IL PESO DEL DOLORE

 

La parola resilienza negli ultimi anni compare in modo sempre più frequente, dagli studi nell’ambito della pedagogia ai discorsi sul web. In fisica viene definita resilienza la capacità di resistere alla rottura e il suo valore è misurato con una prova d’urto. Nel quotidiano ognuno di noi, adulto o bambino, è destinato a vivere eventi in cui rischiamo di romperci e deflagrare sotto il peso di situazioni apparentemente senza via d’uscita. Ci scontriamo con l’ineluttabilità del dolore e in questo impatto è la vita stessa a emergere, con le sue gioie e le insanabili contraddizioni.

 

CHE COS’È LA RESILIENZA?

 

«È fondamentale interrogarsi sul senso di questo termine. La resilienza è la possibilità di riorganizzare positivamente la propria vita» spiega Elena Malaguti, esperta di resilienza e prof. di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di Bologna: «Se dovessimo spiegare questo concetto con parole semplici, potremmo dire che la resilienza non è… Superman, bensì Batman!». Ecco un’immagine diretta, facile da comprendere anche per un bambino: non si vince da soli. I difficili eventi della storia contemporanea, dalle calamità naturali come i terremoti alla sciagura della guerra, ci insegnano che la parola “insieme” aiuta a rialzarci, dà speranza, crea forza.

 

SOPRAVVIVERE, UNA SFIDA

 

«Di fronte a eventi traumatici alcune persone più di altre mostrano una capacità di reazione e con un salto quantico riescono a trasformare l’ostacolo in una lezione di vita. Ma quanti sono i sopravvissuti rispetto alla totalità?» chiarisce Elena: «Abbiamo iniziato a chiederci quali risorse permettono a chi ha subito un trauma di tornare a una qualità della vita e integrare l’esperienza negativa nel quotidiano. Nel corso degli anni i ricercatori hanno evidenziato i fattori che concorrono alla costruzione di un atteggiamento resiliente. La resilienza è un processo naturale, ma viene anche costruita».

 

IMPARA A FARE LA DIFFERENZA

 

Come si sopravvive a una tragedia? «Esiste la forza dell’io, ma insieme alle risorse personali un ulteriore fattore in grado di creare resilienza è tutto ciò che promuove una qualità ecologica dello stile di vita. Dalla scuola alle persone che fanno parte dell’esistenza quotidiana, è importante considerare il contesto in cui si vive una rete multidimensionale, in cui possiamo partecipare e che possiamo contribuire a creare». Agire apre la prospettiva del quartiere al mondo, perché significa non essere passivi, bensì decidere di fare la differenza: ognuno di noi, a partire dalla propria vita.

 

COMUNICARE CON I SENSI

 

«Le scuole e gli educatori con cui siamo in contatto in che misura sono capaci di sostenere un processo di resilienza nei bambini?» si chiede l’esperta «Quando un bambino a scuola incontra delle difficoltà dovrebbe poter contare su un sostegno in grado di favorire la comunicazione e dare forza alle possibilità del piccolo, così come dei genitori». Emerge l’importanza di una buona qualità della relazione: «Arte, teatro, musica e danza aiutano a migliorare la comunicazione e sono strumenti sempre più utilizzati, nei contesti educativi così come in famiglia» spiega Elena Malaguti, autrice del libro Cantami ancora!, che raccoglie antiche melodie e filastrocche custoditi da secoli di tradizione popolare.

 

I BAMBINI E LA GUERRA

 

Rivolgo un’ultima domanda a questa donna bionda, minuta e molto energica, che negli ultimi anni ha lavorato in Bosnia Erzegovina, Ruanda, Israele e Palestina studiando la costruzione della resilienza in contesti difficili. Che cos’hai imparato dai bambini che vivono la guerra? «A Sarajevo i bambini mi prendevano per mano e mi portavano in slitta. Tre giorni dopo la strage: sei bambini fra i 6 e i 12 anni vennero uccisi da una granata mentre giocavano con le slitte nella neve». Negli stessi giorni la radio trasmette un appello alle famiglie invitando i genitori a non far uscire i piccoli. «Io mi sono chiesta come si facesse ad andare in slitta in un luogo così pericoloso. Ma non c’era un luogo che non fosse pericoloso».

 

IL VALORE DEL GIOCO

 

«I bambini in guerra mi hanno insegnato a giocare» lo sguardo per un attimo è velato dall’amarezza di un ricordo che subito sboccia in un sorriso luminoso «Resilienza vuol dire aprire lo sguardo quando tutto intorno a te sembra impossibile: saper vedere le piccole cose in grado di farti sorridere. In Italia la resilienza c’è stata nel dopoguerra laddove le relazioni di aiuto, dal fornaio al lattaio, manifestavano l’esistenza di un welfare sociale». La ricostruzione diventa possibile quandofra le persone esiste un legame di vicinanza fatto di relazioni umane significative.

 

IL SOSTEGNO DELLA COMUNITÀ

 

«I servizi non bastano: fondamentale un welfare di prossimità e di cittadinanza attiva. Costruire resilienza significa promuovere arte, dialogo e una cultura di pace. Questo processo è faticoso, perché significa impegnarsi e assumersi la responsabilità. Scegliere di mettersi in rete e farlo senza opportunismi. Forse accadrà fra tre secoli? Prima saremo riusciti a distruggere il pianeta» ricorda l’esperta. L’auspicio è iniziare a osare, adesso.