Se possiamo indossare un costume da bagno, raffinato o performante che sia, è merito di Annette Kellerman (1886-1975): è lei che ha inventato il costume intero. Chissà se almeno una fra le tante bellezze, dalla baywatcher Pamela Anderson a Jennifer Lopez appena avvistata a Capri, quando se ne infila uno, le rivolge un pensiero di gratitudine. E chissà se Federica Pellegrini le ha mai dedicato una vittoria… Tutte noi le dobbiamo molto.

Costume intero: tutto merito di Annette

È grazie a lei se non andiamo più in spiaggia intabarrate come se stessimo partendo per una spedizione sull’Everest, con abiti pesanti e ingombranti (di lana!) portati sopra pantaloni, calze e scarpette. È grazie a lei se possiamo nuotare senza fardelli e se anche quest’estate potremo sfoggiare meravigliosi costumi interi che donano a tutte, dalle Boomers alle Gen Z. E, quindi, ti raccontiamo la sua storia perché siamo convinte che ricordare chi c’è all’origine di ciò che oggi diamo per scontato sia importante, anche quando si parla di costumi da bagno. Che, poi, vanno d’accordo con emancipazione, diritti e libertà. Ti pare poco?

Da campionessa di nuoto a rivoluzionaria

Pensare che Annette Kellerman era terrorizzata dall’acqua. Da bambina soffre di rachitismo ed è costretta a usare tutori d’acciaio per le sue deboli gambe. I medici però sostengono che il nuoto le avrebbe giovato. Hanno ragione al punto che Annette, a 13 anni, non solo supera la sua disabilità ma diventa anche campionessa di nuoto. La sua carriera è inarrestabile: a Londra nuota per 42 chilometri lungo il Tamigi. In Francia gareggia nella Senna. Prova ad attraversare il Canale della Manica, fallisce, ma è comunque la prima donna a tentare l’impresa.

Annette Kellerman e il suo primo intero

Ed è la prima a indossare un costume intero che lascia scoperte gambe e braccia, un’oscenità secondo gli austeri canoni vittoriani non ancora superati. È il 1907 e lei osa presentarsi sulla battigia di Revere Beach, spiaggia di Boston, con un capo aderente da lei confezionato sulla base delle tutine da bagno maschili, molto più pratico per nuotare. Viene arrestata sui due piedi, ma ha dalla sua parte l’opinione pubblica, tanto che nel 1911 il “costume alla Annette Kellerman” è già di gran moda. L’anno dopo, alle prime Olimpiadi in cui le donne sono ammesse alle gare di nuoto, le atlete indossano costumi ispirati a quel famigerato e rivoluzionario “pezzo unico”. L’olimpionico che oggi conosciamo è nato così. 

Evoluzione del costume intero

Più di ogni altro capo, rappresenta la trasformazione del pensiero comune e delle abitudini sociali. Pensa, per esempio, alla nascita della consuetudine dei soggiorni estivi, alla villeggiatura negli stabilimenti balneari che si sviluppano nei primi decenni del ’900, alla scoperta dei benefici dei bagni di mare e di sole (la tintarella non viene più condannata a partire dagli anni ’10), all’accettazione di silhouette toniche e vigorose, non più giudicate mascoline ma sane e in forma… Il costume intero di Annette Kellerman si inserisce proprio in quest’epoca, diventando una dichiarazione contro un tipo di abbigliamento imposto al genere femminile per lo sport in generale, per il nuoto in particolare. Lei fa parte di quella schiera di atlete che, a partire dai primi del XX secolo, pretendono di praticare sport a livello agonistico. Per questo considera l’accettazione del suo costume da bagno il suo più grande successo, perché – come scrive nei suoi libri – il corpo femminile è «bello di per sé, da mostrare e ammirare con coraggio». Insomma è una precorritrice del movimento della body positivity.

Costume intero: sport e body positivity

Lo fa anche quando, nel 1909, abbandona le competizioni per diventare attrice di teatro, di cinema e di spettacoli di vaudeville, guadagnandosi gli appellativi di “Australian Mermaid”, sirenetta australiana, o “Diving Venus”, Venere che si tuffa. Sfrutta la sua affinità con l’acqua per rendere le sirene protagoniste delle pellicole di quegli anni. Nei suoi film, girati sempre senza controfigura, nuota insieme ai coccodrilli, passeggia in bilico sopra una cascata, si immerge nel profondo blu. Non sono mai azioni fine a se stesse. Il suo atteggiamento dà grande fiducia alle donne anche quando, nel 1916, si mostra nella prima scena di nudo di Hollywood nel film A Daughter of Gods. Non per esibizionismo, ma per rivendicare un corpo di nuotatrice, donna e creatura libera in grado di mostrarsi senza vergogna. Sfidando l’ipocrisia di mille convenzioni. 

Un costume intero per liberare le donne

Annette dedica la vita a valorizzare la cura del corpo come strumento legato alla salute e non solo all’estetica e a diffondere gli effetti benefici del nuoto. Scrive due bestseller pionieristici (How to swim del 1909 e Physical Beauty: How to Keep It del 1918), tiene conferenze sul fitness, rende popolari le tecniche di respirazione e rilassamento. Sostiene l’importanza dello sport per le donne e ha uno scopo preciso: far comprendere che voler trarre il meglio dal proprio corpo non è né immorale né peccaminoso, ma semplicemente naturale. Dal 1974 il suo nome è inserito nell’International Swimming Hall of Fame in Florida. Muore l’anno seguente, disponendo che le sue ceneri siano disperse sulla Grande Barriera Corallina nell’Oceano Pacifico. «Non c’è niente di più liberatorio del nuoto: tutte le catene della vita vengono spazzate via dalle onde» lascia scritto. 

Dior Haute Couture – Foto Launchmetrics/Spotlight

Annette, diva suo malgrado

Tra l’altro, le proposte per l’estate in fatto di costumi sono tante e una più bella dell’altra. Che sia basic e olimpionico o sofisticato e rétro, cut-out o monospalla. Ma anche metallizzato o a crochet, nero o pieno di fiori, infila il tuo intero, vai in spiaggia (o in piscina!) e goditi ogni bracciata. E, magari, per un ingresso da diva, segui l’ordine che il giudice, facendole togliere le manette, intimò ad Annette: poteva, sì, indossare quel pezzo diabolico, ma a patto di avvolgersi in un mantello da slacciare solo appena prima di entrare in acqua. Non sapeva che, suo malgrado, stava aiutando la Sirenetta di Sidney a lanciare una nuova moda.

Max Mara – Foto Launchmetrics/Spotlight