A 3 anni dall’inizio della guerra a Gaza, il 27 ottobre ci saranno le elezioni in Israele. È il primo voto nazionale da allora e c’è chi sostiene che potrebbe mettere fine al governo del premier Benjamin Netanyahu.

May Pundak e Rula Hardal hanno intensificato il dialogo proprio contro la guerra

Per capire cosa c’è in gioco bisogna tornare al momento dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Tre giorni dopo, mentre Israele, ancora sotto shock per il massacro, risponde con le prime bombe sulla Striscia, un gruppo di israeliani e di palestinesi si collega su Zoom. Alcuni sono chiusi nei rifugi antiaerei, altri seguono da casa l’inizio dell’offensiva sulla Striscia. Nessuno sa ancora quanto sarebbe durata la guerra. E quanto avrebbe cambiato le loro vite. In quella riunione sospesa tra dolore e incredulità nasce la collaborazione tra due donne.

Lavorano insieme per la convivenza tra i loro popoli

Una è May Pundak, 41 anni, avvocata israeliana per i diritti umani, l’altra è Rula Hardal, 52enne politologa palestinese. Oggi sono le co-direttrici esecutive di “A Land for All” (2s1h.org), uno dei pochi movimenti israelo-palestinesi che continua a lavorare per una convivenza pacifica tra i due popoli. Le loro biografie raccontano vite quasi opposte. May è figlia di Ron Pundak, tra gli artefici del primo grande tentativo di pace tra israeliani e palestinesi: gli Accordi di Oslo del 1993. Rula, palestinese con cittadinanza israeliana, ha studiato all’università di Hannover ma, dopo 10 anni in Germania, ha deciso di tornare a Ramallah, in Cisgiordania, dove la quotidianità è segnata da checkpoint, raid dell’esercito israeliano ed escalation di violenza da parte dei coloni: «Volevo vivere in prima persona ciò che affronta ogni giorno il mio popolo. In Israele quasi nessuno parla della Palestina, dell’occupazione in Cisgiordania e a Gaza».

Vanno tenuti insieme il diritto di Israele a esistere e il dolore dei palestinesi

Ricordando il loro primo incontro, May racconta: «Quando Rula entrò nel gruppo, mi colpì perché riusciva a tenere insieme due idee che sembrano inconciliabili: riconoscere il diritto di Israele a esistere senza dimenticare il dolore vissuto dai palestinesi». Un riferimento alla Nakba, l’esodo di migliaia di palestinesi in seguito alla nascita dello Stato di Israele nel 1948.

Se non verrà gestito bene il conflitto in Medio Oriente travolgerà il mondo

Dopo il 7 ottobre May e Rula avrebbero potuto interrompere il dialogo, invece hanno scelto di intensificarlo. «Era il momento di dimostrare che “A Land for All”, con la proposta politica condivisa di due Stati sovrani e una sola patria, ha davvero qualcosa da offrire» continua May. «Dovevamo almeno provarci». Da allora il movimento continua ad attirare sostenitori di entrambe le parti, anche se parlare di pace appare oggi più irrealistico che mai. «In questo momento si potrebbe proseguire sulle orme del governo in carica, che vuole distruggere il popolo palestinese, oppure alimentare la convinzione che non c’è soluzione al conflitto» aggiunge ancora May. «Per anni noi israeliani, insieme alla comunità internazionale, ci siamo convinti che questo conflitto potesse essere gestito, contenuto o accantonato. Ma se non saremo noi a risolverlo, sarà lui a travolgere noi, il Medio Oriente e il mondo intero».

Non c’è vera alternativa alla pace

Il popolo ebraico, spiega, desidera l’autodeterminazione e la sovranità. Lo stesso vale per i palestinesi. «Nessuna delle due parti, data la propria storia, cederà volontariamente all’altra questo tipo di potere». Parlando dell’obiettivo per cui si battono insieme, May Pundak dice che «per troppo tempo si è cercato di rendere la pace una sorta di utopia. Non è quasi mai la scelta della maggioranza finché non diventa l’unica alternativa possibile». Rula Hardal è ancora più diretta: «Non mi piace essere annoverata nella cosiddetta “industria della pace”. Certo, vogliamo la pace, ma il cuore del nostro lavoro è l’impegno per una trasformazione politica».

