Le donne in carcere si ammalano più degli uomini

Sono le donne i soggetti più vulnerabili sul piano della salute in carcere. Le detenute presentano percentuali di infezioni superiori rispetto agli uomini in prigione. E’ ad esempio dimostrato che se l’Hiv è 10 volte superiore negli uomini detenuti rispetto alla popolazione generale, per le donne lo è di 16 volte, mentre per l’Hcv non disponiamo di numeri accertati, ma la tendenza sembra la stessa. Un’“elite in negativo in cui si concentrano non solo malattie
infettive, ma anche psichiatriche, cardio-respiratorie, metaboliche e anche degenerative”. A rivelarlo è Sergio Babudieri, direttore scientifico Simspe-Onlus presidente del XIX Congresso nazionale della Società di medicina penitenziaria Simspe, Agorà penitenziaria 2018, organizzato insieme alla Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), che si è svolto la scorsa settimana a Roma.
Secondo i più recenti dati forniti dall’amministrazione penitenziaria, ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100 mila e i 105 mila detenuti. I dati ufficiali del ministero della Giustizia indicano che oltre il 50% dei soggetti ha meno di quarant’anni e che un detenuto su tre è straniero.
Per quanto riguarda le donne sono circa il 4% della popolazione carceraria. I reati più perseguiti sono quelli contro il patrimonio, contro la persona e in materia di stupefacenti. Ma sono molto frequenti anche i reati di prostituzione. Si contano anche circa 60 bambini, che hanno da pochi mesi a sei anni, figli di madri che hanno subito un arresto o una condanna.
 
Numeri importanti sottolineano una forte precarietà anche da un punto di vista psicologico: si stima che due detenuti su tre, secondo dati Simspe, soffrono di qualche disagio di tipo mentale. “Per disagio mentale – spiega Luciano Lucania, presidente Simspe onlus – intendiamo quella sofferenza sia psicologica che clinico-psichiatrica. Sono numeri importanti, con percentuali molto elevate: si stima che riguardi il 60-70% dei detenuti. Tali disturbi rendono questa popolazione a rischio per fenomeni di autolesionismo e di autosoppressione. Se, infatti, la cura delle malattie infettive è legata a una diagnosi e a una conseguente terapia, per quelle mentali occorre non soltanto un approccio clinico e farmacologico, ma anche psicologico e di sistema, sociale e territoriale, che non guardi solo la situazione nelle carceri, ma anche quella esterna”.
Tornando alle donne “in ragione dei numeri contenuti – aggiunge Babudieri – occorrerebbe un piccolo sforzo per garantire a loro, e agli eventuali minori, ottimi risultati”. Poi aggiunge: “Ma, data l’età media della popolazione totale, si potrebbe raggiungere uno stato di salute nettamente superiore per tutti”.
 
A partire dai vaccini. “I responsabili dell’assistenza sanitaria in carcere sono i sistemi sanitari regionali – spiega Babudieri – A loro spetterebbe il compito di creare un ponte tra i medici delle carceri e i medici dell’igiene e della prevenzione territoriale. Il responsabile di ogni struttura penitenziaria dovrebbe correlarsi con i responsabili della Sanità pubblica per la realizzazione di un programma di vaccinazione totale. In questo modo tutte le persone detenute saranno sotto controllo, garantendo non solo la loro sicurezza, ma anche quella di chi starà loro accanto, dentro e fuori le strutture penitenziarie”.
 
L’urgenza – hanno concluso gli esperti – è sotto gli occhi di tutti, ma c’è una generale tendenza a demandare le proprie responsabilità, a danno non solo dei malati, ma anche di quelli ancora sani. “Non è mai stato fatto un registro nazionale per nessuna patologia, non c’è mai stato un coordinamento nazionale – afferma Babudieri – Ovviamente non è interesse del ministero della Giustizia, mentre quello della Salute ha demandato ai sistemi sanitari regionali. Manca un coordinamento: è da anni che la nostra Società ha proposto di affidare all’Istituto superiore di sanità la gestione di un Osservatorio nazionale per la tutela della salute in carcere che coordini tutti gli osservatori regionali già costituiti, ma questa nostra richiesta è stata costantemente disattesa”.