Ha trascorso gran parte della sua vita a difendere chi non aveva voce, sfidando discriminazioni e ingiustizie attraverso gli strumenti della legge. Oggi Navi Pillay, giurista sudafricana di origine tamil, è la vincitrice del Nobel per la Pace 2026.
Il riconoscimento arriva al termine di una carriera che attraversa alcune delle pagine più difficili della storia contemporanea. Dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica ai tribunali internazionali, fino alle indagini sui massacri a Gaza.
Un percorso segnato dalla convinzione che la giustizia possa contribuire a fermare la violenza e proteggere i diritti fondamentali. Ma chi è la donna che ha portato questa battaglia dalle aule giudiziarie sudafricane alle più importanti istituzioni internazionali?
Chi è Navi Pillay: le origini sudafricane e la lotta contro l’apartheid
La storia di Navanethem «Navi» Pillay comincia in Sudafrica, in una famiglia di origine tamil. Nasce nel 1941 a Durban, in un Paese dove il colore della pelle determina le opportunità, i diritti e persino i luoghi in cui vivere. Crescere durante l’apartheid significa conoscere fin da giovane il peso delle discriminazioni razziali.
Pillay sceglie di studiare legge, una strada tutt’altro che semplice per una donna non bianca nel Sudafrica di quegli anni. Si laurea all’Università del Natal e intraprende la professione forense. In seguito prosegue la propria formazione negli Stati Uniti, conseguendo titoli di specializzazione ad Harvard.
La sua carriera prende forma in un sistema che limita profondamente i diritti della maggioranza della popolazione. Nel 1967 diventa la prima donna di origine indiana ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal.

Come avvocata si occupa della difesa di persone perseguitate dal regime dell’apartheid, tra cui numerosi prigionieri politici. Il suo lavoro si intreccia anche con la vicenda di Nelson Mandela, detenuto per 27 anni prima della liberazione nel 1990.
La difesa dei diritti dei detenuti diventa uno degli ambiti centrali del suo impegno. Pillay denuncia le condizioni carcerarie e lavora per contrastare gli abusi commessi nei confronti dei prigionieri politici.
Con la fine dell’apartheid si apre una nuova fase. Nel 1995 viene nominata giudice dell’Alta corte sudafricana, diventando la prima donna non bianca a ricoprire quell’incarico.
Navi Pillay, dai tribunali internazionali alla difesa dei diritti umani
L’esperienza maturata in Sudafrica porta Navi Pillay sulla scena della giustizia internazionale. Nel 1995 entra nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite dopo il genocidio del 1994.
Il tribunale ha il compito di giudicare i responsabili dei crimini commessi durante una delle tragedie più gravi che si sono consumate nel continente africano. Pillay partecipa a procedimenti che contribuiscono allo sviluppo del diritto penale internazionale, soprattutto nel riconoscimento della violenza sessuale come crimine internazionale.
Tra i casi più significativi figura quello di Jean-Paul Akayesu, concluso nel 1998. La sentenza rappresenta una svolta perché riconosce che lo stupro può costituire un atto di genocidio quando ricorrono le condizioni previste dal diritto internazionale.
Pillay diventa successivamente presidente del Tribunale per il Ruanda. Nel 2003 entra nella Corte penale internazionale, nata per perseguire i responsabili dei crimini più gravi quando le giurisdizioni nazionali non possono o non vogliono intervenire.
Nel 2008 assume la carica di Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, che mantiene fino al 2014. Durante il mandato affronta questioni legate alla discriminazione, alla violenza contro le donne e alla tutela delle minoranze.
Nel 2012, sotto la sua guida, l’ufficio dell’Alto commissariato pubblica Born Free and Equal, un documento dedicato all’orientamento sessuale e all’identità di genere nel diritto internazionale dei diritti umani.
Navi Pillay e Gaza: l’inchiesta Onu e le accuse di genocidio a Israele
Negli ultimi anni il nome di Navi Pillay è tornato al centro dell’attenzione internazionale per il suo lavoro sulla Striscia di Gaza, accusando apertamente Israele di genocidio.