Il progetto di May e Rula non è utopico ma realista

Sono realiste, non sognatrici. «In Israele la società è diventata più radicalizzata e soffre di quella che definisco una “cecità collettiva”» sintetizza Rula. «Tra i palestinesi, di contro, vedo impotenza, corruzione, il declino del progetto politico nazionale, la debolezza dei partiti e perfino l’assenza di un vero dibattito pubblico sul futuro».

Loro ritengono sia un conflitto di identità più che di confini

Una cosa appare loro evidente: continuare a pensare alla separazione “due popoli, due Stati” non basta più. La diagnosi è precisa. «Non è un conflitto di confini, è un conflitto di identità e di emozioni. Amiamo tutti questa terra» spiega May. Per questo, sostengono entrambe, non servono nuovi muri. “A Land for All” immagina due Stati indipendenti che cooperano stabilmente, condividendo alcune istituzioni e garantendo libertà di movimento, pur mantenendo identità e cittadinanze distinte. Il principio più innovativo è la separazione tra cittadinanza e residenza: un israeliano potrebbe vivere nello Stato palestinese mantenendo la cittadinanza israeliana e un palestinese fare lo stesso in Israele. «Due milioni di palestinesi vivono già dentro Israele» osserva May. «E sapete una cosa? Non ci uccidiamo a vicenda».

Sanno che le vite dei due popoli sono intrecciate

Anche Gerusalemme, nella loro visione, cesserebbe di essere una città contesa per diventare la capitale di entrambi gli Stati. Per Rula la sfida è anche un’altra: «Promuovo questa idea innanzitutto come palestinese. Credo che noi siamo il popolo indigeno di questa terra. Ma non possiamo ignorare il fatto che qui vive anche un altro popolo. Moralmente non possiamo dire agli ebrei israeliani: “Non ci importa di voi”. Fanno parte del problema e faranno parte anche della soluzione. Le nostre vite sono ormai intrecciate. Condividiamo praticamente tutto. Non voglio che gli ebrei israeliani amino i palestinesi e viceversa. Non dobbiamo dimenticare né perdonare. Dobbiamo creare una situazione in cui possiamo continuare a vivere insieme».

Mentre tutti parlano di guerra loro puntano sulla pace

May non nasconde quanto tutto questo abbia avuto un costo personale: «Come madre ebrea cresciuta nella memoria della Shoah, è stato difficile ammettere quanto avessi paura per i miei figli. Ma “A Land for All” mi ha dato la forza di continuare a difendere una visione. E una speranza». Le fa eco Rula: «I palestinesi sono stanchi. Vogliono semplicemente vivere una vita normale, con libertà di movimento e la possibilità di mantenere un legame con i propri luoghi d’origine». In una terra dove quasi tutti discutono di come vincere la guerra, loro continuano a parlare di come potrebbe essere, un giorno, la pace.

Di questo conflitto si discute anche al festival di Internazionale

Dal 2 al 4 ottobre a Ferrara il prestigioso festival di giornalismo Internazionale dedica ampio spazio al conflitto israelo-palestinese. Tra i dibattiti più attesi, Il mondo dopo il 7 ottobre, con l’attivista Pankaj Mishra, autore del saggio Il mondo dopo Gaza, e lo storico israeliano Omer Bartov. Ci saranno poi gli autori palestinesi Mohammed El Kurd e Nasser Abou Srour. E verrà proiettato Palestina 36 di Annemarie Jacir, sulle radici storiche delle tensioni nella regione. Tutti gli appuntamenti su internazionale.it/festival/programma/2026.