La protesta dei “Gilet gialli” in Francia ha riportato l’attenzione sul caro-carburanti. Oltralpe il Governo ha deciso aumenti nel prezzo di benzina e gasolio nell’ambito di una politica ambientale che disincentiva l’uso di mezzi inquinanti. Ma anche in Italia potrebbero presto arrivare nuovi aumenti nei carburanti, nonostante la promessa dell’esecutivo Lega-M5S di cancellare parte delle accise, le tasse che pesano sul costo finale, definite “anacronistiche”.

Italia tra i Paesi più cari al mondo

Secondo Globalpedtrolprices.com, che monitora settimanalmente le oscillazioni del prezzo del carburante alla pompa in Europa e nel mondo, l’Italia è al sest’ultimo posto tra i Paesi dove benzina e gasolio sono meno cari. Se il Venezuela il gasolio costa appena 0,01 dollari al litro e in Russia per un litro di verde bastano 0,605 euro, anche in Europa il nostro Paese è fanalino di coda. La Moldavia è lo Stato dove la verde costa meno (in media 0,869 centesimi al litro nella settimana del 18 novembre 2018), seguita da Andorra (1,097), Lussemburgo (1,167), Norvegia (1,163) e Lituania (1,185). Anche Bulgaria, (1,202), Malta (1,228), Spagna (1,255) e Romania (1,272) restano al di sotto di quota 1,3 euro al litro.

Germania, Lettonia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Cipro e Cipro hanno prezzi alla pompa al di sotto di 1,4 euro al litro. In Albania, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Irlanda, Portogallo, San Marino e Serbia rientrano nella fascia che non raggiunge 1,5 euro. In Francia, invece, il costo della verde si aggira intorno a 1,5 euro. Male anche in Finlandia (1,509 €/lt), Gran Bretagna (1,535) e Italia (1,562) si confermano tra i Paesi più cari d’Europa, dove il record negativo va alla Norvegia (1,693) seguita dall’Islanda (1,641).  

In ogni litro, più di un euro di tasse

A fare la differenza tra Stato e Stato sono soprattutto le tasse, che in Italia sono rappresentate da accise e Iva (al 22%). Senza le imposte il costo medio di benzina e gasolio nella Penisola sarebbe inferiore alla media europea. Basti pensare che se un litro di “verde” nel nostro Paese costa in media 1,64 euro, 61 centesimi sono dati dal prezzo industriale della materia prima, mentre 1,03 euro è costituito da tasse (in Europa in media ci si ferma a 0,91 euro). Lo stesso vale per il gasolio: nella penisola il prezzo si aggira intorno a 1,52 euro, a fronte di una media europea di 1,38, ma ancora una volta la quota maggiore (0,89) è rappresentata dalla tassazione. Nel complesso lo Stato nel 2017 ha incassato circa 26 miliardi di euro dalle accise.  

Niente tagli, anzi aumenti in vista

Il vicepremier Matteo Salvini ha voluto inserire nel contratto di governo Lega-M5S l’eliminazione di quelle che ha definito “le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina”. La promessa (-20 centesimi al litro), ripetuta fino allo scorso settembre, non sembra però poter essere messa in atto. Oltre a dover reperire 4 miliardi di fondi alternativi, un nuovo aumento era già stato programmato per il 2019, per effetto del D.L. 91/2014 (il “decreto competitività” del governo Renzi). Per finanziare “il meccanismo di aiuto alla crescita economica (ACE)” era stato previsto un incremento delle tasse sul carburante, dal 1° gennaio 2019, “da adottare con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli entro il 30 novembre 2018“. Questione di giorni, insomma. L’obiettivo era quello di incassare almeno “140,7 milioni di euro nel 2019, 164,4 milioni nel 2020 e 148,3 milioni a decorrere dal 2021”. Se nella manovra non saranno apportate modifiche, dunque, tra poche settimane arriverà un nuovo balzello.

