Lavoratrici e lavoratori in procinto di lasciare l’impiego, nel futuro prossimo, possono tirare un sospiro di sollievo. L’età necessaria per andare in pensione, la pensione di vecchiaia, non cambierà. Non nel biennio 2021-2022. Resterà ferma a 67 anni, il livello raggiunto quest’anno, con un balzo in avanti di 5 mesi rispetto al passato. Poi si vedrà. Ma l’incremento – se ci sarà, cosa tutta da valutare – comunque non potrà andare oltre i 3 mesi. È quanto stabilisce il decreto del ministero dell’Economia pubblicato qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale. “A decorrere dal 1° gennaio 2021 – ecco il passaggio clou del testo  – i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati” rispetto all’oggi.

Invariate (o quasi) le aspettative di vita

Il provvedimento si fonda sulle rilevazioni e sulle analisi dell’Istat e sulle valutazioni della Ragioneria dello Stato. L’innalzamento della speranza di vita – cui è agganciato il nostro sistema pensionistico – è stato impercettibile, quasi nullo. Si è fermato a “0,021 decimi di anni”, il che “trasformato in dodicesimi di anno, equivale a una variazione di 0,025 che, a sua volta arrotondato in mesi, corrisponde a una variazione pari a 0”. Poiché gli adeguamenti dell’età pensionabile  sono biennali, essendo invariate le aspettative sulla durata dell’esistenza, quota 67 resterà tale per tutto il 2021 e il 2022, oltre che per il 2020. Tra tre anni – se necessario – si potrà aggiungere un gradino, salendo al massimo a 67 anni e 3 mesi.

Il punto sulle pensioni

Il nuovo decreto implica che fino al 31 dicembre 2022 si potrà andare in pensione con queste formule, le principali:

pensione di vecchiaia: 67 anni di età, almeno 20 anni di contributi;

pensione di vecchiaia contributiva: 71 anni di età (anche questa agganciata alle aspettative di vita) e 5 anni di contributi (compresi i contributi figurativi)

pensione anticipata: 42 anni e 10 mesi (uomini), 41 anni e 10 mesi donne;

pensione anticipata contributiva: 64 anni di età, 20 anni di contributi;

Quota 41 (per i soli lavoratori precoci): 41 anni di contributi;

Quota 100 (valida fino al 31 dicembre 2021, sempre che in sede di conversione della legge di Bilancio il parlamento non decida diversamente): somma  di età e contributi pari a 100 (con almeno 62 anni di vita e un minimo di 38 anni di “bollini),

Opzione Donna: età 58 anni (dipendenti private) o 59 anni (autonome) e 35 anni di contributi (anche in questo caso, salvo decisioni contrarie)

Mansioni gravose:  66 anni e 7 mesi di età e 20 di contributi, oltre a rientrare nel perimetro dei casi individuati dalla legge.

È obbligatorio andare in pensione a 67 anni?

«Il raggiungimento dei requisiti richiesti – spiegano i consulenti  del sito pensionielavoro.it – non comporta di per sé che il lavoratore debba necessariamente pensionarsi. Non si è obbligati ad andare in pensione al raggiungimento dei 67 anni di età. Al contrario, la legge concede di proseguire anche oltre la propria carriera professionale (da non confondere con la possibilità di cumulare la pensione con redditi da lavoro, autonomo o dipendente entro certe soglie fissate per legge) fino al raggiungimento di un requisito anagrafico in corrispondenza del quale scatta invece il cosiddetto pensionamento forzato. In linea di massima, per i lavoratori del settore privato, tale soglia è pari ai 71 anni. Resta inteso l’accordo del datore di lavoro che, maturate le condizioni per la pensione di vecchiaia, può comunque imporre al proprio dipendente il licenziamento per sopraggiunti limiti di età. Diverse invece le regole nel settore pubblico, dove si tende generalmente a favorire il pensionamento:  al raggiungimento dei requisiti – si rammenta  –  scatta  pressoché automaticamente la cessazione del servizio. Oltre tale data il rapporto non può protrarsi se non, in via eccezionale, nel caso in cui il lavoratore non abbia ancora perfezionato la contribuzione richiesta  (20 anni di contributi versati).  Spesso per le pubbliche amministrazioni c’è ancor prima il cosiddetto pensionamento d’ufficio, generalmente a 65 anni e laddove, a tale età, il personale abbia maturato un qualsiasi diritto alla pensione (quota 100 comunque esclusa)».

Che cosa potrebbe cambiare dal 2023

Le previsioni, per chi accederà alla pensione di vecchiaia dopo il 2022, non sono ottimistiche (se non sull’allungamento della durata dell’esistenza). Secondo la Ragioneria dello Stato l’aspettativa di vita è destinata a salire e dunque, verosimilmente, l’età richiesta per avere l’assegno di vecchiaia potrebbe passare a 67 anni e 3 mesi. Ricadute, se questa situazione sarà confermata, ci saranno anche per le pensioni anticipate, con un aumento degli anni di contributi richiesti.

Ape social e “precoci”: le scadenze

In tema di pensioni anticipate, tornando al presente, sulle pagine web di pensionioggi.it si ricorda un’ulteriore scadenza.  Scade a fine mese l’ultima finestra annuale per il conseguimento dell’Ape sociale (una sorta di assegno di accompagnamento all’età della pensione, in presenza di determinate condizioni) e del beneficio della pensione anticipata con 41 anni di contributi, quella prevista per i  lavoratori precoci (colori che hanno versato almeno un anni di contributi da under 19). Chi maturerà  i requisiti anagrafici e/o contributivi entro il 31 dicembre 2019 ha tempo sino al 30 novembre 2019 per produrre l’istanza di verifica all’Inps. L’obbligo riguarda i lavoratori che non hanno potuto provvedere  prima del 15 luglio 2019.