Cosa ha fatto l’Europa per l’economia italiana

10 04 2019 di Adriano Lovera
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I “paletti” di bilancio Ue finiscono spesso sotto attacco. Eppure, sono fondamentali per tenere sotto controllo i nostri conti. Grazie all’euro, inflazione e mutui sono bassi. E riceviamo 75 miliardi di fondi comunitari (peccato, poi, che ne usiamo solo il 15%)

Costa troppo e ci imbriglia con paletti e vincoli di bilancio: sono 2 delle ricorrenti critiche che vengono mosse all’Unione europea. Ne abbiamo appena avuto un assaggio: dopo l’invito “a fare di più per la crescita” del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e l’allarme sui conti lanciato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è arrivata la reazione dei vicepremier Salvini-Di Maio: «Alla nostra economia ci pensiamo noi». In realtà, è dal 1957 che siamo legati agli altri Paesi (con il Mercato europeo comune) ed è dal 1992 che il Trattato di Maastricht ha fissato i famosi parametri di bilancio da rispettare, che certificano la supervisione dell’Unione sulle economie dei Paesi dell’euro.

Quanto ci chiede e quanto ci dà l'Unione europea

Tra uffici e personale, l’Ue costa 9 miliardi l’anno. E ne “incassa” circa 140: sono i contributi versati dagli Stati membri, poi redistribuiti come fondi europei. «L’Italia è tra i Paesi che danno più di quanto ricevano» spiega Annamaria Simonazzi, ordinario di Economia politica alla Sapienza di Roma. Il centro studi Impresa- Lavoro ha calcolato che in 7 anni abbiamo versato 113,1 miliardi di euro, ricevendone 75,4, con un saldo negativo di 37,7 miliardi. Stanno peggio la Germania (-104,7 miliardi) e la Francia (-57,3). Uno scandalo? «No, tutto previsto. I Paesi più avanzati aiutano chi sta indietro. Il problema è saper spendere le risorse» aggiunge Simonazzi. Ed è qui che l’Italia cade. Quei 75 miliardi che ci spettano per il periodo 2014-2020 (i fondi sono pianificati a settennati) sono la seconda fetta più grande: solo la Polonia ne prende di più (105). «Eppure, a oggi, ne abbiamo spesi solo il 15% contro il 22% di media Ue. E abbiamo deciso come impiegare il 55% del totale, 8 punti sotto la media».

A cosa serve il “famoso” 3%

Bruxelles impone ai Paesi dell’euro di rispettare vari indicatori tecnici per tenere a bada i conti. «Condividiamo una moneta unica, ma ogni governo ha la propria strategia economica che può avere conseguenze su tutti. Prendiamo la Grecia, che nel 2011 era quasi fallita e ha avuto bisogno di 300 miliardi di prestiti, di cui 40 li ha messi l’Italia» spiega Veronica De Romanis, economista, autore tra gli altri di L’austerità fa crescere (Marsilio). Tra i paletti più dibattuti c’è il 3% di rapporto deficit/Pil: se uno Stato ha 100 miliardi di prodotto interno lordo, il deficit (la differenza negativa tra entrate e spese) non può superare i 103. E se le spese derivano da emergenze? «Se un Paese è in recessione o affronta catastrofi come un terremoto può ottenere flessibilità, come i 30 miliardi di maggiore deficit accordati all’Italia tra 2015 e 2018» aggiunge De Romanis. Per questo, oggi, più che quel rapporto Bruxelles guarda all’andamento del “deficit strutturale”, cioè il saldo negativo di spesa già depurato dall’effetto delle situazioni contingenti. Il nostro resta elevato, mentre dovrebbe ridursi di anno in anno per raggiungere il pareggio di bilancio.

Come sarebbe l’Italia senza l’euro

Via dall’euro e addio ai burocrati di Bruxelles. Tante volte abbiamo sentito questo slogan come soluzione ai mali del Paese. «Ma non funzionerebbe» spiega Veronica De Romanis. «L’Italia nel 2019 non crescerà, lo dicono diverse stime, dall’Ocse a Confindustria. Ma il resto dell’Unione farà +1,3% di Pil, con punte del 4% in Irlanda. Quindi il problema è come gestiamo noi l’economia». E come rispondere alla critica che senza Ue e senza euro potremmo godere di una lira “leggera”, che farebbe volare le esportazioni? «In  cambio avremmo l’inflazione, ci costerebbero di più i beni importati e sarebbero più cari i prestiti e mutui, scesi grazie all’euro» dice l’esperta. Un’analisi di Mutui.it evidenzia che a fine anni ’90 un finanziamento per la casa arrivava a un tasso del 10%. Ma dall’istituzione della Banca centrale europea, nel 1998, e con l’introduzione dell’euro nel 2002, non ha mai superato il 6% e oggi è intorno al 2%.

Prossima tappa: l’unione bancaria

Tra le sfide che attendono l’Ue ci sono 2 dossier per rafforzare l’integrazione: l’unione bancaria e l’euro-budget. «Nel primo caso, l’obiettivo è un fondo comune a garanzia dei correntisti e un sistema bancario omogeneo, dove le imprese paghino interessi simili sui prestiti. Il budget comune è una dotazione di miliardi di euro destinata a riforme e investimenti negli Stati » spiega Veronica De Romanis. «Ma la nuova Commissione, che si insedierà a novembre, dovrà anche proporre un nuovo modello di sviluppo basato su ricerca, sanità, lavoro femminile e dei giovani» aggiunge Simonazzi della Sapienza. «Oggi ogni Paese pensa a salvare la propria produzione e l’export, ma l’economia è cambiata e l’evoluzione tecnologica erode i lavori tradizionali. Ci vuole una svolta».

Noi e l’Europa: il progetto di Donna Moderna in collaborazione con #100esperte

Per 8 settimane pubblichiamo inchieste che hanno come tema l’Unione europea dal punto di vista politico, economico, culturale. Un avvicinamento alle elezioni del 23-26 maggio (in Italia si vota il 26). Lo speciale è realizzato in collaborazione con "100 donne contro gli stereotipi" (www.100esperte.it) un database di esperte di Stem, politica internazionale ed economia: un progetto ideato dall’Osservatorio di Pavia e dall’Associazione Gi.U.Li.A. sviluppato con Fondazione Bracco e grazie al supporto della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

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