Come scegliere il camp estivo per tuo figlio

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    A che età posso mandarlo?

    Dai sei, sette anni in poi il bambino è pronto. «Si comincia con un weekend e poi si propone un’intera settimana» consiglia Novara. «Molti genitori si regolano in base al grado di autonomia raggiunta dal bambino. Ma va tenuto presente che questa esperienza li aiuta a crescere. Il fatto per esempio che un bambino non sappia ancora fare la doccia da solo non deve essere un limite. Il camp è un’ottima occasione per imparare».

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    Quando è pronto per un camp di 2 settimane?

    In genere non prima degli otto anni e mai se è la prima volta che affronta questa esperienza. «In ogni caso deve essere lui a volerlo» avverte Novara. «Per quanto divertente, il camp impone regole e disciplina, mentre il bambino, in vacanza, ha bisogno di rilassarsi completamente. E persino di annoiarsi».

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    Qual è il giusto rapporto tra numero di bambini e numero di adulti?

    La media è un animatore ogni 10 o 12 bimbi, ma dipende dall’età dei partecipanti e dalle attività del camp. «L’importante è informarsi sull’esperienza degli adulti: accertarsi che gli animatori non siano ragazzi alle prime armi ma persone con esperienza e qualifiche» avverte Paola Cosolo Marangon, formatrice e consulente educativa.

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    Come riconosco un buon camp?

    «Gli errori più comuni sono “innamorarsi” dell’idea, che sia la barca a vela o il campeggio in montagna, oppure mandare il figlio dove vanno gli amichetti, senza controllare chi organizza il camp» avverte Cosolo Marangon. «Bisogna verificare, invece, che i responsabili abbiano esperienza nel settore». Se si tratta di un camp in lingua, per esempio, la scuola dovrebbe avere certificazioni come Cambridge Esol o Trinity College. Nel caso di un camp che propone avventure nel verde, chi lo gestisce deve essere un operatore riconosciuto, un gruppo di guide naturalistiche o un’associazione che lavora da anni nel settore ambientale e turistico.

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    Ogni quanto devo sentire mio figlio al telefono?

    Ogni camp ha le sue regole: si può chiamare la sera a un’ora precisa oppure solo nei casi di necessità. «La tendenza, in ogni caso, è limitare al massimo le chiamate a casa» suggerisce la consulente. «Anche perché i giorni passati al camp somno un’occasione che il bambino ha per imparare a gestire il senso di solitudine, il momento di nostalgia e la frustrazione che ne derivano. Sono sentimenti formativi: trovando da solo, dentro di sé, le risorse per superarli il suo carattere ne uscirà rinforzato».

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    Cosa succede se non si trova bene?

    Se c’è un problema serio, i responsabili contattano subito la famiglia. «Ma è difficile che succeda davvero. L’idea che qualcosa possa andar storto spesso, più che una possibilità concreta, è un preconcetto dei genitori, abituati ad avere tutto sotto controllo» avverte Cosolo Marangon. «La vita di comunità, la ritualità tipica delle attività del camp, l’attenzione alle esigenze di ciascuno e il confronto tra pari permette a tutti i bambini di trovare la loro dimensione e divertirsi».

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    È ben controllato o potrebbe correre pericoli?

    Se il camp è serio e ben strutturato non c’è da temere. «Le attività sono già state testate più volte e studiate proprio per i bambini di quella età, inoltre gli educatori prendono tutte le precauzioni necessarie: tengono d’occhio i più “agitati”, non forzano i più timidi e, per le attività più adrenaliniche, aumentano il numero degli adulti presenti. Quindi non è molto diverso da quando lo si manda in palestra, a fare sport» spiega l’educatrice.

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    Mio figlio ha paura del buio o fa fatica a stare con gli altri bambini, devo dirlo prima?

    «No, perché rischi di portare al camp i limiti che il bambino sperimenta nella vita quotidiana. Invece è proprio lì che può imparare a superarli» consiglia il pediatra Gianfranco Trapani. «In gruppo i bambini fanno conquiste inimmaginabili. Succede un po’ come con il pranzo in mensa: molti a casa fanno storie e a scuola mangiano tutto». Gli animatori sono sempre presenti, anche la notte, pronti a risolvere ogni problema e a confortare chi fa fatica ad addormentarsi. Quanto alla timidezza, i primi giorni sono dedicati proprio ai giochi per conoscersi e cementare lo spirito di squadra.

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    Cosa devo mettere in valigia?

    Dipende dal tipo di attività: all’iscrizione viene fornito un elenco dettagliato di vestiti e accessori necessari. «In generale, nel caso dei camp basati su sport e attività all’aria aperta è sempre utile portare una pomata per le punture d’insetti e un solare» consiglia il pediatra Gianfranco Trapani. «E non dimenticate i probiotici, da prendere nel caso in cui i cambiamenti di ambiente e abitudini mettano in disordine l’intestino».

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Sport, attività nella natura e perfino corsi di giornalismo: per un bambino una vacanza da solo è un’occasione di crescita

Dodici, tredici settimane. Tanto durano le vacanze da giugno a settembre dei nostri ragazzi. E per molte famiglie quello dell’estate diventa un rompicapo organizzativo. Logico quindi che i camp estivi siano sempre più gettonati da mamme e papà. Ma il camp non è solo una soluzione di comodo. «È una grande occasione di crescita: lontano dalla routine che vivono ogni giorno tra casa, scuola e palestra, bambini e ragazzi possono fare nuove esperienze» spiega Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro psico pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

«Cambiare contemporaneamente ambiente, amici e abitudini, anche solo per pochi giorni, mette i nostri figli nella condizione ideale per imparare cose nuove divertendosi. Li aiuta a sviluppare l’autonomia e a vivere un sano distacco da mamma e papà. In più fanno nuove amicizie, acquisiscono sicurezza e tornano a casa più maturi e responsabili». Hai dubbi o timori? Sei incerta su quale camp scegliere? Abbiamo girato le domande delle mamme agli esperti. Leggi i loro consigli sfogliando la gallery

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