La giurista ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. L’organismo è stato istituito nel 2021 dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu.
Il mandato della commissione riguarda l’accertamento di possibili violazioni del diritto internazionale e delle loro cause. Le indagini comprendono le condotte delle diverse parti coinvolte nel conflitto israelo-palestinese.
Nel settembre 2025 la commissione ha concluso che Israele aveva commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza.
Israele ha respinto le accuse, contestando le conclusioni della commissione e la sua imparzialità.
Perché Navi Pillay ha vinto il Nobel per la Pace 2026
Il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato a Navi Pillay il Premio Nobel per la Pace 2026 riconoscendo il suo contributo alla promozione della giustizia e del diritto internazionale.
Nelle motivazioni, il Comitato ha sottolineato la continuità tra il suo impegno contro l’apartheid e il lavoro svolto nei tribunali internazionali.
«Un filo conduttore unisce il suo lavoro iniziale in difesa di Nelson Mandela e di altri che si opposero all’apartheid al suo servizio come giudice in alcuni dei casi più importanti della corte internazionale del nostro tempo», si legge nella dichiarazione.
Il riconoscimento richiama anche il ruolo delle istituzioni giuridiche nella prevenzione dei conflitti. Secondo il Comitato, rafforzare lo Stato di diritto significa contribuire a un sistema capace di affrontare le controversie senza ricorrere alla violenza.
La scelta arriva dopo l’esame di 287 candidature. Il premio sarà consegnato a Oslo il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel, che lo istituì nel proprio testamento del 1895.
Il valore economico annunciato per l’edizione 2026 è di 12 milioni di corone svedesi, all’incirca 1,2 milioni di dollari.
Da Narges Mohammadi a María Corina Machado: gli ultimi Nobel per la Pace
Il riconoscimento a Navi Pillay arriva dopo tre edizioni che hanno portato all’attenzione internazionale battaglie molto diverse, dalla libertà delle donne al disarmo nucleare.
Nel 2023 il Nobel per la Pace è andato all’attivista iraniana Narges Mohammadi, premiata per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani. Detenuta nella prigione di Evin, a Teheran, non ha potuto partecipare alla cerimonia di consegna del premio a Oslo. A ritirarlo sono stati i suoi figli.
Nel 2024 il riconoscimento è stato assegnato a Nihon Hidankyo, la Confederazione giapponese delle organizzazioni delle vittime delle bombe atomiche e all’idrogeno. L’organizzazione riunisce i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e porta avanti una lunga battaglia contro le armi nucleari.
Nel 2025 il Nobel per la Pace è andato a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, per il suo impegno a favore dei diritti democratici e di una transizione pacifica nel Paese.
Nello stesso anno, anche il nome di Francesca Albanese è entrato nel dibattito pubblico sul riconoscimento. Una mobilitazione a sostegno della candidatura al Nobel di Francesca Albanese ha richiamato l’attenzione sulla relatrice speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati.
La proposta si è inserita in un contesto di forte confronto internazionale sul conflitto a Gaza e sul ruolo degli organismi delle Nazioni Unite.
Una vita dedicata alla giustizia
La storia di Navi Pillay attraversa continenti, tribunali e alcune delle più grandi crisi internazionali degli ultimi decenni. Dalla difesa dei prigionieri politici sudafricani alle indagini sui crimini internazionali, il suo lavoro ha seguito un principio costante: la legge deve poter proteggere anche chi si trova nelle condizioni più vulnerabili.
Un impegno che assume forme diverse. C’è chi opera nelle istituzioni giudiziarie e chi cerca di costruire ponti tra comunità divise dalla guerra. Lo dimostrano anche le storie di donne impegnate per la pace in Israele, Palestina, Siria e Afghanistan, dove il dialogo e la mobilitazione civile diventano strumenti per contrastare le conseguenze dei conflitti.
Il Nobel per la Pace 2026 riconosce il percorso di una giurista che ha dedicato la propria vita a rendere il diritto uno strumento concreto di tutela. E riporta al centro una questione che attraversa tutta la sua carriera: il rapporto tra giustizia, responsabilità e possibilità di costruire una pace duratura.