“La riduzione delle accise sarebbe un provvedimento accolto con favore anche da noi, che da anni sosteniamo che si tratta di una tassa che finisce per colpire gli italiani senza un criterio logico, perché non si basa sulla capacità contributiva: chi viaggia di più finisce col pagare di più. È il caso dei pendolari, che già sono sfavoriti per dover compiere tragitti lunghi per raggiungere il posto di lavoro, inoltre si trovano a dover subire il peso dei rincari sul carburante” spiega a Donna Moderna Mauro Antonelli, del Centro studi dell’Unione Nazionale Consumatori.

Perché non si cancellano le accise?

“La risposta è semplice: perché si tratta di denaro certo che può entrare nelle casse statali subito e senza essere soggetto a valutazioni. Provvedimenti come il reddito di cittadinanza, la legge Fornero, norme anti evasione o privatizzazioni si basano su modelli di previsione (e neppure sempre) dall’incasso incerto: i fattori dai quali dipendono sono molteplici. Al contrario, accise e Iva sono una garanzia di entrate sicure e non a caso l’Iva è tra le clausole di salvaguardia europee. Rassicurano i mercati e sono facili da calcolare, insomma, mentre altri interventi sono aleatori e suscettibili di stime variabili” spiega l’esperto dell’Unione Nazionale Consumatori.

Il problema, poi, è che le accise sono state accorpate oltre 20 anni fa in un’unica imposta e relativa cifra (0,7728 euro al litro per la benzina e 0,61740 sul gasolio), all’interno della quale non è possibile fare distinzioni. Risulta dunque pressoché azzerare completamente il suo peso sul costo del carburante.

Cosa paghiamo e perché

L’Italia, purtroppo, è un Paese che vanta un record negativo: oltre al peso della tassazione sul costo di benzina e gasolio, “nel 2011 abbiamo avuto ben 5 aumenti delle accise in un solo anno, un record mondiale” ricorda Antonelli. “Al di là dell’aspetto relativo alla storia delle accise (alcune, come quella per finanziare la guerra in Abissinia, è ormai anacronistica) resta il problema del taglio perché sono state accorpate. Non è tanto per la cifra in sé dei singoli aumenti, alcuni dei quali sono irrisori se attualizzati, quanto del principio. Se poi la promessa non venisse mantenuta, allora sarebbe ancora più grave” spiega Antonelli.

Ancora oggi, infatti, ci troviamo a pagare addizionali introdotte a partire dal 1935, in pieno regime fascista, quando sorse l’esigenza di finanziare l’intervento in Abissinia. Negli anni sono seguite calamità ed esigenze contingenti che si sono accumulate: la crisi di Suez (1956), il disastro del Vajont (1963), l’esondazione dell’Arno a Firenze 1966), diversi terremoti (nel ’69, ’76 e ‘80 rispettivamente nel Belice, in Friuli e in Irpinia. Poi è stata la volta delle missioni Onu in Libano (’82 e ’83) e Bosnia (’96). In altri casi si è fatto ricorso alle accise per il rinnovo del contratto degli autoferrotramvieri e della flotta dimezzi pubblici pubblici, per il Fondo per lo Spettacolo (due volte), l’emergenza immigrati, l’alluvione in Liguria e Toscana, il Salva Italia, il terremoto in Emilia (e poi in Abruzzo), il bonus per i gestori e la copertura di alcune voci del decreto Fare “Nuova Sabatini”.

L’UE contro le accise regionali

Oltre alle accise nazionali, dal 2012 sono state introdotte quelle regionali, contro le quali però si è dichiarata Bruxelles, che lo scorso luglio ha chiesto esplicitamente di abolire la cosiddetta IRBA (imposta regionale sulla benzina per autotrazione), in vigore dal 1° gennaio 2012 e che corrisponde a circa 2 centesimi per ogni litro erogato. Secondo la Commissione europea contravviene alla direttiva UE sul regime delle accise 2008/118/CE del Consiglio (art.1, par.2) perché non ha finalità specifiche, ma unicamente di bilancio. Da qui l’esortazione ad azzerarla, pena l’apertura di una procedura di infrazione davanti alla Corte di giustizia europea.