ma con disturbi della sfera intellettiva, come insonnia, intolleranza al freddo, stipsi e ritenzione oltre a un ciclo mestruale che si allunga a 35-40 giorni. Molti non sanno, inoltre, che persino la tendenza al colesterolo e alla glicemia alti sono segnali importanti: se all’improvviso i valori salgono, è importante verificare che il problema a monte non sia originato dalla tiroide che regola anche il meccanismo di glicemia e lipidi».
Se invece notiamo un nodulo?
«Faccio una premessa: noduli e cisti alla tiroide sono presenti in più del 50% della popolazione, ma quelli che si avvertono alla palpazione sono appena il 3 – 5%. Se sono benigni e non di grosse dimensioni, e restano uguali nel tempo, possiamo conviver ci. Vanno monitorati una volta all’anno con una visita e un’ecografia, e se è il caso si procede con un’agoaspirazione per verificarne la natura».
C’è qualcuno che rischia più di altri di svilupparli?
«Sì, il fattore ereditario pesa, ma anche avere una dieta povera di iodio influisce e ci sono aree geografiche caratterizzate da una maggiore incidenza, come Bergamo o la Liguria. Recenti dati scientifici molto interessanti mostrano poi una correlazione tra un aumento del volume della tiroide e obesità, sovrappeso e diabete».
La tiroidite di Hashimoto, malattia autoimmune, è molto diffusa tra le donne ma spesso non dà sintomi. Significa che se va tutto bene non dobbiamo fare nulla?
Purtroppo no. È vero che nel 40% di chi ha anticorpi positivi alla tiroidite la ghiandola lavora bene ma questo nel tempo può andare a discapito della sua salute, causando una iperplasia compensatoria, che la porta a sviluppare noduli. Il consiglio è sottoporsi a un’ecografia e agli esami del sangue una o due volte all’anno».
Torniamo ai valori del sangue, che si fa se qualcosa non va?
«La patologia più comune è l’ipotiroidismo, che spesso richiede la terapia ormonale sostitutiva, perché la tiroide non è più in grado di produrre ormoni. Se si interviene presto, però, si possono assumere integratori a base di vitamina D e selenio che, uniti a un’alimentazione corretta, stimolano la ghiandola a lavorare meglio e rimandano il momento della terapia, una terapia che andrà seguita per tutta la vita. Anche per questo è importante rivolgersi a un centro specializzato dove lavorano in equipe endocrinologo, nutrizionista, radiologo, e chirurgo per i casi più gravi, così da prendere in carico il paziente a 360°».
Al posto del bisturi
Se c’è un nodulo non sempre è necessario l’intervento. «Per quelli cistici o che hanno una componente sia solida sia liquida, si può usare l’alcolizzazione, pratica ambulatoriale» spiega il professor Marugo. «Dopo avere appurato con un ago aspirato che la formazione è di natura benigna, si aspira la parte liquida del nodulo e si sostituisce con alcol. Questo attiva un processo infiammatorio che riduce le dimensioni della massa: da 3 o 4 cm si può arrivare a 2. Il paziente evita così l’intervento e spesso anche la terapia ormonale sostitutiva».
Curiamo la tiroide a tavola
Per mantenere la nostra tiroide sana più a lungo, occhio all’alimentazione. Iodio, selenio, zinco sono essenziali per far sì che la ghiandola “lavori” a regime e per mantenerne l’equilibrio, quindi sì a sale iodato, pesce, crostacei e molluschi. Se la funzione della tiroide è rallentata, meglio limitare le brassicacee: cavoli, broccoli, cavolfiore, cime di rapa, cavoletti di Bruxelles possono in certi casi interferire con il modo in cui l’organo assorbe lo iodio. Attenzione poi a pane, pasta e riso bianchi che, favorendo l’insulino-resistenza, peggiorano l’efficienza tiroidea. Meglio sostituirli con le versioni a base di farina integrale.
Ricordati di te
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