La prima vittoria di noi vittime dell’Ilva

13 02 2019 di Rosy Battaglia
<p>La vecchia insegna dell'Ilva, sostituita nel novembre 2018 da quella di Arcelor Mittal. Foto ANSA/LUCA ZENNARO</p> Credits: ANSA/LUCA ZENNARO

La vecchia insegna dell'Ilva, sostituita nel novembre 2018 da quella di Arcelor Mittal. Foto ANSA/LUCA ZENNARO

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione alle famiglie di chi si è ammalato o è morto per l’inquinamento: l’Italia avrebbe tutelato l’acciaieria senza preoccuparsi della salute degli abitanti. Che succede adesso? L’impianto continua a funzionare, certo, ma i cittadini hanno un’arma in più per far valere i propri diritti

«Ora posso anche morire». Questo è stato il primo pensiero di Daniela Spera, chimica farmaceutica di 45 anni, quando ha saputo che il 24 gennaio la Corte europea per i diritti dell’uomo aveva condannato lo Stato italiano per i danni causati ai cittadini dalle emissioni nocive dell’Ilva di Taranto. «Tante persone si ammalano ancora oggi intorno a me. Operai, donne, ragazzi. Per tutti noi è la prima vittoria concreta dopo anni in cui né i tribunali né la politica hanno saputo aiutare noi tarantini».

La motivazione della sentenza contro l’Italia è la violazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo a seguito di 2 ricorsi presentati dalla stessa Daniela Spera nel 2013 e poi nel 2015 da un’altra donna coraggiosa, Lina Ambrogi Mella, assieme a 180 cittadini. «La Corte» osserva Spera «ha messo nero su bianco che i decreti legge emanati dal governo italiano, invece di occuparsi della salute degli abitanti, hanno tutelato solo la produzione di acciaio, cioè l’azienda. Il risarcimento economico ottenuto è solo simbolico. Fondamentale per noi è il riconoscimento del danno morale per l’esposizione a fumi e veleni».

<p>Un momento del presidio degli ambientalisti a Taranto, 06 settembre 2018. Foto ANSA/GIACOMO RIZZO</p><h2><strong></strong></h2> Credits: ANSA/GIACOMO RIZZO

Un momento del presidio degli ambientalisti a Taranto, 06 settembre 2018. Foto ANSA/GIACOMO RIZZO

ll processo per disastro ambientale dura dal 2012

Sono passati quasi 7 anni da quel 24 luglio 2012, quando gli impianti a caldo dell’acciaieria, definiti dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco “fonte di malattia e morte”, furono messi sotto sequestro dopo le segnalazioni di cittadini, Arpa e associazioni ambientaliste. Ma nonostante il processo per disastro ambientale, ancora in corso, la produzione non si è mai fermata. Le ragioni? Il susseguirsi di 12 decreti legge, definiti “Salva-Ilva”, e l’immunità amministrativa e penale che tutela i proprietari e gli amministratori straordinari da ogni possibile denuncia.

Così intorno all’impianto siderurgico più grande d’Europa, da novembre 2018 passato alla multinazionale Arcelor Mittal, la gente continua ad ammalarsi e a morire. I decessi per malattie cardiache, cardiovascolari e respiratorie sono tuttora in aumento, così come le nuove diagnosi di cancro ai polmoni. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nascere a Taranto significa essere maggiormente esposti a tumori e malattie rare: il 9% in più della media italiana.

A pagare il prezzo più alto sono i bambini: negli under 14 che vivono fra Tamburi e Paolo VI, i 2 quartieri più vicini all’Ilva, si è verificato un eccesso di ricoveri tra il 24% e il 26% rispetto ai coetanei di altre regioni. «Ora i nostri diritti come persone, e soprattutto quelli dei nostri figli, sono stati riconosciuti» dice la presidente del movimento Genitori Tarantini, Cinzia Zaninelli. Anche se non c’è stato tempo per esultare. «Subito dopo la sentenza è morto Giorgio, ucciso dal cancro a 15 anni».

L’azienda ha promesso di bonificare l’area

Il governo italiano ha ora 3 mesi per ricorrere contro la sentenza della Corte europea. Cosa succederà nel caso questa fosse confermata? «Di sicuro il verdetto è un’arma potente per i tarantini, che d’ora in poi potranno intraprendere ogni tipo di azione legale». Risarcimenti compresi, anche se nell’immediato la situazione non cambierà. Ilva non fermerà la produzione e non ha obblighi al di fuori di quelli descritti dal piano industriale, che prevede 1,1 miliardi di investimenti per la bonifica del sito. Intanto, è al vaglio del Consiglio di Stato anche un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro l’immunità amministrativa e la sua estensione ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal.

Nonostante le promesse del management, foto e video (raccolti dall’attivista Luciano Manna su Tarantolibera.it) documenterebbero che, complice l’aumento della produzione, le emissioni incontrollate sono proseguite giorno e notte. E proprio per tenere viva l’attenzione sull’inquinamento e sulle sue conseguenze, il 25 febbraio Taranto ricorderà con una fiaccolata le giovani vite stroncate da tumori e malattie rare. «Racconteremo le storie dei bimbi che non ci sono più» dice Cinzia Zaninelli «e cercheremo di mettere in rete tutti i movimenti che raccolgono genitori di vittime di disastri ambientali, a partire dalle madri della Terra dei Fuochi. Noi qui abbiamo avuto la prova che l’unione fa la forza».

I numeri 

10.000 I lavoratori attivi dell’Ilva, ai quali si aggiungono i 3.800 in cassa integrazione e i quasi 6.000 dell’indotto. 2,3 Gli investimenti (in miliardi) programmati dalla multinazionale Arcelor Mittal sull’impianto, di cui 1,1 miliardi per il miglioramento ambientale. 1.500 I nuovi casi di tumore a Taranto ogni anno (Fonti: Istat, Mise)

Riproduzione riservata