Nell’ultimo anno in Italia ci sono stati 196 episodi di omofobia e transfobia, secondo l’Arcigay. Nel nostro Paese non c’è una legge contro l’omofobia. Il provvedimento che introduce il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica è stato approvato alla Camera nel 2013, ma è fermo al Senato.

Sono ancora discriminati

Della violenza conoscono ogni sfumatura. Quella psicologica degli insulti e delle minacce. Quella fisica degli schiaffi e dei pestaggi. Quella ancora più umiliante della segregazione in casa, del sequestro di computer e cellulare, del controllo 24 ore su 24. Sofferenze subite spesso nel silenzio e nell’impotenza da ragazzi e ragazze omosessuali, bisessuali o transgender, vessati e picchiati soprattutto dai padri e dai fratelli. Ma in qualche caso perfino dalle madri, che arrivano a sciogliere di nascosto nel cibo dei figli psicofarmaci per “curarli”. «Un dolore che rimane sommerso: non possiamo far vedere i loro volti né svelare i loro nomi per proteggerne la privacy ma anche l’incolumità » puntualizza Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. Poco più di un anno fa ha inaugurato con la Croce Rossa di Roma la prima casa di accoglienza temporanea per persone Lgbt vittime di maltrattamenti e discriminazioni in famiglia.

Non hanno assistenza dallo Stato

Al “Refuge Lgbt”, appartamento luminoso di 200 metri quadri e ampi terrazzi, trovano rifugio giovani che decidono di lasciare la famiglia di origine perché subiscono violenze gravi. «Non bisogna pensare che questi comportamenti aggressivi appartengano solo a qualche categoria di genitori o fratelli: sono trasversali, da Nord a Sud, fra ricchi e poveri, laureati e non, cattolici e atei, di destra e di sinistra » dice Marrazzo. «La casa può ospitare fino a 8 ragazzi dai 18 ai 26 anni, ma le richieste sono molte di più. In situazioni di emergenza arriviamo a 12 posti. L’idea è nata 10 anni fa durante il Meeting europeo dei numeri verdi antiomofobia a Parigi tramite l’incontro con l’associazione Refuge, che in Francia gestisce 44 case-famiglia per giovani lesbiche, gay e trans vittime di discriminazioni». Nella struttura protetta di Roma arrivano anche adolescenti senza un euro in tasca, «a volte con i vestiti sporchi di sangue per le percosse ricevute. Non hanno nulla dallo Stato e dalla famiglia: in Italia non c’è una legge contro l’omofobia, perché il testo è fermo in Parlamento da oltre 3 anni, né è previsto un sostegno per le vittime». E le domande di accoglienza che arrivano al numero verde del Gay Center registrano numeri impressionanti: «Oscillano dalle 30 alle 40 al mese. Dopo aver tentato una mediazione familiare, spesso senza esiti positivi, cerchiamo di fare da ponte con parenti e amici, perché i ragazzi possano trovare una sistemazione dignitosa, anche temporanea. Quelli che decidono comunque di scappare e non hanno una soluzione alternativa si ritrovano in strada, a spacciare droga o a prostituirsi per sopravvivere, a essere facili reclute della malavita. C’è chi arriva a tentare il suicidio, e a riuscirci».

Si sentono rifiutati e allo stesso tempo in colpa

In un anno il “Refuge Lgbt”, l’unico centro del genere nel nostro Paese, ha aperto le porte a circa 27 persone, nella maggioranza dei casi maschi: «Le ragazze a volte riusciamo a dirottarle presso i centri antiviolenza» spiega Marrazzo. Oltre a una trentina di volontari che portano cibo e vestiario, fra i 6 educatori che si alternano giorno e notte c’è la psicologa Daria Russo, coordinatrice per la Croce Rossa del Refuge Lgbt: «Nella casa questi giovani sono chiamati a seguire alcune regole: pulizie, turni in cucina e lavanderia, pranzo e cena condivisi, rientro alle 22,30 e consegna del telefono durante le ore notturne per garantire il sonno regolare. Ovviamente non devono bere alcolici e né fare uso di stupefacenti. Iniziano una nuova vita: alcuni cercano subito un lavoro, altri terminano gli studi perché hanno mollato la scuola a causa di episodi di bullismo. Non solo: imparano a gestirsi. Tanti non sanno cucinare, rifarsi il letto, piegare una maglietta. Qui maturano in fretta e non vedono l’ora di raggiungere l’autonomia, anche in una stanza subaffittata».

«Siamo stati picchiati, derisi, offesi, violentati, maltrattati, odiati»

I giovani ospiti hanno scritto insieme una lettera non firmata per raccontarsi: «Siamo stati picchiati, derisi, offesi, violentati, maltrattati, odiati. Alcuni di noi sono fuggiti, proprio come fanno le persone che vivono in regimi che violano i loro diritti umani. Siamo come profughi, come migranti in cerca di un luogo che sappia riconoscerci, siamo quelli che nessuno vuole guardare». Per questo i ragazzi vengono seguiti «anche dal punto di vista legale, se hanno sporto denuncia e ci sono procedimenti in corso nei confronti dei familiari» nota la psicologa Daria Russo. «Arrivano traumatizzati, agitati e cercano un po’ di serenità. Si sentono rifiutati e al tempo stesso in colpa per aver deluso le aspettative dei genitori. Questi, a loro volta, si chiedono dove abbiano sbagliato, suggeriscono ai figli un matrimonio di facciata per salvare le apparenze. Altri sperano che i ragazzi vengano “curati”, invece va curata la loro delusione. Ci vuole un’apertura mentale nei confronti della diversità per accettarla e chiedere aiuto se non si riesce da soli». Le mamme possono fare molto: «Un figlio bisogna abbracciarlo incondizionatamente per quello che è, ascoltandolo con il cuore. Meglio fare questo sforzo piuttosto che perderlo per sempre».

A chi rivolgersi 

Cosa fare per essere accolti nella casa-famiglia “Refuge Lgbt”? Chi ha tra i 18 e i 26 anni ed è vittima di omofobia e discriminazione all’interno del contesto familiare, o è stato cacciato di casa per il suo orientamento sessuale, può contattare il numero verde nazionale contro l’omotransfobia Gay Help Line 800713713, telefonare alla Croce Rossa di Roma allo 06/5510, comunicare via chat sul sito speakly.org o tramite l’app Speakly. Info su www.criroma.org/refugelgbt e su www.gayhelpline.it/refuge.